Quanto è difficile essere genitore.

25 Feb

Quanto è difficile essere genitore. Non è una domanda, è una constatazione.

Fuori nevica, fa freddo. Non siamo a meno venti gradi , forse saremo a meno due, ma comunque si gela. Il mio cane, mezzo maremmano abruzzese, è uscito un secondo in giardino, ha pisciato sulla punta delle zampe per non bagnarsi ed è tornato dentro a dormire al caldo. Se persino lui, “ragazzo di montagna”, col DNA da pastore abituato alle intemperie, preferisce starsene dentro non è tempo neanche da lupi allora.

Guardo fuori, penso ai miei figli.

Io, la danza della neve portata in giro dal vento, la tromba di Chet Baker, questo è tutto quello che percepisco ora.

Guardo fuori, ripenso ai miei figli.

Sono via con gli scout da ieri pomeriggio, vado a recuperarli tra qualche ora, mi mancano, alcune volte mi mancano tantissimo, come ora. Anche se per disperazione spesso, quando vanno via per qualche ora, basta anche una festa di compleanno per sentirmi sollevata, quasi rinata. Sono umana, forse è normale, spero di si.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina, l’avrei spronata a dare il massimo, a essere tosta e cazzuta, a sopportare il dolore, la rinuncia, la fatica più di un maschio, come hanno insegnato a me. A saper fare mille cose, a non arrendersi mai, a rischiare a combattere per i suoi valori.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina l’avrei sicuramente mandata a scout con i pantaloncini corti anche d’inverno, come fanno quasi tutte le ragazzine del gruppo dei mei figli, e non con quelli lunghi come vanno i miei, accudita un po’ di meno per diventare più forte sotto tutti gli aspetti.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina, la avrei voluta far crescere a mia immagine e somiglianza. Maschiaccio dentro e fuori, col nero sotto le unghie, il pantalone rotto sulle ginocchia e costantemente arrampicata sugli alberi. Ma se poi si fosse rifiutata, perché avrebbe preferito un mondo rosa fatto di tutù e unicorni? Lo avrei accettato?

Guardo fuori, penso ai miei figli, la neve cade senza disturbare.

Ieri alle tre poco prima di accompagnarlo, il piccolo mi ha minacciata di morte se gli avessi messo nello zaino guanti e cappello visto i nove gradi del pomeriggio, senza dare retta invece ai miei consigli. Oggi gelerà.

Ieri alle sei poco prima di accompagnarlo, il grande, dopo tre ore faticosissime di torneo di judo, si è violentemente arrabbiato perché non voleva raggiungere il fratello a scout, dicendo che era distrutto e che voleva passare il fine settimana tranquillo. “Tu mi porti alla morte” mi ha detto arrabbiato. L’ho fatto sorridere quando gli ho raccontato del “green mile”, anche se non è un argomento che fa sorridere. Dell’ultima cena dei detenuti, della sofferenza in quell’ultimo percorso. “Ti senti così figlio, così sofferente?”. “In effetti no mamma”, mentre pensava a quale sarebbe potuto essere il suo ultimo pasto.

Non sempre si riesce a ragionare, parlare, discutere senza arrabbiarsi, ma se anche solo il 5% dei miei discorsi riesce a non uscire dall’altro orecchio io la reputo una vittoria.

Guardo fuori, penso ai miei figli, continua a nevicare.

Uno si gelerà, ma non siamo sul K2, l’altro sarà sicuramente più stanco e probabilmente incazzato di ieri, ma anche questo è un percorso di crescita.

Guardo fuori, penso ai miei figli, nevica ancora.

Mi vesto, nonostante la fariginte e la tosse che non mi abbandona e porto fuori il cane. Anche lui è un maschio, e anche lui dovrà abituarsi a una “mamma” che cresce i maschi come fossero femmine per insegnare loro la bellezza ma anche la fatica della vita.

Piano piano però, con i maschi ci vuole pazienza, una grande pazienza.

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La corda (dialoghi con me stessa)

17 Gen

Hai finito di tirare troppo la corda con te stessa?

Mmmm, ci devo pensare.

A cosa devi pensare?

Se smollandola un po’ non sarebbe tutto troppo facile.

Ti sei mai chiesta se invece quello non sarebbe il primo passo verso l’agognata serenità?

Non me lo sono mai chiesta. Ho preso il carattere da mia nonna. Grande rigidità e rigore verso se stessa. Dare l’esempio sempre. Olio di gomito, vietato stare con le mani in mano, il tutto fino allo sfinimento del corpo e dell’anima.

E questo ti fa sentire realizzata, felice?

Non lo so, ma non mi fa pensare, se lo facessi forse crollerei.

Forse allora sarebbe meglio crollare, anche solo per un attimo, per poi ricominciare, e guardare il mondo come avresti voluto vederlo da bimba se fossi stata una dei personaggi di Holly Hobbie. 

Ti ricordi come mi dicevi sempre? “vorrei essere lei, non mi si vedrà la faccia ma mi si vedrà sicuramente il cuore”.

Va bene mi fido, ma tu tienimi la mano.

Non aspettavo altro, da tanto tanto tempo.

I soliti maledettisimi buoni propositi

28 Dic

Una volta ci credevo veramente ai buoni propositi. Così come una volta credevo a Babbo Natale, alla fatina del dentino, al cambiamento delle persone e ai miei genitori che non sarebbero mai morti. Compravo la mia bella agenda colorata,  scrivevo al primo di gennaio dodici cose, una per ogni mese, che avrei voluto fare o che avrebbero fatto migliorare me stessa. Le riportavo al primo di ogni mese e giorno per giorno scrivevo, anche solo una riga, su quello che ero riuscita a fare per raggiungere il mio micro obbiettivo.

Poi piano piano si smette di credere a tutto, o almeno io ho smesso. Ho smesso di credere alla magia che sempre e comunque ci circonda perché presa da troppi impegni, ho smesso di credere che rilassandosi si ottengano più cose che arrabbiandosi, ho smesso di credere che un sorriso spesso curi più di mille medicine, ho smesso di credere che potrei avere la facoltà di diventare ogni giorno una persona migliore se solo lo volessi.

Per me è sempre un po’ più facile essere aggressiva, con la battuta pronta, tendenzialmente scorbutica e acida, per azzittire “l’avversario” e non mostrare così le mie fragilità. L’apparire, ma non l’essere,  sempre forte mentalmente e fisicamente. Il non chiedere mai nulla, l’andare avanti come un mulo, tirando il carretto della vita: sugli sterrati, sulle mulattiere in salita, sui pendii scoscesi.

Che fatica, che fatica essere così ogni maledetto giorno. Caricandomi così le spalle di tutti i problemi, le preoccupazioni, le turbe e i malumori degli altri. Per sgravarli, per farli soffrire meno.

Ma anche il soffrire e il faticare deve comunque far parte della vita di ognuno, se no non si cresce.

Il mo unico buon proposito per il 2018 sarà quindi lo sbelinarmi (in genovese parlando) un po’ delle magagne altrui per vivere con un pizzico in più di leggerezza.

(Oggi con due giorni di anticipo ho messo in pratica il mio bel dito medio, e sono andata a fare la doccia, nei confronti dei figli per i compiti, specie dopo che:

Si son buttati per terra per non farli

Si sono picchiati e insultati

Hanno sbattuto lo sbattibile.

RANGESS si dice qui a Milano (che poi quando sono uscita dalla doccia li stavano facendo, mah).

 

Il buco (tratto da una storia vera)

30 Nov

Come quel buco di memoria che ti si piazza in mezzo al cervello, proprio quando arrivi finalmente alla cassa, dopo aver combattuto ore durante i saldi, con altre assettate di abbigliamento come te, e non ti fa ricordare il codice PIN del bancomat.

Tutta quella merce guadagnata a suon di strattoni, file interminabili ai camerini, minuti e minuti a spogliarti  e rimirarti in un metro quadro, dove tutto sembra starti così stretto da non riuscire a respirare e tu sembri così grassa allo specchio che vorresti sfondarlo con un vetro.

E non vuoi specchiarti al di fuori della tendina immaginando già gli sguardi acidi delle altre e quindi ti sacrifichi per provare gli abiti, facendo contorsionismi degni della starlette del Circo di Monaco, ma alla fine ce la fai ed esci dal gabbiotto con le dita a V in segno di vittoria, distrutta ma felice.

Questo si, questo no, con fare sprezzante, lanciandolo alla commessa. Questo si, questo dovrebbe essere una 44 ma invece è palesemente una 38 visto che non mi sta, rilanciandolo alla commessa. Questo si, questo si e quest’altro si.

E quindi sei lì alla cassa, ripeto, tocca a te. La merce è già stata conteggiata, piegata e messa nei sacchetti. E mentre porgi il tuo bancomat già immagini la scena di quando indosserai il ben di Dio.

“il PIN prego”. Bastano poche innocenti parole per farti andare nel panico.

Dopo averlo sbagliato due volte, esserti passata la tua vita davanti come un film, e sentire la maledetta pressione psicologica di quelle dietro di te che vorrebbero fulminarti, non vorresti comunque arrenderti. Cazzo l’ho digitato milioni di volte e proprio oggi, alle 15.27, con gli abiti dei miei sogni a un passo da me. Insomma, si tratta chiaramente di una questione di vita o di morte e non lo ricordo? Poi mi arrendo.

E così, allo stesso modo, ieri mi presento in farmacia, per acquistare la pillola anticoncezionale, era il primo giorno della nuova confezione e dovevo assolutamente prenderla.

Già non avevo la ricetta che mi ero dimenticata in ufficio, e avrei dovuto pregare lo stizzoso farmacista di darmela, sottobanco, senza ricetta. Poi aggiungiamoci pure che il nome non mi sovveniva più di tanto. Se poi ci infiliamo anche l’uscita imminente dei figli da scuola, poi il loro judo, il mio dentista e l’andare a riprenderli. Insomma, una vera e propria bomba a orologeria.

” Guardi dovrebbe essere la mercilon o la milvane, non mi ricordo più, ne ho cambiate diverse in tutti questi anni”. Dico in modo sbrigativo e nevrotico.

Mi fa vedere le confezioni, io tiro fuori il mio sguardo più dubbioso, acquisto quella che mi sembra la più simile alla mia, entro in macchina e la sventro.  Cazzo non è lei.

Rientro come una furia, facendomi dare quell’altra, la apro appena davanti a lui, come farebbe il più esperto baro di poker sulla piazza. “Neanche questa”, strepito e mi rifiondo in macchina alla volta della scuola.

Li lancio sul tatami, mi faccio punzecchiare da anestesia e trapano per un’ora dal sadico dentista.

Mi presento sfatta e dolorante in un’altra farmacia.

“Non mi ricordo più il nome. Non mi ricordo neanche il colore, ho il vuoto, aiutatemi”.

Assisto alla sfilata di tutti i casetti dei medicinali col toto nome dell’anticoncezionale da parte dei tre farmacisti.

Io fisso il vuoto intanto, mi sento come mia madre, persa nel buio cosmico.

Non mi ricordo neanche un’iniziale, un indizio, un movente, manco fossimo a Cluedo.

Incominciano a riempirmi la testa di nomi in ordine alfabetico, in ordine cromatico, in ordine di monofasica, trifasica.

Niente, mi sento l’indiano di qualcuno volò sul nido del cuculo dopo la lobotomia.

“Mi ricordo una M se può aiutare”, e si ricomincia  a cercare.

Nomi su nomi, io scuoto la testa ma con sguardo catatonico. (Mia madre, sto diventando come mia madre).

Quando finalmente, come nei migliori film dove disinnescano la bomba all’ultimo secondo, “Drospil”?

E il mio sguardo da fisso riprende vita.

Un boato.

Applausi.

Sipario.

(Sto comunque diventando come mia madre, se non per questo per altri suoi mille difetti).

 

Ottavo giorno al mare – tiriamo le somme

23 Ago

Tiriamo le somme, domani partiamo.

Cose che non si possono vedere:

1) l’assalto alle patatine fritte al buffet dell’antipasto, specie se circondato da trentanove meravigliosi vassoi stracolmi di verdure dell’isola cucinate da Dio. (Le patatine fritte dovrebbero essere bandite come l’ananas sulla pizza).

2) i selfie dovunque, ovunque e comunque. Persino in mezzo al mare, persino creando una scenografia con gli amici dietro, persino col sole alle spalle. (Maledetti gli inventori delle custodie per cellulari impermeabili e, a pari merito, maledetti gli squali campani che non se li mangiano tutti)

3) quelli che camminano sulla spiaggia facendo le video chiamate o mandando e ricevendo in continuazione messaggi vocali (mai che gli cada il cellulare in acqua, mai)

4) quelli che, mentre entrano in acqua, dicono alla moglie di stare attenta alla borsa sotto l’ombrellone e poi entrano nei negozi ancora col costume gocciolante e pensano pure di aver ragione solo perchè siamo al mare. (E in più nel negozio non comprano comunque un cazzo)

5) gli inglesi che arrivano in spiaggia tutti col cappello alla Ivan Lendl, pantaloncini e maglietta lunga anti Uv, faccia con sopra talmente tanti strati di crema che sembrano degli zombie. (Ma se ci dovete rovinare la vista e il panorama andate in montagna per Dio)

6) i miei figli, ma lo faccio anche io, che entrano nei negozi dei souvenir e devono toccare tutto anche quando si tratta di cristalleria e ci sono cartelli enormi che vietano di toccare. (A noi la famiglia di San Tommaso ci fa un baffo)

7) quelli che pensano che tutto quello che passa in TV sia vero e che per loro saremmo dovuti fuggire la sera stessa del terremoto magari attaccati a un drone per fare prima. (Bisognerebbe spegnere ogni tanto la TV e leggere un libro o anche piuttosto fissare un muro)

8) che il tempo dedicato a noi genitori, senza i figli che ci frantumassero i coglioni, è stato inferiore al 6%. (La frantumazione dei testicoli penso sia stata intorno al 9,5 su scala Richter, ma attendiamo conferme dai geologi).

9) quelli della vacanza mordi e fuggi, che arrivano romponi i coglioni sulla spiaggia perchè il loro asciugamano non ci sta, lui vuole tuffarsi, la moglie urla con la crema solare in mano rincorrendo i bambini, lui urla in piedi da uno scoglio che ha appena raggiunto a nuoto alla moglie di fargli una foto, e mentre urla ci scivola sopra. E la moglie urla, e i figli hanno schizzato tutti i vicini. E lui torna infuriato – forza muoviamoci, dobbiamo andare a visitare le altre spiaggie. E la moglie, l’unica che non era neanche riuscita a mettersi in costume, riimpacchetta tutti, figli compresi, e se ne vanno.

10) la sabbietta nel deretano che non ti abbandonerà più fino alla prossima estate.

Cose che non vorresti mai abbandonare:

1) il silenzio innaturale delle prime luci dell’alba ( quando nessuno ti parla, patrimonio dell’Unesco)

2) il sapore del basilico sulla pizza (mangerei solo quello)

3) la cortesia delle persone, con quel “Voi” per loro naturale ma che a me fa arrossire

4) non diciamo minchiate che qui nessuno vi frega

5) quando gioca il Napoli si paralizza tutto

6) e parlano parlano e parlano ancora. Ma se sai ascoltarli bene,  lo non parlano, narrano.

7) quei momenti anche se comunque inferiori al 6% ( e che cazzo!)

8) l’essere riuscita a leggere quasi quattro libri

9) il loro cuore grande.

10) il terremoto, perchè comunque capisci tante cose che prima non avevi capito.

Settimo giorno al mare – non credete sempre alla TV.

23 Ago

È dai tempi di Alfredino che non seguo una tragedia live in Tv. Non so quanto senso abbia, o almeno non ha senso per me. Il passo breve tra informazione e sciacallaggio, tra cronaca e tv del dolore oramai è brevissimo e io non voglio fare parte di questo ciclone infernale.

Da ieri sera, dopo la scossa, il mio cellulare, come tutti quelli degli altri presenti, ha incominciato a squillare senza sosta. Mi ha chiamata persino, mentre oramai verso le 23 dormivo, mia zia americana preoccupatissima perchè nei video live di “Rai international” non aveva visto il mio volto e pensava fossi sotto le macerie. Mia madre al contrario, che ho chiamato stamattina per tranquillizzarla, non sapeva invece nulla e la sua massima preoccupazione  giornaliera era comunque pagare le bollette in posta.

Mia sorella è a Barcellona, tanto perchè siamo sempre nel posto giusto al momento sbagliato.

Non ho visto un TG. Ho letto qualche articolo e sono stata di più informata dagli amici della “terraferma” che dai locali. O almeno, sono stata rassicurata dagli ischitani sul fatto che quellafosse una zona dal punto di vista geologico molto debole,  e le case antichissime sono state la ciliegina sulla torta. Tutta quell’ansia, quella tragedia, quell’Apocalisse di cui parlano tutti qui, negli occhi dei locali non si legge.
Qui non c’è panico, sembrerebbe tranquillo. Questo non vuol dire che non abbiamo preso delle precauzioni e che non abbiamo parlato più volte coi bimbi per le eventuali vie di fuga ma abbiamo deciso di rimanere, come tanti.

Eppure dagli articoli in giro sembrerebbe che la fuga dall’Egitto di Mosè e il suo popolo, al confronto, sia stata una scampagnata di quattro amici.

(Sono felice per i tre bimbi, tanto felice).

Sesto giorno al mare – la scossa

21 Ago

Che poi tu sei lì a cena che pensi a cosa scrivere sul blog la mattina successiva coi capelli scompigliati da un forte Libeccio in terrazza e la tavola mezza annacquata dai due, come al solito.

Sei indecisa se ricitare le tue punture di animale sulle chiappe che oramai sembrano essersi trasformate nelle sette stelle di Hokuto, o nell’avventura odierna col solito farmacista che ha fatto finta di non conoscermi per ripetermi tutte le raccomandazioni sullo stafilococco. (E mi raccomando il Napisan).

Vorresti raccontare le bellezze e le brutture, come al solito d’altronde, ma oggi a parte qualche solita incazzatura coi due, qualche compromesso e tanto vento è stata una giornata abbastanza fiacca.

Tutto questo fino a che la terra non ha tremato e le luci si sono spente.

Forse sará durato tre secondi e forse l’intensità sarà stato come quello di un peto. Non lo so ma non è importato. C’è stata e l’abbiamo sentita tutti. E ho scoperto che in questi momenti i figli col volto stravolto si affidano completamente a te, alle tue spiegazioni sulle placche terrestri, mentre mano nella mano li accompagni nei campi spiegando loro che è il posto più sicuro. E racconti che la terra è un pianeta vivo e quindi ha bisogno di muoversi ogni tanto. E cerchi di andare sullo scientifico senza affidarti ai santi per non creare panico. E parli parli parli, senza interruzione per far vedere loro che stiamo tutti bene per fortuna. Ma non è così per nessuno. Ne per loro che forse avranno ascoltato il dieci per cento di quello che gli abbiamo raccontato, ne per noi che mentre gli parlavamo, tenendogli sempre strette le mani, non ci siamo neanche ascoltati.

L’essere segnati da un evento così intenso, anche se fortunatamente solo per pochi istanti – ho detto ai miei figli  poco dopo che si sono accese le luci – non deve essere dimenticato mai, per farvi capire quali siano veramente le cose importanti nella vostra vita.

Sarà un mio difetto, lo ammetto, ma con i due, anche in questo caso, non mollo mai.

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