Tiriamo le somme dopo un mese.

24 Nov

Due racconti brevi finiti, fatti decantare, riletti, fatti correggere mandati a un editore.

Il fatto che non abbia ancora risposto (facendo finta che probabilmente non risponderá mai) devo considerarlo come un “no news good news”, giusto?

Un serie di racconti che dovrebbero tutti intrecciarsi nel finale. Sono a metá lavoro, ma non essendo mai stata capace nella mia vita di intrecciare qualcosa a partire dalle trecce della Barbie, ho come il sospetto che si trasformerá in un garbuglio inestricabile e, come tutti i garbugli appunto inestricabili, lo getterò via per disperazione maledicendo il giorno in cui mi era venuta quella “brillante” idea di quel racconto.

Episodi di labirintite devastanti che si sono alternati a momenti, rari, di luciditá mentali ma che, in simultanea, mi accusavano di scrivere racconti banali.

Eppure sembrava così semplice quando ero al di lá del libro.(toh,la scoperta dell’acqua calda).

P.s. Santo, santo il mio amico editor.

L’ultimo tweet (per ora)

20 Ott

E così ci sono delle cose che mi sono capitate e mi stanno capitando ora che mi fanno riflettere non poco:

chi sono io veramente? Cosa voglio? Perché, perché, da quando sono nata, lascio sempre tutto a metá?

Mi entusiasmo, compro tutto il necessario, mi spremo le meningi per avere delle idee e poi dopo un pò mi stufo, anche quando all’orizzonte potrebbe intravedersi miracolosamente un risultato. Perchè?

Chiamiamola superficialità, paura, leggerezza, oppure nel mio caso associamoci la stanchezza del gestire una famiglia con tutti i suoi pro e contro, una casa, tutti gli impegni dei figli, del marito, due ore di treno, sette in ufficio che quasi mai é rose e fiori. Sommiamoci il cercare di sorridere quando vorresti già schiantarti a letto alle sette  di sera mentre i figli devono magari ancora finire di studiare, cenare, lavarsi … Sottraiamo alle ore di sonno i pensieri, le preoccupazioni, il cercare di mettere a posto tutto mentalmente prima che sorga l’alba, moltiplichiamoci i minuti liberi che vorremmo impiegare a fare altro, delle volte letteralmente buttate via sui social e troverete una persona, me in questo a caso, molto provata. 

Una persona che in questi anni ha scritto molto su twitter, sul blog, ma soprattutto racconti brevi, per lo più melanconici, che riempono pagine di moleskin e quaderni, tutti a metá nel cassetto, come tanti forse, ma io quei quaderni li vorrei finire, uno per uno.

Non sono nessuno io, non ho studiato niente di attinente alla letteratura, leggo molto, mi informo e basta ma, e sottolineo ma, riesco ancora a illuminarmi lo sguardo quando qualcuno mi parla di libri che non ho mai letto, autori fantastici che non avevo mai sentito nominare.

Ogni volta che a casa mi metto a scrivere, quelle poche volte che ho una briciola di ispirazione e che nessuno, ringraziando San Gennaro, mi interrompe, dopo le prime due frasi mi guardo intorno, guardo il solito drammatico casino che mi circonda e penso “chi sono io per scrivere quando c’é da stendere, mettere a posto, raccogliere la roba da terra, pulire il gas…” e una sfilza di cose che non finiscono più. Ora io mi urlo dentro “CHI SONO IO PER NON SCRIVERE, CHI”. Ed é quello che voglio fare sia che abbia talento oppure no, non mi importa voglio portare a termine questa cosa.

Così amici vicini e lontani mi assento un attimo, un attimo solo, giusto il tempo di finirne uno, prendere fiato e poi ricominciare, non é un addio, é solo un arrivederci.

È un periodo che per alcune cose ho tirato fuori le palle e ho vinto anche se dopo lunghe sofferenze mentre per altre devo imparare ad essere più coraggiosa e a volermi più bene, tutto qui.

Ciao amici, ciao.

  

Ottavo giorno al mare – il rientro

25 Ago

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con i nostri zaini, con i nostri trolley, con i  nostri sandali dorati e la nostra voglia di mare.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con le nostre rughe fra trent’anni, alcuni prima, alcuni dopo, alcuni mai, ma non saranno mai le stesse, cariche di storia come le loro, di valori, di forse occasioni perse.

Chissà i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con questi sguardi un po’ persi lontani, staranno pensando al terremoto, al loro orto o a come andare avanti o almeno a non tornare indietro.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Ci guardano e non scuotono neanche il capo in segno di disapprovazione, questo è un brutto segno, quello peggiore.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi, chissá.

 (Grazie, ai mille luoghi comuni sui milanesi che mi avete raccontato, erano tutti maledettamente veri)

Settimo giorno al mare – non storie

24 Ago

Giornata senza commenti ulteriori da fare.

La nuotatrice

È giá in acqua quando arriviamo, vorrei dire che nuota come una sirena ma non è così, però si muove lieve nel mare anche se sempre col viso corruciato.

Ma non è corrucciata è solo ipovedente.

“Solo”, mettiamolo tra virgolette, come quella sua “fatica” estrema nella deambulazione fuori dall’acqua, anche questa mettiamola tra virgolette, lei lo farebbe.

Nuota, dicevo, arriva a riva, si appoggia alla ragazza che la segue sempre, fa un po’ di piegamenti insieme a lei e poi torna in acqua, finalmente libera di muoversi come se volasse, come se non ci fosse nient’altro.

Ore in acqua, forse senza pensare, forse al contrario invece pensando troppo.

Una costanza continua, invidiabile, di rado vista. Che l’acqua sia gelida, che tiri il libeccio, che il cielo sia coperto, lei è lì.

Forse le hanno detto che muoversi in acqua fa bene per le sue articolazioni e lei ci ha creduto, ci ha creduto forte, ci ha creduto fino allo sfinimento perchè il crederci fa passare tutte le paure e le fatiche, il crederci è linfa vitale.

Poi vedi quelli grandi e grossi, con ogni centimetro di pelle ricoperto di tatuaggi tribali sentire l’acqua col piede e dire “oggi non sto buono” toccandosi la pancia, solo a trovare scuse, a trovare scuse e ancora a trovare scuse.

Vola, ragazza mia vola, tu che puoi, tu che vuoi, anche per qualcuno di noi.

Sesto giorno al mare – A vecchiarella

23 Ago

E così, manco se fossimo nella peggiore bidonville di Caracas o nella “Cittá della gioia” di Lapierre ma pensandoci bene dubito che anche lì succeda, mi vengono chiesti soldi per fare una foto.

Si tratta di un negozio sgarruppatissimo nella via principale del centro storico.

Visto da fuori l’interno del locale è quasi esclusivamente buio.

Non è un buio fusion per intenderci è proprio quel buio che se non sai dove mettere i piedi ti letteralmente ammazzi, insomma, sempre per intenderci non si vede un cazzo.
Si intravedono sagome di catini, funi, ammassi su ammassi di  cose che faccio fatica a distinguere ma pare che a nessuno dia fastidio la situazione.

Fuori, appese alle due porte aperte del negozio bambole fatte a mano, assemblate con pezzi di recupero, sinceramente brutte, ma comunque apprezzabili dal punto di vista della buona volontá.

Tiro fuori il telefono per fotografarle.

“Mi deve pagare”.

La voce flebile ma decisa arriva da una vecchina seduta intenta a far qualcosa con l’uncinetto a un metro dal negozio.

Vecchina che si intona perfettamente col negozio (se di negozio si può parlare) e con le sue vetustitá.

“Scusi?” Dico io sorpresa, come quelli che quì ordinano il famoso sorbetto arancia e peperoncino e poi si stupiscono che sia piccante.

“Mi deve pagare, ogni foto un euro”.

“No guardi, io non pago nessuno, specie per una foto che per inciso non ho neanche fatto”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

(Come esercizio cervicale per i passanti è fantastico e più avvincente di una finale del Roland Garros).

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

(L’esercizio aerobico per i passanti continua, qualcuno indossa la fascia tergi sudore, qualcuno gli scaldamuscoli, un vecchietto si alza dalla sedia a rotelle e grida al miracolo, ma nessuno se ne importa, come ‘na carta sporca.)

“Chiamiamo i vigili e facciamo vedere loro che non l’ho fatta”.

“Allora chiamiamo i carabbinieri”

“Arrivederci”

“Arrivederci”

(Lo spettacolo è finito andate in pace)

Potrei tirare fuori la questione del principio ma non c’entra niente, è che avevo solo un pezzi da venti in tasca.

Comunque giuro che la foto non l’ho fatta.

 

Quinto giorno al mare

22 Ago

Ho visto più tatuaggi qui con “mamma” che in nessuna parte del mondo.

Ho visto vetrine di panetteria più invitanti di quelle di alta gioielleria.

Ho visto più taglie settime di reggiseno maschili qui che in Miss Poppea 2016.

Ho visto nonne rincorrere nipoti imbizzarriti per la spiaggia col boccone sulla forchetta.

Ho visto stanchi venditori ambulanti pachistani cedere sfiniti a bambine sotto i dieci anni che abbassavano vergognosamente i prezzi della loro triste mercanzia.

Ho visto anziane spiaggiate sul bagnasciuga, sfiancate da una probabile nottata a cucinare per sfamare l’intera famiglia al mare, stanche ma fiere a fissare l’orizzonte, custodi di tradizioni e segreti, chissá se avrebbero voluto diventare quello che sono, chissá cosa sognavano da giovani.

Ho visto ombrelloni di diverso colore, e sotto una storia, un profumo, un dolore.

Ho visto bambini parlare con la voce rauca di Pino Daniele e scendermi una lacrima.

Ho visto madri che urlando sulla spiaggia riescono a comunicare informazioni specifiche ai figli a 300 metri di distanza meglio  dei segnalatori con le bandierine sulle porta aerei.

Ho visto i miei figli indossare la maschera e il tubo alle nove, toglierla alle diciannove e romperci comunque i coglioni ogni dieci secondi, perchè perchè perchè?

Quarto giorno al mare – soldato Jane

21 Ago

Che poi dopo diversi anni in Romagna con la famiglia a farci sfondare le orecchie con “Danza Kuduro” dall’animatore asfittico di turno, stendiamo qui alla pace e al silenzio il tappeto rosso.

Non uno stereo sulla spiaggia, non un alto parlante che strepiti il nome del bambino Ciro di turno sperduto tra gli ombrelloni, che poi per inciso ogni bagno ha un 4×7 di fila per 3 bagni+1 micro spiaggia libera=impossibile perdersi.

La cosa più sconvolgente, direi quasi assurda per come purtroppo siamo abituati a vedere, è che quì il telefono sulla spiaggia è usato al massimo per farsi dei selfie, sempre con sfondi orribili o completamente in controluce, e non per telefonare, letteralmente fantastico.

I “locali”parlano, parlano e parlano e parlano ancora, e parlano sempre, e parlano comunque, e parlano ovunque, mentre tu ascolti parlano e mentre tu parli parlano, mentre guardi l’orizzonte perchè vuoi estranearti parlano, quando parli con qualcun’altro loro ti parlano, persino quando sei in mezzo al mare loro ti raggiungono … e parlano.

Parlare è bellissimo, riscoprire l’arte del comunicare e non sempre e solo del digitare, ma si seccherá mai loro la lingua?!

Per festeggiare l’abbandono della cena serale in hotel e seppur sbavanti al pensiero di un prodotto ittico tra le nostri fauci abbiamo preferito inaugurare “la grande fuga” sfondandoci di melanzane alla parmigiana che è stato tredici anni fa anche il piatto portante del nostro matrimonio.

E continuiamo la vacanza in una delle isole più belle del mondo senza che i figli si vogliano spostare di un centimetro dalla spiaggia perchè hanno giá trovato gli amichetti mentre noi vorremmo andare a visitare la qualunque.

Ps gira la voce in spiaggia che io sia un militare solo perchè ho raccontato dei miei brevetti sub e degli allenamenti da marina militare per ottenerli, ormai mi chiamano soldato Jane (panzotta compresa).

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