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“Col senno di poi” – racconto di una 10 km che non avrei dovuto fare.

20 Mag

L’espressione “col senno di poi” mi fa’ venire il mente le  famose “sliding doors” dell’omonimo film. Perchè quando incominci ad avventurarti dentro alla famosa espressione, non sai mai se troverai vicoli ciechi, burroni, botole o ne uscirai trionfante, come quando giochi a Macchiavelli e non ti rimangono le carte in mano.

La Polimirun non avrei dovuto farla ieri ma l’ho fatta. Quando stamane l’ho detto al mio anziano fisioterapista, colui che mi cura il collo malconcio, quasi mi tira il lettino addosso e tutti gli elettrodi della macchinetta a ultrasuoni.  Si era raccomandato di non correre più, ma se proprio avessi voluto farlo, di non fare andare le gambe “almeno” nei periodi più freddi e umidi dell’anno. Ieri c’era freddo, vento e pioggia a Milano. Il pettorale oramai ce l’avevo ma mi ero imposta di non andare. Di stare a casa al calduccio, mentre fuori imperversava la bufera e io impavida, l’avrei sfidata al massimo con una tazza di tisana allo zenzero guardandomi una puntanta di Rocco Schiavone.

“Ma dove cavolo vai a 46 anni a prendere freddo che poi ti lamenti, stai male, ti viene la labirintite, ti ammali, starnutisci, tossisci, zoppichi, ti fanno male le spalle, il collo, il coccige, le giunture, ti si sbiadisce la tinta, ti viene l’otite e poi mi tocca stare a casa a curarti, e come faccio a lavorare se devo andare a prendere sempre i figli a scuola perchè tu sarai malata, con la borsa dell’acqua calda sulla testa, il termometro in bocca, mugolii dal letto, portami questo e portami quello, che palle”. (questo è quello che avrà sicuramente pensato il marito quando la sera ha visto appuntarmi il pettorale sulla maglietta della gara di quel rosso degno solo del colore del rossetto di Priscilla, la regina del Deserto”)

E invece sono andata, con un frech della Madonna (alla quale ora pare vada di moda affidarsi per una qualsiasi minchiata), chiedendomi il perchè mentre tremavo in maglietta, ma non sono riuscita a darmi una risposta.

Avrei potuto partire con i 700 agonisti, ma pur avendo la tessera mi vergognavo. Allora sono partita ultima degli ultimi così ho approfittato per scaldarmi. Ne è valsa la pena? Chi può dirlo. Se fossi partita avanti probabilmente sarei partita subito “forte” e al quinto chilometro avrei dovuto raccogliere la lingua per terra. Partendo per ultimissima invece ho dovuto scavalcare per i primi quattro migliaia di persone che partendo a razzo fin da subito, dopo duecento passi già rantolavano, si fermavano, si selfavano, chiaccheravano e noi poveri cristi dietro che saltavamo come gazzelle ubriache per scansarli senza ucciderci. Mi chiedo se non sarebbe troppo ridicolo, in queste competizioni dove siamo più amatori che altro, il creare corsie virtuali di corsa dove quelli che stanno a destra sono i più lenti. Ma che cosa sto dicendo. Non ho mai visto un italiano in autostrada mettersi a destra neanche a cinquanta all’ora con la paura, forse, di vedersi accorciare il pisello. Così tutti in centro o a sinistra, anche se piano, come i cretini. Quindi alla gara avrei al massimo visto sulla destra solo gli studenti internazionali.

Al quinto chilometro il solito bicchiere non bevuto ma lanciato in faccia, oramai c’ho fatto il callo, e poi ho spinto, ho urlato, ho riso e ho pianto.

Due minuti in meno dell’anno scorso, e questo è tutto quello che so sull’amore (per la corsa).polimi

 

 

 

 

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