Il buco (tratto da una storia vera)

30 Nov

Come quel buco di memoria che ti si piazza in mezzo al cervello, proprio quando arrivi finalmente alla cassa, dopo aver combattuto ore durante i saldi, con altre assettate di abbigliamento come te, e non ti fa ricordare il codice PIN del bancomat.

Tutta quella merce guadagnata a suon di strattoni, file interminabili ai camerini, minuti e minuti a spogliarti  e rimirarti in un metro quadro, dove tutto sembra starti così stretto da non riuscire a respirare e tu sembri così grassa allo specchio che vorresti sfondarlo con un vetro.

E non vuoi specchiarti al di fuori della tendina immaginando già gli sguardi acidi delle altre e quindi ti sacrifichi per provare gli abiti, facendo contorsionismi degni della starlette del Circo di Monaco, ma alla fine ce la fai ed esci dal gabbiotto con le dita a V in segno di vittoria, distrutta ma felice.

Questo si, questo no, con fare sprezzante, lanciandolo alla commessa. Questo si, questo dovrebbe essere una 44 ma invece è palesemente una 38 visto che non mi sta, rilanciandolo alla commessa. Questo si, questo si e quest’altro si.

E quindi sei lì alla cassa, ripeto, tocca a te. La merce è già stata conteggiata, piegata e messa nei sacchetti. E mentre porgi il tuo bancomat già immagini la scena di quando indosserai il ben di Dio.

“il PIN prego”. Bastano poche innocenti parole per farti andare nel panico.

Dopo averlo sbagliato due volte, esserti passata la tua vita davanti come un film, e sentire la maledetta pressione psicologica di quelle dietro di te che vorrebbero fulminarti, non vorresti comunque arrenderti. Cazzo l’ho digitato milioni di volte e proprio oggi, alle 15.27, con gli abiti dei miei sogni a un passo da me. Insomma, si tratta chiaramente di una questione di vita o di morte e non lo ricordo? Poi mi arrendo.

E così, allo stesso modo, ieri mi presento in farmacia, per acquistare la pillola anticoncezionale, era il primo giorno della nuova confezione e dovevo assolutamente prenderla.

Già non avevo la ricetta che mi ero dimenticata in ufficio, e avrei dovuto pregare lo stizzoso farmacista di darmela, sottobanco, senza ricetta. Poi aggiungiamoci pure che il nome non mi sovveniva più di tanto. Se poi ci infiliamo anche l’uscita imminente dei figli da scuola, poi il loro judo, il mio dentista e l’andare a riprenderli. Insomma, una vera e propria bomba a orologeria.

” Guardi dovrebbe essere la mercilon o la milvane, non mi ricordo più, ne ho cambiate diverse in tutti questi anni”. Dico in modo sbrigativo e nevrotico.

Mi fa vedere le confezioni, io tiro fuori il mio sguardo più dubbioso, acquisto quella che mi sembra la più simile alla mia, entro in macchina e la sventro.  Cazzo non è lei.

Rientro come una furia, facendomi dare quell’altra, la apro appena davanti a lui, come farebbe il più esperto baro di poker sulla piazza. “Neanche questa”, strepito e mi rifiondo in macchina alla volta della scuola.

Li lancio sul tatami, mi faccio punzecchiare da anestesia e trapano per un’ora dal sadico dentista.

Mi presento sfatta e dolorante in un’altra farmacia.

“Non mi ricordo più il nome. Non mi ricordo neanche il colore, ho il vuoto, aiutatemi”.

Assisto alla sfilata di tutti i casetti dei medicinali col toto nome dell’anticoncezionale da parte dei tre farmacisti.

Io fisso il vuoto intanto, mi sento come mia madre, persa nel buio cosmico.

Non mi ricordo neanche un’iniziale, un indizio, un movente, manco fossimo a Cluedo.

Incominciano a riempirmi la testa di nomi in ordine alfabetico, in ordine cromatico, in ordine di monofasica, trifasica.

Niente, mi sento l’indiano di qualcuno volò sul nido del cuculo dopo la lobotomia.

“Mi ricordo una M se può aiutare”, e si ricomincia  a cercare.

Nomi su nomi, io scuoto la testa ma con sguardo catatonico. (Mia madre, sto diventando come mia madre).

Quando finalmente, come nei migliori film dove disinnescano la bomba all’ultimo secondo, “Drospil”?

E il mio sguardo da fisso riprende vita.

Un boato.

Applausi.

Sipario.

(Sto comunque diventando come mia madre, se non per questo per altri suoi mille difetti).

 

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2 Risposte to “Il buco (tratto da una storia vera)”

  1. peler dicembre 13, 2017 a 4:14 pm #

    Molto realistico e ben scritto. Bello!

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