Piccole storie di felicità – Angelo

6 Set

Se dovessi dire quali sono stati i momenti più felici della mia vita non avrei dubbi sul ricordarmeli.

Ricordo ancora i rumori assordanti dalla cucina, le pentole che sfrigolano, le urla del cuoco che i piatti erano pronti, la pasta che scottava, la brocca del vino della casa.

Ricordo ancora le tovaglie a quadretti, i bicchieri uno diverso dall’altro, il “soffiaci sopra che non è mai morto nessuno per un po’ di polvere” quando mi cadeva la forchetta per terra.

Ricordo mia madre con le lacrime agli occhi piegata in due dal ridere mentre mia nonna raccontava storie della sua giovinezza, mio padre che brindava per qualsiasi cosa, io e i miei fratelli che approfittavamo dei loro momenti di distrazione per ricoprire i primi di formaggio grattuggiato.

Ricordo che una volta al mese era sempre festa quando andavamo lì. Le tensioni, le disperazioni, le lotte, i dissapori sparivano immediatamente, e ogni volta che si usciva da quelle porte facevamo il conto alla rovescia per il mese successivo.

“Da Angelo” era casa. Angelo che non esisteva neanche. Nessuno di quel ristorante che si chiamasse così. Angelo non era neanche un loro parente più lontano, ma era stato scelto semplicemente perchè i tre proprietari, quarant’anni fa, per non litigare, ci avevano messo un nome di fantasia.

E gli anni sono passati.

Ci siamo andati ogni domenica anche senza mia nonna, poi senza mio padre, poi i miei fratelli sono andati a vivere all’estero, e poi senza mia madre, e ora ci sto portando l’amore della mia vita.

Perchè Angelo o meglio “Da Angelo”, come recita la scritta in verde fuori, è casa. E oggi, all’unico titolare sopravvissuto, quello che ci ha visto nascere, crescere e andare ognuno per la propria strada comunicheremo il nome del nostro primogenito che non è difficile da indovinare.

Chissà le lacrime.

Piccole storie di felicità – Edoardo

3 Set

Quando sono nato non mi hanno detto che fare il figlio sarebbe stato così difficile.

Fino a che mangi, dormi, fai la cacca, e sorridi va tutto bene ma poi quando incominci a crescere la storia cambia, eccome se cambia.

Edoardo fai questo.
Edoardo non fare quello.
Edoardo non si mangia la cioccolata prima di cena.
Stai attento non salire, o sali piano, o sali in alto ma scendi in fretta.
Insomma non si può mai stare tranquilli.

In più essere figlio unico è una vera e propria tragedia.
Tutti gli occhi sono puntati su di me, su quello che dico e che non dico, in continuo confronto con i figli degli altri, come se essere, non so, più alto, con il numero di piedi più grande, o sappia mangiare senza sporcarmi faccia di me un bambino migliore.

“Edoardo” – “Sì mamma?” – “Niente volevo vedere cosa stessi facendo.”
“Edoardo” – “Sì mamma?” – “Niente volevo vedere se stessi dormendo.”

Questa storia, mi sono detto, deve finire e anche in fretta.

L’altro giorno mio nonno ha comprato un pappagallo e voleva che scegliessi il nome.
“EDOARDO”!!! Ho detto, anzi urlato, senza neanche pensarci. Così ora, ogni volta che lo andiamo a trovare e mia mamma mi chiama risponde il pennuto al mio posto, con quel modo gracchiante che la irrita non poco.
E mi permette, in quel lasso di tempo che mia mamma si mette a parlare con il pappagallo, di sgattaiolare di nascosto da mio nonno a prendere un pezzo di cioccolato prima di cena e infilarmelo in bocca di fretta e furia prima che mia mamma mi veda.

Anni dopo mi ha confessato che l’ha sempre saputa la storia della cioccolata del nonno ma era troppo divertente la scena da guardare per rovinarla dicendomi qualcosa.

Piccole storie di Felicità – Lallo

2 Set

La vita non è stata facile per me, ma per chi lo è stata, specie per quelli della mia età.
Quasi due guerre.
Ho visto la fame, come l’hanno vista tutti.
Ho visto la sete, le malattie , i lutti in famiglia, la casa distrutta, la gente che scappava con gli armadi sui carri, come l’hanno vista tutti.
Ho visto litigare mia madre con i tedeschi, ho visto mio padre essere portato via e non tornare più.
Ho visto due dei miei fratelli più piccoli morire per una malattia che ora basta uno sciroppo.
Cose, ripeto, che alla mia età hanno visto e subito tutti.

Ma ho visto anche cose che oggi non si sopporterebbero. Il vivere tutti insieme con i quattro nonni e due galline in casa per le uova fresche, senza che nessuno si lamentasse. Il tagliare un’unica pagnotta in fette sottilissime ringraziando comunque sempre chi ce la porgeva. Centellinare tutto, stringere la cinghia e i denti, perché era giusto che fosse così e quella ci sembrava l’unica maniera per vivere.

E poi la vita ha fatto il suo corso. Ricostruzioni, voglia di fare, fiori che sbocciano, vento che gira di nuovo, e finalmente l’amore, una famiglia tutta mia e poi ancora qualche lutto e il giusto costruirsi una nuova vita dei figli.

E il ritrovarmi da sola sapendo di aver vissuto tutto quello che avrei dovuto vivere senza dovermi aspettare nulla dal futuro , finché non ho visto il sorriso di Lallo, mio partner fisso oramai da qualche mese nei tornei di carte del centro anziani.

Perché non c’è cosa piu bella, sì, anche a novantanni, nel perdermi nel sorriso di qualcuno, facendo finta di ascoltarlo annuendo con la testa, mentre intanto penso a cosa avrei potuto fare con lui fino a qualche decennio prima. Poi però realizzo che alla mia età non ci devono essere più ne rimpianti ne rimorsi e che il presente, in questo momento, è la cosa più bella che mi sia capitata.
E allora “vieni su Lallo che ti faccio vedere la mia collezione di carte da gioco”.

Cosa ne so io 8) La tenerezza

24 Gen

Che vorresti solo accarezzare quelle manine paffute. Manine da mangiare, manine da annusare. Che profumano di zucchero filato.

Manine innocenti che si stupiscono di quello che accade.

Manine piene di curiosità alla ricerca di cose da toccare per sentire se sono lisce, dure o morbide.

Manine che vorremmo avere anche noi adulti per farci stupire da piccole cose, ma non irrilevanti.

Potessimo torneremmo indietro subito per deliziarci di quelle piccole fossettine che si sono formate tra un dito e l’altro. Non smetteremo mai di guardarle come se fossero la cosa più bella del mondo.

In realtà sono la cosa più bella del mondo, il problema è che ce lo siamo dimenticato.

Cosa ne so io.

Cosa ne so io – 7) indifferenza

24 Gen

Potrebbe essere chiunque, oppure potrebbe essere qualsiasi cosa.

Donna, uomo, un insieme di stracci sporchi. Qualsiasi cosa.

Nessuno lo vede, o la vede. Forse perché non c’è nulla da vedere.

Alcuni vorrebbero essere aiutati, altri vogliono solo essere lasciati in pace fino a che non arrivi la loro ora.

Oppure potrebbe essere qualsiasi cosa, allora il problema non si pone.

Vengo redarguita da un ragazzo perché non ho chiesto il permesso per fare la foto.

Forse ha ragione.

È vero, indirettamente non porto rispetto alla persona e alla situazione. Direttamente invece non ho nulla di cui rammaricarmi. Ma forse la mia coscienza sarebbe dovuta intervenire chiedendomi il senso di questo scatto.

In questo caso allora non ho risposte da dare.

Cosa ne so io.

Cosa ne so io – 6) solitudini

23 Gen

Il contrasto tra le nostre risate e la solitudie dell’uomo che ci troviamo di fronte, alle undici di sera, urla senza pietà.

Lui è quello che sembra? Dovremmo provare pena? Dovremmo vergognarci della nostra apparente felicità in segno di rispetto verso i meno fortunati? E chi sono poi i meno fortunati, cosa ne sappiamo noi dei meno fortunati. Magari i meno fortunati siamo noi, anzi sicuramente siamo noi, con i nostri sorrisi fasulli causati dal nulla.

Magari rincorriamo la menzogna della felicità per non guardarci dentro.

L’apparenza inganna, spesso e volentieri. Anzi inganna sempre

Cosa ne so io.

Cosa ne so io 5) il silenzio

22 Gen

Silenzio surreale a parte l’annuncio delle fermate.

Nessuno parla, talvolta qualche bisbiglio, quasi impercettibile a un orecchio non abituato a percepire toni così bassi.

Il convoglio si muove incerto, bascula, quasi come una barca a vela in balia di onde morbide illuminate solo dai bagliori della luna.

Nessuno parla, ma non perché ci sia stanchezza o sovrappensiero, nessuno parla perché non si vuole disturbare. Forse questo è l’unico momento di pace che hanno durante la giornata. Non si ha da sapere.

Nessuno chiama la madre per sapere a che ora viene servita la cena o peggio ancora cosa ci sia da mangiare.

Nessuno, e questo è un bene, almeno per me.

Cosa ne so io.

Cosa ne so io – 4) il furto

22 Gen

E mentre mi godo la vista di questa ragazza immersa nei suoi pensieri affannandomi verso il prossimo gate, mi chiedo perché la gente sia disonesta.

Stiamo scendendo dall’aereo, il ragazzo davanti a me si alza, appoggia il telefono nero sul sedile nero. Apre la cappelliera. Tira fuori un trolley nero, uno zaino nero, una giacca e un cappello nero. Butta tutto velocemente sul sedile per far passare gli altri passeggeri. Si incastra con loro nel corridoio nonostante sia ritornato al suo posto.

La sua difficoltà a muoversi nello spazio è tangibile. Incastra il braccio nella giacca e non riesce a infilarsi quell’altro. Rischia di decapitare il passeggero di fianco mettendosi lo zaino. Nel frattempo gli scivola il cappello per terra e per raccoglierlo prende una testata sul trolley di quello che stava passando e gli ricade di nuovo.

È pronto, è finalmente pronto. Posso scendere anche io senza intaccare la mia incolumità. Mi accorgo mentre mi sto vestendo che ha dimenticato il cellulare nero sul sedile nero, e il cappello per terra. È troppo avanti oramai per urlarglielo, travolta da un fiume di gente nel corridoio.

Mi giro indietro per cercare l’hostess per dirle del cellulare, non la vedo. Dopo due secondi mi rigiro. Del cellulare nero è rimasto solo il sedile nero. Del cappello nero è rimasta solo la moquette grigia.

Quella convinzione di essere furbi quando invece si è solo dei poveri coglioni.

Cose che non so.

Cosa ne so io – 3) il maleducato

22 Gen

Respiro piano nonostante la partenza del volo sia stata modificata due volte.

Respiro piano nonostante mi abbiano già avvisata che perderò la coincidenza e arriverò due ore dopo.

Respiro piano anche se ho comprato sei forcine per capelli, i becchi d’oca per intenderci, a sei euro e novanta, per poi ritrovarmi, cinquanta metri più in là un negozietto che le faceva a venti centesimi l’una.

Respiro piano mentre mi avvicino alla cassa per ordinarmi un panino. Respiro pianissimo, tanto questo disastro non posso fermarlo.

Non c’è nessuno, sono davanti alla cassiera che non mi guarda. Io sto per ordinare. Mi passa davanti uno e ordina.

Non mi capacito. Mi passa davanti uno e ordina, senza guardarmi, come se fossi invisibile.

Io lo guardo e sto cercando di capire se dietro a quell’atteggiamento da pezzo di merda ci sia magari una persona sommersa da pensieri, da problemi o magari da malinconie e rimorsi che lo tormentano. Ma non è così.

Faccio un passo indietro.

Ma io vedo solo un pezzo di merda.

Lo lascio fare, non vale la pena.

La cassiera continua a non vedere.

Io accenno un “La pietà l’è morta, ma pure la cavalleria non scherza”. Ma nessuno mi ascolta. La cassiera fissa il vuoto e di lui è rimasta solo la scia di puzza. Di puzza di merda.

Cosa ne so io.

Cosa ne so io – 2 L’americana

22 Gen

La prima volta che sono andata in America è stata alla fine della terza media, da sola, a trovare mia zia. Il primo pensiero che mi balza in testa è che in un mese ho preso dieci chili.

E ora ho questa americana davanti a me, in partenza anche lei, con i tipici calzetti bianchi di spugna, corti, quelli che ho adorato quando a tredici anni mia zia me li ha portati in aeroporto al mio arrivo. Con il pon pon dietro. Tutti color pastello. Un sogno. In Italia non esistevano. I miei compagni mi hanno invidiata per mesi. Solo per quello, è inutile aggiungere altro.

La signora ogni tanto mi guarda e io la guardo, mi vengono in mente solo i calzetti. Mi viene in mente di chiederle se oltre a quegli stupidi pezzi di stoffa, di cui loro tanto si vantano, hanno anche qualcosa da dirci, qualcosa da mostrarci di minimamente intelligente.

Sì, oggi ho la rabbia dentro. E me la prendo con lei che potrebbe essere tutto, oppure una chiunque, oppure una nullità come me che in questo momento la sto giudicando perché mi ricordo solo cose futili di quella vacanza.

Ma anche se fosse una nullità? E poi cosa vuol dire nullità. Nessuno lo è, neanche nelle peggiori situazioni, a parte me in questo momento.

Cose che non so.

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