Racconti da Kiev – 95 – Volodymyr

30 Mag

Sono sempre con voi. In ogni passo che voi fate, in ogni metro che voi percorrete io sono lì, a vegliare su di voi. Rimango a distanza di due metri però, con il mio bastone per stare al vostro passo, per non disturbarvi, per lasciarvi vivere la vostra vita.

Non voglio che mi ricordiate come mi avete visto l’ultima volta, massacrato. Quello non ero io, era solo il mio corpo, non piangete, non piangete al ricordo. Non possiamo più farci niente, bisogna andare avanti. Io continuo a esistere anche se magari voi lo sperate ma non lo sapete con certezza.

Io continuo a esistere in ogni tramonto, proprio poco prima del momento in cui il sole sparisce tra le montagne o in ogni filo d’erba che distrattamente scorrete tra le mani mentre camminate in un prato.

Io continuo a esistere ogni volta vi scottate la lingua bevendo un the troppo caldo o quando vi rimane sulla guancia la briciola della torta che avete appena finito di mangiare.

Io continuo a esistere quando fissate il vuoto cercando di ricordare la mia voce o quando ritrovate tra i cuscini del divano la mia penna preferita.

Io continuo a esistere nell’amore che darete anche a qualcun altro, se vi nascerà un altro figlio, o prenderete un gatto o un poster colorato da appendere in soggiorno che un po’ vi ricorderà me.

Non abbiate paura a non riuscire a pronunciare più il mio nome, io comunque continuo a esistere.

Racconti da Kiev – 94 – Nazayia

29 Mag

Come quando guardi quei film dove da un momento all’altro arrivano gli UFO, quelli che mi obbligava a guardare mio fratello e non c’era verso di strappargli il telecomando dalle mani.

Già, mio fratello. Cosa darei ora per riaverlo qui con noi, a costo di guardarmi film sulle invasioni spaziali tutta la vita. Ci hanno restituito un guanto e la borraccia con gli unicorni che gli avevo regalato io, crivellata di colpi. Le unica cose che sono rimaste di lui come soldato, tutto il resto era irriconoscibile.

Prima che arrivino le astronavi di solito il cielo si fa piano piano nero, è questa la cosa che a me faceva sempre molto paura. Nuvole cariche di tempesta, fulmini come mitragliatrici, vento che spazza via le automobili e poi un fascio di luce dal cielo, poi un altro e un altro ancora. E poi iniziano i laser che distruggono tutto. Cosa vogliono da noi?

Cosa vogliono da noi questi alieni, come cosa vuole da noi questo Putin, che siamo dei poveri disgraziati in tutte le due storie. Che non viviamo neanche ma sopravviviamo e basta. Cosa dovete conquistare che tutte le cose più belle che abbiamo le state distruggendo e l’unica cosa che vi rimarrà sarà un cumulo di macerie e di terra arida sulla quale non si riuscirà a coltivare più niente, neanche le erbacce.

Chissà se avete fatto veramente due conti prima di iniziare tutto questo oppure vi siete fatti ispirare solo dalla rabbia. Spero solo per mio fratello che almeno il gioco sia valso la candela.

Racconti da Kiev – 93 – Yehor

28 Mag

È la prima volta che prendo un aereo. Wow, sono rimasto senza fiato quando siamo decollati e ora rimarrei attaccato al finestrino per il resto della mia vita. Mi sento come quegli astronauti che dall’oblò guardano il pianeta terra e magari si fanno un selfie, peccato che io il telefono non ce l’abbia. Dallo spazio tutto sembra bellissimo. Il blu dei mari e tutti i colori della natura che si scuriscono o schiariscono a secondo della profondità o densità. Ce l’ha insegnato il maestro di scienze.

È la prima volta che prendo l’aereo, perchè all’andata quando siamo scappati al gelo di notte, prima abbiamo camminato due giorni nella neve fino a che non abbiamo incontrato un pullman che ci ha portato al confine. E poi dopo un altro giorno di viaggio siamo arrivati in un piccolo paesino. Da lì il mio piede sinistro ha incominciato a non funzionare più definitivamento. Non volevo che nessuno mi togliesse la scarpa, piangevo in continuazione, alla fine hanno dovuto addormentarmi e quando mi sono svegliato tre dita non c’erano più.

È la prima volta che volo. Sto tornando a casa dai miei genitori che sono ancora miracolosamente vivi e che sono riusciti a rintracciarmi. Da quassù non si vede la cattiveria, l’arroganza, la prepotenza ma si vede solo che dal cielo siamo tutti piccoli uguali senza che nessuno sia più importante dell’altro.

È la prima volta che volo e da quassù però si vede chi si è comportato bene, sorvolando campi di papaveri in fiore o cittadine dove sono più gli alberi che i palazzi e chi invece si è comportato male dalle canne fumarie delle fabbriche, dai fiumi neri o… o… o… dai buchi delle bombe che si vedono anche da qui. Uno, due, tre, dieci …

Piccolo Yehor, stiamo quasi per atterrare gradisci qualcos’altro?

Sì, signora hostess, si sieda qui vicino a me, mi tenga la mano e mi prometta che questo volo durerà per sempre.

Racconti da Kiev – 92 – Mykyta

27 Mag

“La mia mamma era cattiva signora e non mi comprava mai il gelato. Invece lei è sempre buona con me, me lo compra?”

“Certo Mykyta, tutto quello che vuoi”

Visto che è una frase che ripeto in continuazione, la signora che mi ospita, dopo che la zia mi ha accompagnato al confine e poi è ritornata a combattere con la mamma, ne ha parlato al telefono con una sua amica. Io ascoltavo di nascosto da dietro la porta e lei usava parole tipo “oh, povera piccola, chissà quali sofferenze le hanno fatto patire” e quindi mi sta viziando all’inverosimile, per compensare la mia mamma cattiva. Gelati, caramelle, frittelle, abiti, giocattoli. La mamma cattiva fa il suo effetto.

Ma una mamma non è mai cattiva, anche se sembra ai figli, mi ha spiegato un giorno la signora, mentre io non le davo retto mentre parlava perché ingolosita dal contenuto dell’ennesima vetrina di pasticcini.

La guardo a bocca aperta, inclinando leggermente la testa a sinistra, lei incomincia a scrutarmi meglio, come un cane da caccia. Aveva intravisto qualcosa nella mia bocca, ma cosa? “Sì, sono piena di carie, perché mangio di nascosto le caramelle e non mi lavo mai i denti. Mia mamma non era cattiva, semplicemente non me le comprava perché sapeva di questo mio vizio, e non sapeva cos’altro fare, non era cattiva, no” confesso alla signora, in una valle di lacrime.

E poi riguardo. Riguardo la vetrina dei pasticcini ma spostando il fuoco più indietro solo sul mio riflesso.

E sono identica a mia madre, ma trent’anni più giovane. Gli stessi capelli biondi e occhi verdi, che abbiamo ereditato tutte e due dal nonno, famoso per non dire mai le bugie. E sono identica a te, con la stessa espressione a bocca aperta, però un po’ corrucciata, anche quando sono felice. Con quel modo di inclinare la testa nel lato sinistro quando non capiamo le cose. Quel modo di essere cocciute e di arrabbiarci se le cose non girano come vogliamo noi.Ma io invece ti ho usata. Ho approfittato del tuo essere lontana, probabilmente sfinita per tutti i combattimenti. Sicuramente dormi sotto gli alberi e mangi quello che trovi in giro, e vedi cose che non sapevi neanche esistessero. E provi dolore al cuore che pensavi che nessuno avrebbe potuto sopportare. E vorrei dirti che sono stata pessima e che ho pensato solo ai miei egoismi. Ma tu invece tu sei lì, ancora lì mi dicono. Mi dicono, mi dicono e mi dicono ancora.

Come, come potrà mai farmi perdonare?

Cute Little Girl Looking to The Window of a Store

Racconti da Kiev – 91 – Bohdan

26 Mag

Già, ci stanno tutti piano piano dimenticando, non appariamo quasi più sulle prime pagine dei quotidiani on line. Stiamo incominciando a stufare anche il lettore più resistente. Ce l’ha detto il nostro prof, quello che si collega dal fronte e ci fa lezione in DAD. Di solito fa lezione solo con gli universitari, ma qualche ora alla settimana la concede anche a noi delle medie, che siamo i fratelli più piccoli dei suoi alunni.

Ci spiegava l’altro giorno che in un paese siamo stati declassati in terza pagina perché nelle prime due si parlava di calcio, mentre in un altro siamo apparsi dopo i rimedi contro le punture della zanzara tigre.

E poi ancora che si lamentano che ce la saremmo dovuti cavare da soli. Troppo facile, dicono ancora, farsi aiutare. Già, troppo facile, dico io, se non fossimo stati aiutati nessuno si sarebbe salvato, nessuno.

E’ come essere circondati, da un momento all’altro da un muro alto, più del doppio di noi e ci dicono di arrangiarci, che possiamo benissimo farcela da soli a scavalcarlo. Senza scala, senza sgabello, senza corda, senza nessuno che ci tiri e che ci spinga. Intanto arriva la sete, poi la fame, poi il freddo, poi le malattie. E avremmo dovuto continuare a saltare per arrivare in cima, e ci abbiamo anche provato all’inizio, ma poi che senso aveva.

Lo sgabello o la corda che invece gli altri ci hanno lanciato ci hanno aiutato, ma non sapevamo che davanti a noi ci sarebbero stati altre decine di muri.

Fino a quando avranno voglia di darci qualcosa per superarli prima che si stufino?
Fino a quando avranno voglia invece di costruire tutti questi muri?

Mi suona il computer, è tempo di lezione.

“Prof”
“Dimmi Bohdan”
“Quando tutto sarà finito che cosa ci rimarrà dentro?

Del perché io faccia sempre domande complicate e fuori tema, dai tempi delle elementari, rimane per me un mistero.

“Rimarrà un grande vuoto Bohdan, che qualcuno sentirà la necessità di ricolmare totalmente come se questo periodo non fosse mai esistito. Altri invece lo lasceranno così perché vorranno sentire l’eco della disperazione, altri ancora lo riempiranno solo a metà per non dimenticare il passato ma anche per continuare a vivere nel presente e se saranno fortunati anche il futuro. E a te Bohdan, cosa rimarrà dentro?”

“Mi rimarranno polvere, macerie, i miei parenti morti davanti a una stazione per colpa di un missile, famiglie sterminate per gioco, bambini rapiti o stuprati, morti abbandonati in mezzo alle strade, persone colpite da dietro ridendo, oggetti rubati dalle case di gente fuggita, o uccisa, fatta a pezzi, buttata nelle fosse.

Mi rimarrà il ricordo del profumo del panettiere sotto casa che già alle cinque del mattino sfornava e io anche d’inverno lasciavo le imposte aperte per farmi svegliare così, pensando di essere in paradiso. Non solo quel negozio, non solo casa mia, ma quel’intero quartiere non esiste più.

Mi rimarranno le carezze di chi mi ha ospitato, un letto caldo, acqua finalmente pulita da bere. Cerotti nuovi sulle miei infezioni e le sue lezioni che, forse a sua insaputa, mi hanno, anzi, ci hanno tenuto in vita fino a ora. Con le sue speranze, con la sua fame di trovare comunque del bello in tutto.”

Poi la connessione si interrompe, ma forse si era già interrotta prima e nessuno ha sentito.

Non importa avevo bisogno di sentire che quelle parole uscissero dalla mia bocca, e sono uscite e per me, anche se non mi ha sentito nessuno, sono state una liberazione.

Racconti da Kiev- 90 – Leysa

25 Mag

Io me lo ricordo come se fosse ieri. Ero in ospedale, per un’infezione alla gamba, niente di che però i dottori avevano preferito tenermi lì anche la notte per vedere come reagivo agli antibiotici.

“Leysa vuoi che rimanga? Hai paura?”

“Ma figurati mamma, oramai sono grande, e poi sono le dieci di sera, ci rivediamo fra dodici ore, mica fra vent’anni. Portami il mio dolce preferito però, ricordati”.

“Ti voglio bene Leysa, a domani”

Quelle sono state le ultime sue parole che io abbia più ascoltato.

Erano i primi di aprile, non mi ricordo neanche più la data, qui ho perso il senso del tempo. Sono entrati nelle corsie verso le due di notte, con un passamontagna, preceduti da rumori di mitra e urla e ci hanno portati via, saremo stati una ventina. Abbiamo viaggiato per più di due giorni dentro a un camion e insieme a noi venti, che un po’ ci conoscevama di faccia ormai, se ne sono aggiunti altri lungo il tragitto, poi altri e poi altri ancora. Senza neanche lo spazio di alzarsi, di girarsi. Uno sull’altro a sbatterci addosso durante le curve.

E qui ancora bambine, bambini, ragazzi, ragazze che arrivavano da tutte le parti dell’Ucraina. Forse eravamo centinaia, forse migliaia. Non ho neanche più il senso dei numeri.

E ogni tanto qualcuno sparisce, io non faccio domande.
E ogni tanto qualcuno di nuovo appare, io non faccio domande.

Cerco di rendermi invisibile, di non guardare negli occhi nessuno. Di andare in cucina, quando tutti sono fuori a giocare per non parlare con nessuno. A infilarmi dentro la siepe quando gli altri sono dentro queste strane case. Ci guardano, ci controllano, ogni tanto indicano qualcuno, qualcuna. E quel qualcuno, qualcuna sparisce, per sempre.

Lo so mamma che non è colpa tua, anzi saresti voluta rimanere, ma forse ti avrebbero fatto del male se fossi rimasta, meglio così, che eventualmente facciano male solo a me.

Invisibile, voglio diventare invisibile, Dio almeno questo me lo devi.

Racconti da Kiev – 89 – Maksym

24 Mag

I patti erano questi, o almeno lo erano per me. Io vi insegno la mia lingua dei segni e voi in cambio ascoltate il mio cuore.

Il mio cuore ha bisogno di essere ascoltato nel profondo ed è veramente difficile farmi capire, nonostante i segni, nonostante le mie espressioni, nonostante io, sordomuto dalla nascita, possa esprimermi solo muovendomi. Non vi arriverà mai tutto quello che sento, perché è quasi impossibile arrivare là, solo dove il linguaggio può arrivare, solo dove le parole possono colpire. Cogliere ogni sfumatura. Uso anche le lacrime per arrivare dove i miei gesti non arrivano.

Vi insegno piccole cose. A dimostrare affetto, a chiedere da mangiare, a dire che fa freddo. Io invece vorrei chiedervi da quand’è che oramai non ci si scandalizza più di tutte queste persone che muoiono. Da quand’è che si è fatta l’abitudine di scavalcare i morti per strada, quasi addirittura che ci diano fastidio. Da quand’è che continuate a parlare di tutti quelli della vostra famiglia che sono stati uccisi, quasi come se vincesse quello che ne ha avuti di più.

E invece continuo a gesticolare lento, per insegnarvi a “dire” mela, oppure che avete sonno, oppure di andare a nuotare. E il mio turno non arriva mai. Perchè pensate che non abbia niente da dire.

“Maksym, Maksym”. Non è un suono, non lo sentirei, ma è il movimento di due labbra davanti a me, della nuova ragazzina che è arrivata ieri, quella con le lentiggini in viso, che si è sbracciata per attirare la mia attenzione, come se fosse una naufraga.

E’ il suo turno per imparare, chissà se poi vorrà ascoltarmi.

Mi fa segno di mettere le mani sulle orecchie, come se io potessi ascoltare, e le mette anche lei.
Poi mi fa segno di fare silenzio, come se io potessi parlare, e fa silenzio anche lei.

Mi indica il cuore e poi mette le sue mani a fiore chiuso, davanti a me, che molto molto lentamente si apre e sboccia.

Non ho più voglia di gesticolare, è andata così in profondità con questi suoi gesti che a me non rimane che versame una lacrima, solo una per farle vedere quello che ho dentro

Grazie

Racconti da Kiev – 88 – Anastasya

23 Mag

“Nonna, nonnina”

“Dimmi Anastasya”

“Cosa compriamo oggi al mercato da mangiare?”

“Con tutti questi soldini” e mi mostra una manciata di monetine che saltella nella sua mano “possiamo comperare un sacco di cose”.

Ma io le monete le so riconoscere dalla dimensione e dal colore anche se ho solo cinque anni, me lo ha insegnato mia mamma dicendomi che così prima lo imparavo prima non mi fregavano con i resti. “Cosa sono i resti mamma?”. Una domanda alla quale non ho mai ricevuto risposta

“Nonna nonnina, quindi con tutti questi soldi possiamo prenderci un bel pollo arrosto?”
“Non esagerare, al massimo possiamo prenderci delle cipolle, patate, carote, spinaci e farci una bella zuppa profumata.

“Nonna nonnina, perché se siamo tutti in fila c’è sempre qualcuno che vuole passare prima inventandosi tutte le scuse del mondo?”
“Perché pensa Anastasya se fossimo tutti uguali, non sarebbe noioso?”.

“Nonna nonnina, perché ci sono dei signori che ci hanno bombardato e siamo dovuti scappare e poi piangere, e poi riscappare ancora per finire poi qui, in questo paesino dove non conosciamo nessuno?”

“Perchè cara nipote ci sono delle persone che pur di diventare potenti, farebbero qualsiasi cosa. Forse non hanno capito che visto che tutti noi prima o poi moriremo, forse sarebbe meglio impiegare il tempo facendo solo cose belle”.

“Nonna nonnina, dove sono la mamma e il papà?”

“Oltre alle verdure per la zuppa, mi aggiunge anche un pollo arrosto per piacere, glielo pago quando posso”.

Il mio sorriso risplende come la luna in una notte di luna piena. Per un attimo scordo tutto e penso solo di non vedere l’ora di tornare a casa per addentarlo dopo tre mesi. Per un attimo.

Racconti da Kiev – 87 – Martyn

22 Mag

“Perché solo tu mi puoi capire, amico mio”.

Sono arrivato qui il mese scorso, con la nostra vicina di casa e i suoi figli, ospiti di questa famiglia. Io e gli altri tre bambini dormiamo nel solaio che odora di naftalina e mi ricorda mia nonna. Dormiamo in un grande letto, dove ci sono però anche vecchi mobili ricoperti da lenzuoli, bauli e qualche statua. La mia vicina invece dorme sotto, nella camera degli ospiti. Sono fortunato perché sono capitato in una famiglia molto accogliente e dove posso parlare la mia lingua. A non tutti è capitata la stessa sorte, eppure io non parlo. Mi manca la mia di famiglia, mi manca mia sorella che è ricoverata in Russia insieme a mia zia. Mia madre e mio padre a combattere. Non parlo, non parlo con nessuno, troppo il dolore, la mancanza, la perdita anche se sono ancora vivi.

Solo tu mi capisci, mi basta avvicinarmi e tu ti fermi. Ti posso confessare le mie più grandi paure e tu stai lì ad ascoltarmi, senza voler giocare come al solito. Ti parlo pianissimo sollevandoti l’orecchio, così che nessuno possa ascoltare e alla fine ti do sempre un bacio sulla testa dopo averti ringraziato, per avermi dato fiducia, per potermi io fidare di te. Un attimo dopo torni a giocare con la pallina, ma solo dopo il bacio, così oramai da un mese.

Sono contento che tu senta il mio dolore e che lo rispetti, non come alcuni che ci invitano a parlare o a giocare come se fossimo fenomeni da baraccone, solo perché veniamo dall’Ucraina che fino a ieri nessuno sapeva dove fosse.

Certo, ogni tanto mi piacerebbe che tu abbaiassi il mio nome “Martyn, Martyn”, quando io faccio finta di lanciarti la pallina mentre tu impaziente vorresti solo correre per recuperarla, ma va bene così.

Grazie di esserci.

Racconti da Kiev – 86 – Yeva

21 Mag

Mio padre è come gli inglesi. Se loro ti propongono il the per ogni occasione: nascita, matrimonio, funerale, tsunami, tromba d’aria che ti porta via la casa, anche lui fa lo stesso, ma lo fa con la musica jazz.

Quando il 24 febbraio ha acceso la radio e ha sentito solo voci concitate che parlavano di invasione, l’ha spenta subito, ha radunato la famiglia e ha fatto segno di sederci sui divani. Si è avvicinato al mobile dei vinili e sfiorandone uno a uno con l’indice e il medio della mano destra ha scelto John Coltrane, con “Blue train”. Lo mette sempre quando vuole schiarirsi le idee, noi figli oramai lo conosciamo a memoria. Quasi undici lunghissimi minuti in cui tutti abbiamo dovuto trattenere il fiato e aspettare la sua decisione che di solito è sempre quella perfetta. Mentre lui pensava, per noi figli è stato, come al solito, un esercizio di pazienza. Lo stare in silenzio e fermi però ci ha insegnato a riflettere e a calmare gli animi quando sono agitati.

Mi aspettavo un lungo discorso, almeno a me che sono la più grande dei tre, dove mi avrebbe spiegato cosa ci sarebbe successo e il perché di questa guerra e invece, uscito dalla trance della musica, ha solo detto una parola “restiamo”, e lì ha chiuso il discorso.

Ora a distanza di tre mesi ha deciso di partire. Il “restiamo” ci ha salvato la vita. Siamo stati uno dei pochi paesi non toccati né da bombe, né da soldati. Probabilmente mio padre, insegnante di storia, negli undici minuti di jazz, aveva riflettuto su quale sarebbe potuta essere la strategia dell’attacco e ha preso la sua decisione. E’ stata durissima lo stesso ma ci siamo salvati.

Carichiamo la macchina all’inverosimile, come se stessimo fuggendo. Ma in effetti stiamo fuggendo,e anche di fretta, con la nostra famiglia al completo, nel bagagliaio, che non avremmo mai potuto lasciare. Perché se si fugge, si fugge tutti.

Schiaccia ON sull’autoradio, infila un CD, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, “Dream a little dream of me”, come non riconoscerli, è sempre stata la nostra canzone del lieto fine. Noi intanto ci addormentiamo senza finalmente pensare più a niente.

vengodalmare

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