Le cose negative della corsa

25 Mar

Non ci sono esperienze positive nella corsa, ci sono solo quelle negative. Quelle che nonostante tutti i tuoi giuri e spergiuri di non farle più, le rifarai e rifarai ancora:

  1. La scelta della mutanda sbagliata. Perché non ci sarà bastato magari correre per un’ora e mezza con l’indice della mano destra atta, in continuazione, a “stappare” lo slip dal gluteo facendo finta invece di scacciare una mosca. No, non ci sarà bastato e, per pigrizia nello scegliere dal cassetto quella giusta, continueremo a usarla inventando, per i passanti che ci guardano allibiti: La mosca, la zanzara, uno sciame di moscerini, un’infiammazione, un caccia torpediniere e via così, fino alla bomba atomica nelle natiche.
  2. L’auricolare non funzionante. Come tutte le cose che speri che si aggiustino da sole anche l’auricolare, quello da corsa, quello che preferisci di più di tutti gli altri, non fa eccezione. Ma sono mesi che a quell’aggeggio non funziona la parte destra, che ogni tanto invece si inverte con quello di sinistra, che poi non funzionano tutti e due, che poi funzionano solo i bassi. Ma, quando per puro miracolo divino, per il tempo di un battito d’ali funzionano contemporaneamente allora dici che sei stata una cretina, e la volta successiva li riusi, illudendoti. Altro giro altra corsa, presto salire che si riparte.
  3. Fa freddo, fa caldo. Eh sì, è la prima regola che impari. Appena il tuo corpo correndo si scalda un attimo, percepirai dieci gradi in più. Lo sanno tutti, anche i bambini. È inutile quindi partire vestiti da Ambrogio Fogar, in traversata del Polo Nord, per poi accorgerci dopo tre chilometri che ci stiamo sciogliendo come un Calippo nel Sahara. I successivi dieci chilometri saranno rallentati dall’attrito di un doppio giaccone tecnico, tre pile, due passamontagna, ghette d’acciaio, pantaloni con fodera interna di pelle di foca, una slitta e Armaduk mummificato, portati in braccio dopo esserci spogliati di straforo dietro un albero. La volta successiva, magari lasceremo a casa uno dei due passamontagna, ma guai a toglierci tutto il resto, e se poi avessimo freddo?
  4. La stringa della scarpa. Se facciamo un nodo poi ci si slaccia, ci dobbiamo fermare e ci rovina la performance, manco dovessimo andare alle Olimpiadi. Se facciamo un doppio nodo, poi non riusciamo più a slacciarle e a casa, o impieghiamo per slacciarle lo stesso tempo impiegato a lavare due bagni, riordinare tre stanze, stendere quattro lavatrici oppure le togliamo allacciate rovinando la loro forma, come ci ha detto il venditore di scarpe, ed è un peccato visto quelle che ci sono costate. Quindi la scelta è tra rovinare la performance olimpionica o dare loro la forma della babbuccia da casa. Per par condicio allacceremo una con un nodo e una con il doppio, tutte le volte, pur di non sprecare neanche un minuto a seguirci un tutorial sul web e allacciarle come Dio comanda.
  5. Il bombardino. Tutti gli amici runner ti consigliano, almeno una volta, di provare la loro pozione magica per correre come il vento o per non crollare per strada come una vecchia sulla saponetta in bagno. Chi ti propone la borraccetta magica, il gel super appiccicoso, lo sciottino da spruzzarsi in bocca, e non nell’occhio ti raccomando. Il beverone alla barbabietola, all’alga spirulina, i semi di chia nell’acqua che si trasformano in una covata di girini, il panino con la mortadella. Addirittura una volta mi hanno passato un mignon al gusto di Vov. Insomma, vuoi non provare tutto questo ben di Dio per noi non ritrovarti al parcheggio di un supermercato, accovacciata dentro uno scatolone che conteneva un frigorifero a restituire, dal basso, a madre natura, quello che avevi immesso dall’alto? Ma tu continuerai a seguire tutti i suggerimenti degli amici, perché loro sì che ne se sanno mica come te che ti porti in giro solo l’acqua.
  6. Cosa saranno mai venti chilometri. Prima di correre anche due chilometri spaventavano. “Zitto che oggi ho fatto duemila metri per andare in edicola e ora mi butto sul divano che sono morto.” Appena incominciamo invece ad affacciarci al mondo della corsa, diventiamo le persone più spavalde sulla terra. “Ma sì, è vero, per ora riesco solo a fare settecento metri di fila, per due volte, con un recupero di sei minuti sulla panchina del parco, ma tra settecento metri e cinque chilometri di fila, quanto vuoi che sia la differenza?”. Per poi ritrovarci, man mano che aumentiamo il volume della nostra corsa, sempre più lontani da casa e il dover chiamare un familiare per farci venire a prendere, mentre era sdraiato morto sul divano dopo che aveva camminato fino in edicola inventando le scuse più assurde. Ma tutto questo ferma la nostra spavalderia? Dubito.
  7. La lingua tenuta a freno. Di solito chi corre parla solo di corsa. Parla di corsa nei forum di corsa, nei blog di corsa, nei commenti sotto i video di corsa, con gli amici runner, con i vicini di casa runner e anche con quelli che trova per strada che magari indossano solo un paio di scarpe di corsa, e fino a qui tutto bene. Il problema è che monopolizza qualsiasi discorso, che con la corsa c’entra ben poco, e lo indirizza sulla corsa. Politica, economia, ecologia, impianti idraulici, carburatori, disboscamento, rimedi contro le verruche. Niente, trarrà vantaggio da  un “assist” anche se nessuno gliel’ha passato per incominciare, come un disco rotto oramai, a parlare di quanto sia bello far andare le gambe sull’asfalto non rendendosi conto che tutti se ne sono andati. Tutti ci evitano oramai. Ma il mondo è bello perché pieno di gente nuova, e chi siamo noi per non farci passare un assist anche da loro.
  8. L’abbigliamento . Non abbiamo bisogno di andare in giro vestiti come semafori ubriachi, lo ammetto, anche se il colore fluo dà più visibilità, e non abbiamo neanche bisogno di andare in giro con la maglietta di gare alle quali non solo non abbiamo neanche mai partecipato, e in più acquistato di frodo su internet. “La marathon des sable” quando non siamo mai usciti da Cinisello Balsamo, c’è stata la settimana scorsa e in più siamo bianchi come cadaveri. Oppure quella de “Utra-Trail du Mont Blanc”, quando invece siamo sovrappeso, prendiamo la pillola per la pressione alta e non possiamo salire oltre quota cinquecento che se no ci porta via l’Elisoccorso. Insomma sbaviamo per le cose che non abbiamo raggiunto e daremmo la vita, ma certo non la nostra, per vantarci di cose che non abbiamo fatto. I nostri familiari scuotono la testa, mentre tu contratti di contrabbando una maglietta di una gara che si è svolta in Korea del Sud che, se per puro caso  incontri la tua decrepita maestra delle elementari ti schiaffeggia pure perché non sai neanche dove si trova.
  9. Il pacco gara. Il pacco gara è una reliquia e guai a far toccare il contenuto agli estranei, familiari compresi. Al novanta per cento contiene prodotti orribili che non userai mai. La bottiglietta di acqua di plastica, rigorosamente non riciclabile, al cactus andaluso, spine comprese, che ti idrata sempre se non muori prima conficcato da tutte le spine nello stomaco. Un buono sconto di quattro euro di un centro medico sportivo a trecento chilometri da casa tua. Una coperta termica post-gara che tanto poi la dimentichi sempre a casa e quando finisci ti ricopri con i giornali trovati per terra come un clochard per avere un po’ di calore. Un sacchettino di noci che non apri mai dicendo che ci sarà l’occasione giusta per farlo, che oramai con quelli che non hai mai aperto potresti sfamare tutti gli scoiattoli del parco di Yellowstone. Bambini, ma non si apre niente, non si tocca niente, è tutto mio. E intanto la casa si riempie di sacche di volantini inutili, frutta secca ammuffita, acqua non bevuta. A quando la prossima gara? Ho ancora un po’ di spazio nell’armadio.
  10. Le spillette. La spilletta tieni pettorale è un bene prezioso, più dell’acqua in gara, più del gel, più delle scarpe, più della gara stessa. E noi ne siamo affezionati, molto affezionati. Ogni tanto apriamo la nostra scatola dei vecchi pettorali per ammirarle e baciarle di nascosto, naturalmente senza farci vedere da nessuno. Come delle vecchie amiche fedeli ci hanno accompagnato, e mai tradito, durante quel breve tratto della nostra vita, dove ci siamo illusi di essere guerrieri, ma non lo siamo mai stati. Ma è stato bello crederci. Per una volta, eravamo solo noi contro il destino, contro il tempo, fregandocene dei pregiudizi. Della nostra pancetta, del nostra postura da orango tanghi mentre corriamo solo sui talloni, ciondolando le braccia come se fossero due corde al vento e tenendo la costa inclinata su di un lato come se avessimo il torcicollo. L’unica consolazione è che se dovessero licenziarci potremmo sempre aprire una piccola merceria, visto la quantità di questi oggetti per casa.

Il Pronto soccorso della vergogna

29 Gen

E’ indubbio che la sala d’attesa di un Pronto Soccorso, se si ha l’occhio allenato per i casi umani, possa diventare fonte d’ispirazione per pensieri degni del Teatro dell’Assurdo e conferma che da vicino nessuno è normale.

E’ dalle otto e trenta che io e l’undicenne, che ieri si è beccato un calcione sulla mano da un suo compagno durante l’intervallo, ci ritroviamo dentro questa saletta, forse di trenta metri quadri, con una decina di persone e sedie disposte nella stessa posizione ordinata del volto di un ritratto di Picasso. Se non siete esperti in materia artistica lo si potrebbe riassumere utilizzando la tipica espressione napoletana, alla “sanfasò”, comunemente chiamata “alla cazzo di cane”.

Ogni volta che mi ritrovo in un luogo del genere mi viene automaticamente in mente la sala d’attesa della stazione di Polizia del film “una poltrona per due” con la famosa spruzzata di profumo, da parte della fidanzata di Winthorpe, sulla testa calva dell’homeless di turno, che le si appoggia sulla spalla.

Il triage è rapido, la radiografia pure, mi scende una lacrima di commozione. Subito dopo però inizia un lungo calvario di attesa di due ore dove per centoventi minuti quasi ininterrotti:

  • riprendo il tizio davanti a me che guarda il cellulare senza mascherina, con mio figlio che si vergogna;
  • dico a più tizi che non possono sedersi di fianco a noi e devono lasciare almeno un posto di distanza, con mio figlio che si vergogna;
  • faccio notare a quella tre posti più in là che i video sul cellulare li può guardare senza rendere partecipe noi e tutti i sei piani di ospedale della Cavalcata delle Valchirie come sottofondo, con mio figlio che si vergogna;
  • indico la mascherina a una sciura che continua a lasciare dei messaggi vocali infiniti senza mascherina, con mio figlio che si vergogna;
  • guardo con un misto di disapprovazione (ma capisco perfettamente la situazione) un signore che mi racconta che si è falciato un dito al lavoro, mentre sgocciola sangue, ma dirà che si è fatto male in casa per non farsi licenziare dalla ditta, con mio figlio che si vergogna;
  • rido con un altro, perchè dopo sue quattro ore di attesa lo chiamano per la radiografia che invece l’aveva già fatta due ore prima e stava solo aspettando il referto, con mio figlio che si vergogna;
  • fisso insistemente un ragazzo, che racconta al telefono a non so chi, che è venuto qui anche se non ha nulla solo per saltare la scuola, con mio figlio che si vergogna.

Finalmente tocca a noi. Non ha nulla del nulla, solo contusione.

“Mamma, la prossima volta cercherò di non farmi più male, così evitiamo queste figure di m.”

Da vicino io sono la peggiore.

Nono giorno in montagna – piove piove la gatta non si muove

13 Dic

Mi raccomando, torna dalla corsa prima delle nove perché poi si scatenerà l’inferno. (cit. il consorte).

Non solo non ha piovuto mentre come al solito sputavo polmoni, esofago e trachea correndo in salita, ma addirittura, penso sia stata in totale la giornata più calda della settimana qui. Oggi relax. In sei giorni, abbiamo fatto sette escursioni tra grandi e piccole e quindi oggi basta panini o insalate vegane con hummus gustate a 3.000 metri ma un’ottima pizza, a detta del padrone di casa, giù, un po’ più in valle. Confrontare la pizza a un fresbee per cani sarebbe riduttivo. Forse avrebbe più cose in comune con un piattello, sì quello del tiro. “Pull”. E il marito la lancia mentre ci scarico sopra l’intero fucile, pizzaiolo compreso.

Delle cose che mi resteranno in testa: – i falsipiani, dove nello sterrato ti sembra di fare sempre una fatica boia pur correndo in piano, ma poi al ritorno ti accorgi invece di avere fatto una salita della Madonna, e allora ti dai della principiante cretina però sei anche un po’ contenta di essere riuscita a farcela. – gli animali che, fortunatamente per loro, se ne fottono di tutte le nostre cazzate dell’ultimo abbigliamento tecnico, o della borraccia di ferro che è meglio di quella di alluminio o del parlare di tasse in vetta e ti guardano scuotendo la testa pensando a quanto siamo degli sfigati. – un’ospitalità meravigliosa. Dal barista, al padrone di casa, al fruttivendolo, al doganiere. – il mio fazzolettone retrò quando cammino in montagna, un po’ alla Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare a Courmayeur. – la fontina. Beh, la fontina. – la mia famiglia che di riffa o di raffa mi ha fatto disperare, ma l’ho fatta disperare anche io, quindi siamo pari, flick flock.

Domani si riparte. Pare sia prevista neve, quindi mi aspetto la sabbia del Sahara sopra il parabrezza.

E questo, dopo nove giorni, è tutto quello che so sulla montagna, mia seconda casa, probabilmente da una precedente reincarnazione. Lasciatemi qui, come in “Pane e Tulipani”, ma vi prego, non ritornate a prendermi

30/30 – Il coccodrillo come fa.

4 Nov

Con un pizzico di commozione presento l’ultimo racconto del progetto #sedottaebbandonata (30 racconti in 30 giorni con vostre foto di oggetti abbandonati). Oggi @Pa_i_Li con la sua foto ci ricorda che i colori servono solo per renderci felici.

Con questo ultimo breve scritto (a meno che non ne abbia dimenticati in giro) vi saluto e vi ringrazio per avermi accompagnato in questa avventura.
Alla prossima

.———..————-….————-……————————…….—————……….——–

-Buongiorno signora in che cosa posso aiutarla?
– Buongiorno. Mio figlio sta cercando un piccolo regalino da farsi per aver terminato un progetto al quale teneva molto.
– Bene, venga che l’accompagno al reparto bambini. Ci sono robot, soldatini, pistole, macchin …
– Mi scusi se la interrompo subito, ma non ho capito la sua risposta. Visto che stiamo parlando di un bambino allora dobbiamo per forza andare al reparto maschile?
– Beh, non volevo farle perdere tempo in mezzo a corsie che non lo riguardavano.

Fulmino la commessa con gli occhi. Lei alza le braccia in segno di resa e mi dice poco convinta -la lascio guardare in giro con calma – mentre scuote la testa. Probabilmente se avessi avuto a che fare con uomo avrebbe anche pensato “visto anche che è in pieno mestruo”.

Non sono una di quelle mamme di oggi che devono per forza fare il contrario di tutto solo per essere contro corrente. No, non la sono, ma cerco di usare il buon senso. I bambini hanno già tante, a volte troppe regole da seguire, che a loro dicono poco, se non nulla. Lavati, vestiti, non mettere le dita nel naso, saluta la signora, chiedi per piacere prima, grazie dopo, non tirare la coda al gatto, mettiti in fila, non urlare, siediti composto, mangia ma non sporcarti, corri ma non sudare. E non si può vivere di sole regole, specie alla loro età, se no togliamo loro tutto il divertimento.

E allora tra le piccole cose che ho voluto modificare , senza violare le norme d’igiene o di buona educazione, ho deciso che non sarei entrata nel merito dei suoi gusti personali. Non gli avrei dato nessuna indicazione, per farla semplice, tra il rosa e l’azzurro. Ma ripeto, non è stato un atto rivoluzionario, è stato un peso in meno nella sua vita, una cosa in meno a cui uniformarsi.

– Mamma, mamma, ho scelto. Il portachiavi con il coccodrillo.
– Quale bambino, quello blu? Sussurra la commessa sperando di vincere questa battaglia.
– No signora, quello rosa.

Io non intervengo, lascio che sia lui a rispondere.

La padrona del negozio alla cassa, che a sua volta fulmina la commessa e che aveva assistito a tutta la scena, decide di regalarglielo solo se le racconta che progetto aveva portato a termine.

– Ho imparato a cucire i bottoni, me lo ha insegnato mio nonno.

– Ecco, tienine un altro bimbo e regalalo pure a lui.

Che poi nel cammino abbia perso quello del nonno è un altro discorso, l’importante è avere vinto una guerra, anche questa volta.

29/30 – La tenda

2 Nov

Siamo al penultimo racconto del progetto #sedottaeabbandonata (30 racconti in 30 giorni con vostre foto di oggetti abbandonati). @StefBertolini oggi ci accompagna per mano, con la sua fotografia, verso le prime luci dell’alba.

.—————–..————-…—————–….———————-…..————————……——-

-Albeggia, non sei emozionato?

-No, perchè, dovrei?

-Perchè ogni volta che la luce prende il sopravvento sul buio vuole dire che c’è ancora speranza. Perchè possiamo ogni giorno girare pagina o riaggiustare quello che abbiamo rotto il giorno precedente. Perchè davanti a uno spettacolo così immenso noi rimaniamo delle nullità. Nullità sono i nostri rancori, i nostri sotterfugi, le nostre guerre. Le prevaricazioni, i dispetti, le umiliazioni. Vuole dire che nonostante tutti i nostri miserevoli sforzi di distruggere tutto e tutti e di usare il potere come moneta di scambio, ecco, nonostante tutto, il sole appare ogni giorno. Questo cosa vuole dire secondo te?

Lui intanto si tira la coperta sopra la testa per non essere disturbato dalla prima luce del mattino. Non ha voglia di andarsi a infilare in discorsi complicati, specie ora. E’ stanco, ha finito da poco il turno di notte e si è appena infilato nel letto.

Mi piace entrare nella sua stanza e, come primo gesto d’amore, appena si è coricato, chiudere la tenda fiorata, quella con le fresie, che avevano scelto lui e mamma tanti anni prima. Poi rimango lì per un po’ a fargli compagnia. Il suo respiro regolare, il tepore della stanza, la libreria appena illuminata da un riflesso sfuggito dalla tenda. Il lento dondolio della sedia di mamma dove rimango al buio e in silenzio. Di solito questo è quello che faccio.

Oggi esito un po’ alla finestra, ma tanto lui si è addormentato. La luce da rosa incomincia a farsi più vivida, come un fiore che piano piano sboccia e poi ti lascia senza fiato.

Nel giardinetto sotto casa, la prima cosa che si vede da quassù, e che si impone su tutti gli altri, è l’annaffiatoio di mamma. Lo usava per curare i suoi fiori. Un piccolo spazio solo suo, ottenuto dopo tante battaglie burocratiche, dopo giorni di spiegazioni e carte bollate e questo solo per creare qualcosa di bello per la comunità.

Lo abbiamo lasciato lì, per ricordarci ogni giorno, che le vere lotte devono servire solo a fin di bene.

La teiera fischia, mi alzo. E’ un nuovo giorno, una nuova cosa da aggiustare, una nuova pagina da scrivere.

28/30 Piero

2 Nov

Stiamo arrivando, mio malgrado, verso la fine di questa avventura. Oggi, giornata calda e luminosa, c’è _Daniela66_ che con la foto del suo divano, per il progetto #sedottaeabbandonata (30 racconti in 30 giorni con vostre foto di oggetti abbandonati) ci fa compagnia

.——-..———…———-….————-…..—-

Mi sono sentita dire per anni, ancora in adolescenza, dalle vecchie zie, quanto sarei stata bella con l’abito bianco.

Mi sono sentita dire per anni, in età da marito, dai miei più cari amici, quanto sarei stata bella con l’abito bianco e con dei figli.

Mi sono sentita dire per anni, in età da marito e da primipara attempata, dai miei genitori, quanto sarei stata bella magari non con l’abito bianco – oramai alla tua età cosa vuoi mettere il bianco- ma con tanti nipotini da portargli la domenica per ricoprirli di vizi e coccole.

Naturalmente, sia le vecchie zie, che i migliori amici, che i miei genitori sapevano che tutto questo non si sarebbe mai realizzato, ma ci speravano comunque. Credevano probabilmente che avrei messo la “testa a posto”. Che poi il “metterla” è molto soggettivo. Quello che andava bene a loro, la vita standard, chiamiamola così, a me stava stretta, e “la testa” al posto di “metterla a posto” me la avrebbero fatta scoppiare.

E così, in tutti questi anni, mentre loro blateravano di veli, pizzi, bomboniere, passeggini e scuole di yoga per infanti, appena sono andata a vivere da sola, verso i ventitre anni, mi sono comprata un cane. Non importava la razza, non mi importava nulla, l’importante è che avesse la faccia da Piero.

Piero era il mio insegnante di matematica alla Facoltà di Architettura. Un signorotto con il panciotto, anche un po’ calvo, se non ricordo male. In aula, aveva il dono della spiegazione semplice anche nei passaggi più complicati. Alcune volte, tra un teorema e l’altro, ci raccontava degli aneddoti divertenti su sua moglie Erminia, che amava quanto la matematica anche se lei, per lui, era un’equazione, la chiamava così, che non riusciva mai a risolvere.

E a me è bastato questo per guardare l’amore da vicino e non avrei sopportato di averne uno che non sarebbe stato bello come quello.

E così mi sono accontentata di un altro Piero nella mia vita, un Piero quadrupede. Un Piero dopo l’altro, mentre le stagioni si alternavano e i miei capelli si facevano sempre più grigi. Tutti i Piero della mia vita mi hanno lasciato qualcosa, quello di cui avevo bisogno, un amore incondizionato. Egoisticamente incondizionato. E non mi vergogno di questo, e non mi pento di questo. Ed è meglio sia stato così che aver sofferto o fatto soffrire qualcuno per il mio egoismo.

Ora sono vecchia e anche l’ultimo Piero se n’è andato. Ho fatto portare giù il divano che per cinquantaquattro lunghissimi anni è stato il giaciglio della luce dei miei occhi. Non voglio più prenderne altri di cani. Non sopporterei di dovermene andare io ora, prima di loro, dovendo poi dividere il mio amore che fu per loro con chi se ne prenderebbe cura dopo di me.

No non lo sopporterei, perché so che anche il mio bieco egoismo è stato comunque amore.

27bis/30 – Lasciatemi qua

1 Nov

..——…—-

E anche il 27 bis lo abbiamo portato a casa. Oggi, tra la nebbia e la pioggia @un_filo ci presenta la sua foto per il progetto #sedottaeabbandonata (30 racconti in 30 giorni di vostre foto di oggetti abbandonati)

.———..————–…————–….————-

Ora, io mi siederei qui, su questa sedia di vimini rivolta verso il mare, sopra questo cuscino bianco con i gabbiani, circondata dai panni stesi che fanno da perimetro alla mia terrazza, e rimarrei qui per sempre, a guardare l’orizzonte.

Non parlatemi più. Non ho più bisogno di ascoltare. Ne parole piene di senso che prive. Il mare mi dice tutto quello che vorrei sapere, quello di cui ho bisogno. Alcune volte mi sussurra, e io mi sento lieve, altre volte mi urla in faccia disperato tutta la sua inquietudine perché sa che in quel momento io mi sento così. E allora ci abbracciamo fino a che lui non si calma, fino a che io non mi calmo.

Ho bisogno che la brezza marina entri in tutti i miei pori, mi lavi, mi depuri da tutto quello che io penso non vada bene in me, abbandonandomi infine portandosi via tutte le scorie.

E non ho neanche più bisogno di niente. Mi spoglierò di tutti i miei averi, come San Francesco, se ne sentirò la necessità e specie delle cose a me più care, quelle a cui tengo di più. Proprio per convincere me stessa che non c’è niente di più prezioso di quello che abbiamo dentro e non di quello che abbiamo fuori.

I miei scarponcini da trekking, per esempio, quelli a cui ho lasciato il mio cuore, che mi hanno accompagnata per tanti anni, che hanno visto il mio primo bacio tra i boschi mentre le foglie autunnali, dai mille colori, ci cadevano in testa. Sono quello a cui di più tengo. Li lascio qui, vicino a un cestino, ma non dentro, perché hanno ancora tante vite da vivere. Quello che a noi non serve più, potrebbe essere utile a qualcun altro.

-Mamma

– Dimmi

– A cosa stavi pensando?

-A niente, perché?

-Non so, ti trovo sulla terrazza, mentre il vento imperversa, abbracciata a te stessa. Posso aiutarti a ritirare i panni prima che voli via tutto.

-Certo, grazie. Ah, non stavo pensando a niente, però stavo così bene facendolo.

27/30 – E sopra ogni ramo ci stava una mensola

31 Ott

Se ci fossi con la testa avrei assegnato un numero a ogni persona, come si dovrebbe, e invece, solo per questa volta avremo due 27. (il secondo ci aspetta domani) @opissochiara1 oggi ci regala la sua foto per il progetto #sedottaeabbandonata (30 racconti in 30 giorni con vostre foto di oggetti abbandonati in giro)

.——–..————–…———–….————-

– Chi l’ha detto che non sei una pittrice solo perchè non hai un pennello?

Mi ripeteva la mia insegnante di disegno, vicina di casa, quando andavo a fare lezione da lei una volta alla settimana. Che poi non era neanche un’insegnante, e neanche la mia vicina di casa, ma mia madre si vantava con le amiche che invece lo fosse e abitasse due piani sopra di noi. E io a forza di sentirglielo dire l’ho imparato a memoria. – Sì, faccio pittura con una famosa pittrice che abita qui sopra. No, non posso dirvi il suo nome. No, non prende altre ragazze perchè tanto dice che una più brava di me non la troverebbe.-

Fino al ’95 abitavamo in uno splendido palazzo in centro. Ma in un appartamento minuscolo che comunque non ci saremmo mai potuto permettere se non fosse stato per lo zio, fratello di mia madre. Si era trasferito al mare e ci aveva permesso di vivere dentro casa sua pagando solo le spese di consumo.

Quindi era come se fossimo ricche, ma non lo eravamo. Io, mia mamma e la gatta, Sandrina, che era tutta pelle e ossa. Non potevamo invitare nessuno a casa, mamma non voleva, e dovevamo trovare scuse in continuazione.- Ci sono i muratori, gli elettricisti, c’è una perdita che mi ha rovinato lo stucco veneziano, mica voglio farti vedere la casa conciata in questo modo. – Tutti lo avevano capito, ma mia mamma insisteva nella sua follia. Non avevamo soldi per sciocchezze, sempre come lei diceva, quindi andavo a scuola e tornavo senza partecipare a feste o compleanni, cinema o gelati con le amiche. Lei lavorava, lavorava tanto in un negozio come commessa e alcune volte di domenica, a serrande chiuse, per inventariare il magazzino.

Avevo solo un lusso, chiamiamolo così, attraversare due isolati, una volta alla settimana, per sette anni e andare dalla Signora Lina. Non era un’insegnante, non aveva neanche studiato arte, ma era un’amica della fruttivendola che ci aveva detto che sarebbe stata una perfetta maestra di sogni, e io l’ho subito adorata. La sua cucina rossa, con solo stoviglie verdi. Il salotto, dove lavoravamo, tutto bianco ma con un albero disegnato su una parete, e per ogni ramo una mensola. Per ogni mensola decine di libri. Mi è bastato questo. Per sette anni, una volta alla settimana, senza saltare un appuntamento e sempre raccogliendo qualcosa per strada, perchè quello sarebbe stato il tema del giorno. Per sette anni, una volta alla settimana le ho portato del pane fatto in casa per ringraziarla. Ancora caldo, ancora profumato. – Mettilo lì, che poi lo mangiamo con la marmellata.-

Abbiamo lavorato e dipinto con qualsiasi oggetto, con qualsiasi colore creato da foglie, sabbia, mattoni sbriciolati. Non era importante con che cosa raggiungessimo il nostro obbiettivo ma lo raggiungevamo. Foglio liscio, ruvido, quadrettato. Con i bordi, senza. Dipingevamo con forchette sbeccate, con tappi di bottiglie ricurve. Eravamo noi due. Lei con la sua intensità negli occhi, io con la voglia di assorbirla tutta.

– Lina-
– Cosa c’è?-
– Ti ho portato un regalo per il tuo compleanno-
– Ma non è il mio compleanno-
– Lo so, ma non sapendo quand’è, e avendo trovato questi piatti abbandonati, ho pensato che ti avrebbero fatto piacere per usarli per mischiare i colori.

Fino al ’95 abitavamo in uno splendido palazzo in centro. Ora nel 2020, io abito a due isolati da lì in una casa con una cucina rossa con i piatti verdi, con un salotto bianco dove sulla parete c’è disegnato un albero. E per ogni ramo una mensola. E per ogni mensola dei libri, tranne che in una. Perchè in quella più in basso spiccano quattro piatti bianchi, anonimi per i più, in celebrazione di un compleanno, ma non sapendo quando lo è, per me ogni giorno è festa.

Grazie Signora Lina.

26/30 – Utopia portami via

30 Ott

Il progetto #sedottaeabbandonata è quasi agli sgoccioli e so già che mi mancherà. Oggi è venuta @LaGhisaura a farci compagnia con la sua foto per un racconto magari utopico ma speranzoso.

.———..——–…—————….————–…..—————-……————-……..————-

Alle elementari i miei compagni maschi mi saltavano sullo zaino fino a ridurmi, tutte le sante mattine, la mia merenda in poltiglia. I miei crackers integrali, quelli della Misura, me li ricordo ancora, a quel punto potevi mischiarli con l’acqua e usarli per affiggere i manifesti.

Alle elementari i miei compagni maschi mi chiamavano “mezza cartuccia ciucciata”.

Alle elementari i miei compagni maschi mi davano i calci sotto il banco, e non avevo più due tibie rosa cipria, ma due tibie che tendevano al blu ceruleo. Ma guai a lamentarsi con i genitori – ma come si permette di parlare male di mio figlio, che è un Santo” – ripetevano all’unisono a mia madre che se ne andava sconsolata.

La mia maestra, pora stella, non si accorgeva di nulla. Neanche se le facevo vedere la bustina di polvere di crackers. Se le indicavo le impronte delle scarpe sulla mia cartella. Se avevo il grembiule inzuppato di lacrime. Figuriamoci le tibie blu. Lei sorrideva, con quello sguardo verso il vuoto, mi dava una carezza sulla guancia, sempre guardando verso il vuoto e mi offriva i suoi biscotti a merenda, che io mangiavo ancora con il moccio che scendeva dal naso.

I palloni gonfiati quindi non li ho mai sopportati ma alle elementari non ci potevo fare nulla. Ero sottopeso, ero stata malata da tanti anni e, in più, non capivo perchè ce l’avessero proprio con me.

Sembra quasi un paradosso. Le persone più fragili, quelle che dovrebbero essere più abbracciate, più protette e aiutate diventano invece quelle più vessate. Pensate a come sarebbe bello vivere un’esistenza morbida, color pastello, dove vivere, il vivere, è la cosa che ci piace di più fare. Alzarci già con il sorriso, affrontare tutta la giornata sapendo già, anche se sarà dura, che potremmo contare su tutti. Senza persone che saltano la fila. Senza arrampicatori sociali che venderebbero loro madre pur di far carriera. Senza quelli che fanno finta di essere investiti, proprio da me poi che la patente non ce l’ho, per due soldi in più. Non sono un’utopista, voglio essere invece realista, contro tutte le aspettative. Voglio che le cose cambino, subito, ora. Per me , per i miei figli, per le generazioni future. Sta già andando tutto a puttane, ma che almeno il rispetto e la gentilezza prendano il sopravvento.

– Cosa dite? Che voi ci sarete sempre?

-Ma io quel pallone, da palloni gonfiati, ve lo buco, sapete?

25/30 – Il gioco dei colori

29 Ott

Oggi per il progetto #sedottaebbandonata (30 racconti in 30 giorni con vostre foto di oggetti abbandonati per strada) ospitiamo @duesoli , che mi ha messo a durissima prova con la sua fotografia, ma si sa, che le sfide impossibili sono quelle più stimolanti.

.———-..————-…————-….—————-…..——————…..—————……———

-Qual è il tuo colore preferito?

– Il blu, perchè?

– No, niente.

Questa è stata la domanda che ho fatto al primo appuntamento con quello che poi sarebbe diventato il mio compagno di vita.

Noi donne, lo ammetto, facciamo spesso domande che potrebbero sembrare strane e fuori luogo. Domande retoriche alle quali non si dovrebbe rispondere, ma alle quali, puntualmente, gli uomini rispondono sempre, e in più in modo sbagliato. Domande innocenti ma che sotto sotto hanno tutte un ragionamento dietro.

Ora, sarò sincera, in quell’esatto momento non è che mi importasse veramente di sapere quale fosse il suo colore preferito, ma la risposta, magari un giorno, mi sarebbe potuta essere utile.

CONDUTTORI ELETTRICI : Un caso comune è l’utilizzo per sostenere meccanicamente dei conduttori sospesi (cavo nudo, ovvero senza isolante) sulla struttura di supporto (esempio un palo) evitando dispersioni di corrente sulla struttura stessa.

-Qual è il tuo colore preferito?

-Il blu. Ma questa domanda me l’hai già fatta la prima volta che ci siamo incontrati, cinque anni fa. E alla mia risposta non hai più detto niente. Però dopo poco mi hai baciato e sono entrato in un’altra dimensione, e da lì non sono più uscito.

-Guarda, vedi questa linea blu su questa piccola scatolina di plastica bianca?

– Quindi mi stai dicendo che …?

– Ti sto dicendo che …!

In quei momenti il tempo si ferma. Tu donna trattieni il fiato, non sai mai quale sarà la reazione di chi hai davanti. Potrebbe essere quella che ti aspetti, o potrebbe prenderti in contropiede. Ma quando gli occhi si illuminano non c’è neanche bisogno di parlare.

– E io che cosa dovrei fare ora per aiutarti?

– Vedi, tu sei un elettricista e in questi anni mi hai coinvolto nei tuoi progetti di lavoro, e ho imparato un sacco di cose anche se avrei preferito fare altro. Mi hai insegnato il compito del conduttore per esempio. Quello di sostenere dei cavi elettrici e tenere lontano, bloccare, l’elettricità nei cavi dalla struttura che lo sostiene, se ho capito bene. Tu quindi sarai il conduttore e io la struttura. E questo sarà il tuo compito in questi nove mesi. Creare un invisibile barriera tra quelli che vorranno impormi tutti i loro saperi sull’argomento gravidanza, giusti o sbagliati che siano. Fare da filtro e permettermi di avere un periodo sereno accollandoti, anche se con grande fatica, tutto quel quantitativo di pressione elettrica che potrebbe farti male, ma non sarà fatale, non preoccuparti, ma io sarò “salva. Il conduttore è un oggetto forte, che sopporta il dolore ma non lo dà a vedere.

Qual è il tuo colore preferito?

Il blu, senza ombra di dubbio!

AMLETA LA GUERRIERA CORAGGIOSA

Bisogna fare qualcosa, agire, per riportare il mondo alla sua Luce

Franz is running

Above all, try something.

fotografie

Gianni Delle Gemme

Il Prof Bicromatico

Pensieri sfusi di una mente confusa

nazzablog

Non prendete la vita troppo sul serio comunque vada non ne uscirete vivi

Dragonflai

L'idea della perfezione toglie il piacere della comunicazione

francesco iacovetti blog

VIVIAMO IL MONDO DI SUZIE WONG O SIAMO SCHIAVI DELLA BORSA DI HONG KONG?

LaChimicaDelleLettere

Reazioni a catenella

Vania Cavicchioli

C'è un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera. (Henry David Thoreau)

Il Suono Visibile

perché, ogni tanto, è bello ricordarti chi sei...

Aleteia.org - Italiano

Una rete cattolica mondiale per condividere risorse sulla fede con quanti cercano la verità

CATHERINE RYAN HOWARD

EDGAR NOMINATED CRIME WRITER

the literate lens

photography, writing and the spaces between

Punch Drunk Village

A blog for the rest of us

GLITTERING SCRIVENER

MARIA DAHVANA HEADLEY - WRITER

mammachestorie

Ciao, mi chiamo Filippo, ho 6 mesi e faccio il blogger