Se dovessi dire quali sono stati i momenti più felici della mia vita non avrei dubbi sul ricordarmeli.
Ricordo ancora i rumori assordanti dalla cucina, le pentole che sfrigolano, le urla del cuoco che i piatti erano pronti, la pasta che scottava, la brocca del vino della casa.
Ricordo ancora le tovaglie a quadretti, i bicchieri uno diverso dall’altro, il “soffiaci sopra che non è mai morto nessuno per un po’ di polvere” quando mi cadeva la forchetta per terra.
Ricordo mia madre con le lacrime agli occhi piegata in due dal ridere mentre mia nonna raccontava storie della sua giovinezza, mio padre che brindava per qualsiasi cosa, io e i miei fratelli che approfittavamo dei loro momenti di distrazione per ricoprire i primi di formaggio grattuggiato.
Ricordo che una volta al mese era sempre festa quando andavamo lì. Le tensioni, le disperazioni, le lotte, i dissapori sparivano immediatamente, e ogni volta che si usciva da quelle porte facevamo il conto alla rovescia per il mese successivo.
“Da Angelo” era casa. Angelo che non esisteva neanche. Nessuno di quel ristorante che si chiamasse così. Angelo non era neanche un loro parente più lontano, ma era stato scelto semplicemente perchè i tre proprietari, quarant’anni fa, per non litigare, ci avevano messo un nome di fantasia.
E gli anni sono passati.
Ci siamo andati ogni domenica anche senza mia nonna, poi senza mio padre, poi i miei fratelli sono andati a vivere all’estero, e poi senza mia madre, e ora ci sto portando l’amore della mia vita.
Perchè Angelo o meglio “Da Angelo”, come recita la scritta in verde fuori, è casa. E oggi, all’unico titolare sopravvissuto, quello che ci ha visto nascere, crescere e andare ognuno per la propria strada comunicheremo il nome del nostro primogenito che non è difficile da indovinare.
Chissà le lacrime.










