La bellezza delle donne

24 Feb

Sono stati scritti saggi e trattati sulla bellezza delle donne fino allo sfinimento.

Si passa dal “che in ogni circostanza deve apparire come se fosse appena uscita dal parrucchiere e dalla boutique più chic” al “la bellezza si identifica anche nel permettersi (o fregarsene) di andare dal panettiere sotto casa con una giacca sopra il pigiama e i bigodini in testa”.

Brutte che vogliono sembrare belle.

Belle che vogliono sembrare brutte.

E che tutte le altre si arrangino come possono.

Ma non ci sono belle, ne tanto meno brutte

La bellezza è un fatto personale.

Ti senti bella? Allora sei bella e che gli altri si impicchino.

Bisognerebbe pensare meno alle imposizioni modaiole, al confronto con le colleghe, alle sfide con le altre mamme, all’invidia verso le modelle sul giornale.

Penso al passaggio dai miei venti ai trenta, un disastro.

Dai trenta ai quaranta, forse meglio ma :

Smog, stanchezza, ufficio, figli, pendolarismo, attività fisica, crema anti rughe, non ci sto più nei pantaloni, latte scremato, mi vanno di nuovo bene, zampe di gallina intorno agli occhi, sguardo che racconta una storia, buccia d’arancia sulle gambe,  ci faccio una spremuta.

Cosa volevo essere, cosa diventare.

Ho inseguito tutta la vita uno stile d’abbigliamento che non sono mai riuscita a trovare, la coerenza degli abbinamenti non abita certo qui.

Ho sempre chiesto al parrucchiere un taglio semplice che si “pettini da solo” perchè ho sempre odiato le spazzole, ma ho sempre sognato i capelli mossi e perfettamente immobili che solo un container di lacca e piastra possono modellare.

Ho sempre amato lo sport praticato, ma quasi a quarantacinque anni mi accorgo che davanti allo specchio, solo con i mutandoni di nonna papera, non lo so se faccio tutta questa porca figura.

Eppure spesso mi piaccio comunque per quella che sono.

Per l’elastico dell’ufficio usato per fare il codino sapendo giá che la sera griderò per toglierlo.

Per i miei scarponcini da montagna in mezzo ad una dozzina di tacchi in ufficio.

Per sollevare lo spirito delle amiche quando hanno problemi che per loro sembrano insormontabili.

Per sdrammatizzare sempre, o quasi, perchè sopra le nuvole c’è sempre il sole.

E alla fine se si ricorderanno di te, e ribadisco se, sará per come li hai fatti sentire e non per il tacco 12 all’ultimo grido con double plateau che indossavi.

Ma questa è pura banalitá se penso che ho avuto mille anni fa un moroso che per tre mesi mi ha tediato con la storia che avrei dovuto copiare il modo di vestire del momento

L’ho lanciato nell’iperspazio, e forse è ancora lì che gira.

A parte tutto, non  facciamoci mai dire dagli altri come siamo,   ma soprattutto come dovremmo essere, mai.

Se l’ha detto la TV è vero.

29 Dic

“Sto ascoltando alla radio Teresa de Sio che canta ” voglia ‘e turnà”. Avrò avuto 10 anni quando mia mamma me la faceva ascoltare mille volte al giorno, sempre e solo in primavera, mi ricordo ancora le finestre aperte del salotto in casa per far entrare la prima brezza tiepida dell’ anno, i capelli di mia mamma svolazzavano ed era felice, ma felice veramente, tornava bambina e incominciava a fissare il vuoto ricordando chissà che cosa e con la bocca abbozzava un sorriso. Non l’ ho più vista così, che peccato.”

(dal mio blog dell’8 marzo 2010)

Chissà a che cosa pensa quando il suo sguardo all’improvviso da lucido diventa opaco, come quello di un pesce lasciato troppo tempo sul bancone del super, e incomincia a fissare il vuoto.

Chissà che cosa si domanda, quando si guarda allo specchio e la senti sussurrare delle risposte alla sua immagine riflessa.

Chissà di che cosa ride, quando lo fa maliziosamente da sola, abbassa la punta del naso e abbozza il coprirsi il volto con la mano sinistra.

In quarantaquattro anni mi chiedo dove tu sia stata durante tutta la tua presenza con me.

Io ti parlavo e tu rispondevi altro.

Io ti raccontavo un segreto e tu lo andavi a raccontare in giro, quasi come se non fossi stata tua figlia, quasi se l’informare il diretto proprietario fosse stato più importante dei miei sentimenti.

Affettiva, anaffettiva, carezze, sberle, oggetti lanciati addosso, storie raccontate teneramente sulle ginocchia, unghie piantate nella carne, parolacce a denti stretti per non farti sentire dagli altri, l’aspettarmi con la scopa in mano quando tornavo da scuola forse sperando che avessi preso un brutto voto per usarla su di me.

Forse, anzi probabilmente, saranno stati di più i bei momenti che quelli brutti, per forza, deve essere così, anche per la famiglia più disagiata, eppure io non me li ricordo.

Eppure ripeto, mio malgrado, io ricordo solo quelli brutti, quelli che non riguardano solo la violenza fisica o quella verbale.

Quella per cui un genitore, che dovrebbe fare scelte oculate e coerenti per mantenere una certa serenità mentale al proprio figlio, invece è come se tirasse la monetina per ogni cosa.

Quindi se ieri avevo avuto il permesso di fare una cosa, oggi non potevo più farla, quella per cui ogni scusa era buona per un castigo, quel “vedremo” che veniva usata come risposta standard che terminava quasi immancabilmente con un no.

E io intanto alla deriva delle sue decisioni, e io intanto senza punti  cardinali per orientarmi, dove la N sulla mia bussola interiore non portava al Nord ma al No.

E io che crescendo mi sono sempre detta di farmi forza e non soppesare tutte le parole che mi diceva, lo facevo per andare avanti, per non impazzire, perché comunque non avrei capito la sua filosofia di ragionamento.

“Mamma, ci sposiamo a settembre” – “Vediamo se io e papà saremo liberi per venire”.

Continua, continua, cara mamma, nonostante tutto, nonostante il non aver voluto, ma spero vivamente a questo punto il non aver potuto, comprenderci, abbracciarci dentro, amarci anche a distanza,  a dare retta solo alla TV, e al tuo “se l’ha detto la Tv è vero”, che questo possa darti un po’ di quella serenità e di certezza che noi, come figli instabili, non siamo mai riusciti a darti.

graham-1

 

Tiriamo le somme dopo un mese.

24 Nov

Due racconti brevi finiti, fatti decantare, riletti, fatti correggere mandati a un editore.

Il fatto che non abbia ancora risposto (facendo finta che probabilmente non risponderá mai) devo considerarlo come un “no news good news”, giusto?

Un serie di racconti che dovrebbero tutti intrecciarsi nel finale. Sono a metá lavoro, ma non essendo mai stata capace nella mia vita di intrecciare qualcosa a partire dalle trecce della Barbie, ho come il sospetto che si trasformerá in un garbuglio inestricabile e, come tutti i garbugli appunto inestricabili, lo getterò via per disperazione maledicendo il giorno in cui mi era venuta quella “brillante” idea di quel racconto.

Episodi di labirintite devastanti che si sono alternati a momenti, rari, di luciditá mentali ma che, in simultanea, mi accusavano di scrivere racconti banali.

Eppure sembrava così semplice quando ero al di lá del libro.(toh,la scoperta dell’acqua calda).

P.s. Santo, santo il mio amico editor.

L’ultimo tweet (per ora)

20 Ott

E così ci sono delle cose che mi sono capitate e mi stanno capitando ora che mi fanno riflettere non poco:

chi sono io veramente? Cosa voglio? Perché, perché, da quando sono nata, lascio sempre tutto a metá?

Mi entusiasmo, compro tutto il necessario, mi spremo le meningi per avere delle idee e poi dopo un pò mi stufo, anche quando all’orizzonte potrebbe intravedersi miracolosamente un risultato. Perchè?

Chiamiamola superficialità, paura, leggerezza, oppure nel mio caso associamoci la stanchezza del gestire una famiglia con tutti i suoi pro e contro, una casa, tutti gli impegni dei figli, del marito, due ore di treno, sette in ufficio che quasi mai é rose e fiori. Sommiamoci il cercare di sorridere quando vorresti già schiantarti a letto alle sette  di sera mentre i figli devono magari ancora finire di studiare, cenare, lavarsi … Sottraiamo alle ore di sonno i pensieri, le preoccupazioni, il cercare di mettere a posto tutto mentalmente prima che sorga l’alba, moltiplichiamoci i minuti liberi che vorremmo impiegare a fare altro, delle volte letteralmente buttate via sui social e troverete una persona, me in questo a caso, molto provata. 

Una persona che in questi anni ha scritto molto su twitter, sul blog, ma soprattutto racconti brevi, per lo più melanconici, che riempono pagine di moleskin e quaderni, tutti a metá nel cassetto, come tanti forse, ma io quei quaderni li vorrei finire, uno per uno.

Non sono nessuno io, non ho studiato niente di attinente alla letteratura, leggo molto, mi informo e basta ma, e sottolineo ma, riesco ancora a illuminarmi lo sguardo quando qualcuno mi parla di libri che non ho mai letto, autori fantastici che non avevo mai sentito nominare.

Ogni volta che a casa mi metto a scrivere, quelle poche volte che ho una briciola di ispirazione e che nessuno, ringraziando San Gennaro, mi interrompe, dopo le prime due frasi mi guardo intorno, guardo il solito drammatico casino che mi circonda e penso “chi sono io per scrivere quando c’é da stendere, mettere a posto, raccogliere la roba da terra, pulire il gas…” e una sfilza di cose che non finiscono più. Ora io mi urlo dentro “CHI SONO IO PER NON SCRIVERE, CHI”. Ed é quello che voglio fare sia che abbia talento oppure no, non mi importa voglio portare a termine questa cosa.

Così amici vicini e lontani mi assento un attimo, un attimo solo, giusto il tempo di finirne uno, prendere fiato e poi ricominciare, non é un addio, é solo un arrivederci.

È un periodo che per alcune cose ho tirato fuori le palle e ho vinto anche se dopo lunghe sofferenze mentre per altre devo imparare ad essere più coraggiosa e a volermi più bene, tutto qui.

Ciao amici, ciao.

  

Ottavo giorno al mare – il rientro

25 Ago

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con i nostri zaini, con i nostri trolley, con i  nostri sandali dorati e la nostra voglia di mare.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con le nostre rughe fra trent’anni, alcuni prima, alcuni dopo, alcuni mai, ma non saranno mai le stesse, cariche di storia come le loro, di valori, di forse occasioni perse.

Chissà i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con questi sguardi un po’ persi lontani, staranno pensando al terremoto, al loro orto o a come andare avanti o almeno a non tornare indietro.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Ci guardano e non scuotono neanche il capo in segno di disapprovazione, questo è un brutto segno, quello peggiore.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi, chissá.

 (Grazie, ai mille luoghi comuni sui milanesi che mi avete raccontato, erano tutti maledettamente veri)

Settimo giorno al mare – non storie

24 Ago

Giornata senza commenti ulteriori da fare.

La nuotatrice

È giá in acqua quando arriviamo, vorrei dire che nuota come una sirena ma non è così, però si muove lieve nel mare anche se sempre col viso corruciato.

Ma non è corrucciata è solo ipovedente.

“Solo”, mettiamolo tra virgolette, come quella sua “fatica” estrema nella deambulazione fuori dall’acqua, anche questa mettiamola tra virgolette, lei lo farebbe.

Nuota, dicevo, arriva a riva, si appoggia alla ragazza che la segue sempre, fa un po’ di piegamenti insieme a lei e poi torna in acqua, finalmente libera di muoversi come se volasse, come se non ci fosse nient’altro.

Ore in acqua, forse senza pensare, forse al contrario invece pensando troppo.

Una costanza continua, invidiabile, di rado vista. Che l’acqua sia gelida, che tiri il libeccio, che il cielo sia coperto, lei è lì.

Forse le hanno detto che muoversi in acqua fa bene per le sue articolazioni e lei ci ha creduto, ci ha creduto forte, ci ha creduto fino allo sfinimento perchè il crederci fa passare tutte le paure e le fatiche, il crederci è linfa vitale.

Poi vedi quelli grandi e grossi, con ogni centimetro di pelle ricoperto di tatuaggi tribali sentire l’acqua col piede e dire “oggi non sto buono” toccandosi la pancia, solo a trovare scuse, a trovare scuse e ancora a trovare scuse.

Vola, ragazza mia vola, tu che puoi, tu che vuoi, anche per qualcuno di noi.

Sesto giorno al mare – A vecchiarella

23 Ago

E così, manco se fossimo nella peggiore bidonville di Caracas o nella “Cittá della gioia” di Lapierre ma pensandoci bene dubito che anche lì succeda, mi vengono chiesti soldi per fare una foto.

Si tratta di un negozio sgarruppatissimo nella via principale del centro storico.

Visto da fuori l’interno del locale è quasi esclusivamente buio.

Non è un buio fusion per intenderci è proprio quel buio che se non sai dove mettere i piedi ti letteralmente ammazzi, insomma, sempre per intenderci non si vede un cazzo.
Si intravedono sagome di catini, funi, ammassi su ammassi di  cose che faccio fatica a distinguere ma pare che a nessuno dia fastidio la situazione.

Fuori, appese alle due porte aperte del negozio bambole fatte a mano, assemblate con pezzi di recupero, sinceramente brutte, ma comunque apprezzabili dal punto di vista della buona volontá.

Tiro fuori il telefono per fotografarle.

“Mi deve pagare”.

La voce flebile ma decisa arriva da una vecchina seduta intenta a far qualcosa con l’uncinetto a un metro dal negozio.

Vecchina che si intona perfettamente col negozio (se di negozio si può parlare) e con le sue vetustitá.

“Scusi?” Dico io sorpresa, come quelli che quì ordinano il famoso sorbetto arancia e peperoncino e poi si stupiscono che sia piccante.

“Mi deve pagare, ogni foto un euro”.

“No guardi, io non pago nessuno, specie per una foto che per inciso non ho neanche fatto”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

(Come esercizio cervicale per i passanti è fantastico e più avvincente di una finale del Roland Garros).

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

(L’esercizio aerobico per i passanti continua, qualcuno indossa la fascia tergi sudore, qualcuno gli scaldamuscoli, un vecchietto si alza dalla sedia a rotelle e grida al miracolo, ma nessuno se ne importa, come ‘na carta sporca.)

“Chiamiamo i vigili e facciamo vedere loro che non l’ho fatta”.

“Allora chiamiamo i carabbinieri”

“Arrivederci”

“Arrivederci”

(Lo spettacolo è finito andate in pace)

Potrei tirare fuori la questione del principio ma non c’entra niente, è che avevo solo un pezzo da venti in tasca.

Comunque giuro che la foto non l’ho fatta.

 

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