Ottavo giorno al mare – il rientro

25 Ago

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con i nostri zaini, con i nostri trolley, con i  nostri sandali dorati e la nostra voglia di mare.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con le nostre rughe fra trent’anni, alcuni prima, alcuni dopo, alcuni mai, ma non saranno mai le stesse, cariche di storia come le loro, di valori, di forse occasioni perse.

Chissà i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Con questi sguardi un po’ persi lontani, staranno pensando al terremoto, al loro orto o a come andare avanti o almeno a non tornare indietro.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi.

Ci guardano e non scuotono neanche il capo in segno di disapprovazione, questo è un brutto segno, quello peggiore.

Chissá i vecchi di Ischia cosa pensano di noi, chissá.

 (Grazie, ai mille luoghi comuni sui milanesi che mi avete raccontato, erano tutti maledettamente veri)

Settimo giorno al mare – non storie

24 Ago

Giornata senza commenti ulteriori da fare.

La nuotatrice

È giá in acqua quando arriviamo, vorrei dire che nuota come una sirena ma non è così, però si muove lieve nel mare anche se sempre col viso corruciato.

Ma non è corrucciata è solo ipovedente.

“Solo”, mettiamolo tra virgolette, come quella sua “fatica” estrema nella deambulazione fuori dall’acqua, anche questa mettiamola tra virgolette, lei lo farebbe.

Nuota, dicevo, arriva a riva, si appoggia alla ragazza che la segue sempre, fa un po’ di piegamenti insieme a lei e poi torna in acqua, finalmente libera di muoversi come se volasse, come se non ci fosse nient’altro.

Ore in acqua, forse senza pensare, forse al contrario invece pensando troppo.

Una costanza continua, invidiabile, di rado vista. Che l’acqua sia gelida, che tiri il libeccio, che il cielo sia coperto, lei è lì.

Forse le hanno detto che muoversi in acqua fa bene per le sue articolazioni e lei ci ha creduto, ci ha creduto forte, ci ha creduto fino allo sfinimento perchè il crederci fa passare tutte le paure e le fatiche, il crederci è linfa vitale.

Poi vedi quelli grandi e grossi, con ogni centimetro di pelle ricoperto di tatuaggi tribali sentire l’acqua col piede e dire “oggi non sto buono” toccandosi la pancia, solo a trovare scuse, a trovare scuse e ancora a trovare scuse.

Vola, ragazza mia vola, tu che puoi, tu che vuoi, anche per qualcuno di noi.

Sesto giorno al mare – A vecchiarella

23 Ago

E così, manco se fossimo nella peggiore bidonville di Caracas o nella “Cittá della gioia” di Lapierre ma pensandoci bene dubito che anche lì succeda, mi vengono chiesti soldi per fare una foto.

Si tratta di un negozio sgarruppatissimo nella via principale del centro storico.

Visto da fuori l’interno del locale è quasi esclusivamente buio.

Non è un buio fusion per intenderci è proprio quel buio che se non sai dove mettere i piedi ti letteralmente ammazzi, insomma, sempre per intenderci non si vede un cazzo.
Si intravedono sagome di catini, funi, ammassi su ammassi di  cose che faccio fatica a distinguere ma pare che a nessuno dia fastidio la situazione.

Fuori, appese alle due porte aperte del negozio bambole fatte a mano, assemblate con pezzi di recupero, sinceramente brutte, ma comunque apprezzabili dal punto di vista della buona volontá.

Tiro fuori il telefono per fotografarle.

“Mi deve pagare”.

La voce flebile ma decisa arriva da una vecchina seduta intenta a far qualcosa con l’uncinetto a un metro dal negozio.

Vecchina che si intona perfettamente col negozio (se di negozio si può parlare) e con le sue vetustitá.

“Scusi?” Dico io sorpresa, come quelli che quì ordinano il famoso sorbetto arancia e peperoncino e poi si stupiscono che sia piccante.

“Mi deve pagare, ogni foto un euro”.

“No guardi, io non pago nessuno, specie per una foto che per inciso non ho neanche fatto”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

“Lei l’ha fatta”

“Io non l’ho fatta”

(Come esercizio cervicale per i passanti è fantastico e più avvincente di una finale del Roland Garros).

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

“Allora non l’ha fatta come dice lei”

“Certo che non l’ho fatta come dico io”

(L’esercizio aerobico per i passanti continua, qualcuno indossa la fascia tergi sudore, qualcuno gli scaldamuscoli, un vecchietto si alza dalla sedia a rotelle e grida al miracolo, ma nessuno se ne importa, come ‘na carta sporca.)

“Chiamiamo i vigili e facciamo vedere loro che non l’ho fatta”.

“Allora chiamiamo i carabbinieri”

“Arrivederci”

“Arrivederci”

(Lo spettacolo è finito andate in pace)

Potrei tirare fuori la questione del principio ma non c’entra niente, è che avevo solo un pezzi da venti in tasca.

Comunque giuro che la foto non l’ho fatta.

 

Quinto giorno al mare

22 Ago

Ho visto più tatuaggi qui con “mamma” che in nessuna parte del mondo.

Ho visto vetrine di panetteria più invitanti di quelle di alta gioielleria.

Ho visto più taglie settime di reggiseno maschili qui che in Miss Poppea 2016.

Ho visto nonne rincorrere nipoti imbizzarriti per la spiaggia col boccone sulla forchetta.

Ho visto stanchi venditori ambulanti pachistani cedere sfiniti a bambine sotto i dieci anni che abbassavano vergognosamente i prezzi della loro triste mercanzia.

Ho visto anziane spiaggiate sul bagnasciuga, sfiancate da una probabile nottata a cucinare per sfamare l’intera famiglia al mare, stanche ma fiere a fissare l’orizzonte, custodi di tradizioni e segreti, chissá se avrebbero voluto diventare quello che sono, chissá cosa sognavano da giovani.

Ho visto ombrelloni di diverso colore, e sotto una storia, un profumo, un dolore.

Ho visto bambini parlare con la voce rauca di Pino Daniele e scendermi una lacrima.

Ho visto madri che urlando sulla spiaggia riescono a comunicare informazioni specifiche ai figli a 300 metri di distanza meglio  dei segnalatori con le bandierine sulle porta aerei.

Ho visto i miei figli indossare la maschera e il tubo alle nove, toglierla alle diciannove e romperci comunque i coglioni ogni dieci secondi, perchè perchè perchè?

Quarto giorno al mare – soldato Jane

21 Ago

Che poi dopo diversi anni in Romagna con la famiglia a farci sfondare le orecchie con “Danza Kuduro” dall’animatore asfittico di turno, stendiamo qui alla pace e al silenzio il tappeto rosso.

Non uno stereo sulla spiaggia, non un alto parlante che strepiti il nome del bambino Ciro di turno sperduto tra gli ombrelloni, che poi per inciso ogni bagno ha un 4×7 di fila per 3 bagni+1 micro spiaggia libera=impossibile perdersi.

La cosa più sconvolgente, direi quasi assurda per come purtroppo siamo abituati a vedere, è che quì il telefono sulla spiaggia è usato al massimo per farsi dei selfie, sempre con sfondi orribili o completamente in controluce, e non per telefonare, letteralmente fantastico.

I “locali”parlano, parlano e parlano e parlano ancora, e parlano sempre, e parlano comunque, e parlano ovunque, mentre tu ascolti parlano e mentre tu parli parlano, mentre guardi l’orizzonte perchè vuoi estranearti parlano, quando parli con qualcun’altro loro ti parlano, persino quando sei in mezzo al mare loro ti raggiungono … e parlano.

Parlare è bellissimo, riscoprire l’arte del comunicare e non sempre e solo del digitare, ma si seccherá mai loro la lingua?!

Per festeggiare l’abbandono della cena serale in hotel e seppur sbavanti al pensiero di un prodotto ittico tra le nostri fauci abbiamo preferito inaugurare “la grande fuga” sfondandoci di melanzane alla parmigiana che è stato tredici anni fa anche il piatto portante del nostro matrimonio.

E continuiamo la vacanza in una delle isole più belle del mondo senza che i figli si vogliano spostare di un centimetro dalla spiaggia perchè hanno giá trovato gli amichetti mentre noi vorremmo andare a visitare la qualunque.

Ps gira la voce in spiaggia che io sia un militare solo perchè ho raccontato dei miei brevetti sub e degli allenamenti da marina militare per ottenerli, ormai mi chiamano soldato Jane (panzotta compresa).

Terzo giorno al mare -the great escape

20 Ago

Qualcuno un giorno disse “errare è umano ma perseverare è diabolico”.

Mi vanno bene, o meglio, mi lascio andare bene tante cose, sono in vacanza d’altronde e in più sono milanese, quindi un miracolo vivente da come non stia facendo scene o versetti.

Ho “accettato” giá una volta che la cena annunciata alle sette e trenta (che per i locali è probabilmente un’acerba ora di aperitivo) venisse servita dopo le otto e finisse due ore dopo, manco fosse un mini matrimonio, coi bambini completamente spazientiti e finendo la cena con la loro testa addormentata sul piatto d’anguria.

Ho “accettato” che non solo non ci fosse menù à la carte, ma neanche il famoso menù vacanziero a scelta multipla, qui c’è il loro menù, punto.

“Senza se e senza ma” portano, senza neanche preannunciare il contenuto dei piatti.

Pare che il segreto del menù venga tenuto nascosto persino ai camerieri per non spifferare nulla ai clienti, mah.

Non c’è niente di meglio della vera cucina ruspante casalinga, senza fronzoli e inutili spargimenti di prezzemolo intorno ma a tutto c’è un limite.

Dopo uno zero antipasto, così come da “tradizione” dell’hotel, e un pacchero al famoso ragù di vitello ( che come dire su un’isola  è proprio la specialitá), dopo quaranta minuti di attesa in cui non sapevamo più cosa far fare ai due prima che sfasciassero tutto, incominciamo a intravedere i secondi ai primi tavoli.

Da lontano è solo una massa rossa, ma anche avvicinandosi non è che si capisca granchè.

Mancano due tavoli al nostro quando alla frase del vicino “è il famoso coniglio” mio marito salta in aria come se gli avessero messo un petardo nelle mutande e scompare in camera: il coniglio, la sua kriptonite.

Il piccolo segue a ruota, il grande si mette a piagnucolare al tavolo e a me il compito ingrato di dover raccontare la storia al padrone di casa.

“Noooooo, non è per il coniglio, non si preoccupi, ma ci venga incontro anche lei, si cena all’ora in cui i miei figli quasi dormono, menù alla cieca, si termina che anche noi siamo stremati, non potremmo fare da domani Bed & Breakfast”?

Se gli avessi offeso la madre sono sicura che se la sarebbe presa di meno, ma tant’è!

Secondo giorno al mare – la delusione

18 Ago

Perchè il milanese in vacanza non riesce a riposarsi mai:

guarda l’orologio ma poi richiede l’ora al vicino per la prova del nove;

cammina talmente veloce che riesce a doppiare Bolt, non si capisce dove voglia arrivare ma lui va quasi come se fosse Forrest Gump;

si guarda intorno assumendo la posizione da cane da ferma scrutando l’orizzonte per vedere se conosce qualcuno, sai la figura se viene trovato in atteggiamento poco consono?

Beh, noi per una volta ci siam voluti così tanto rilassare che siamo andati al molo convinti che in ogni momento partisse un mezzo “per andare dove dobbiamo andare”.

C’è andata talmente di culo che il traghetto che sarebbe dovuto partire tre minuti prima era lì che aspettatava noi e altri rincoglioniti come noi che pensavano che i traghetti partissero in ogni momento, prossimo traghetto fra quattro ore tanto per far vedere chi comanda.

Sole, mare, gabbiani, spiaggia, palette, uhm uhm cibo, cibo, ma soprattutto cibo.

È dal giorno dell’arrivo in terra partenopea che lo sciauro di pesce cucinato aveva monopolizzato il nostro olfatto uscendo da ogni pertugio, ogni finestra, ogni portone, persino da ogni tombino.

Pesce, il miraggio

Pesce, la meta

Pesce, il traguardo.

Vedrai, vedrai la sera in albergo, vedrai che piatti che ci serviranno, non avere fretta, farcisciti di pizza e stai tranquilla che stasera ci rifaremo.

Ma io…

Ma tu niente, pazienta cara, abbi fiducia in me.

Eccoci, nel salone ristorante, non importa che non abbia vista, non importa che gli asciugamani in bagno sia duri come tettoie ondulate, che ci sia un mini armadio per mettere via tutto o che l’erogatore della doccia spruzzi dappertutto e per evitare di bagnare tutto il pavimento ti aggrappi alla tenda e rischi di tirare giù tutto, non importa, tutto questo è irrilevante, datemi del pesce e nessuno si fará del male.

Stasera menù di terra signori, non è che si può sempre servire pesce se no i nostri mari che fine faranno di questo passo?

E di nuovo la posizione di Platoon prende il sopravvento.

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