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Se l’ha detto la TV è vero.

29 Dic

“Sto ascoltando alla radio Teresa de Sio che canta ” voglia ‘e turnà”. Avrò avuto 10 anni quando mia mamma me la faceva ascoltare mille volte al giorno, sempre e solo in primavera, mi ricordo ancora le finestre aperte del salotto in casa per far entrare la prima brezza tiepida dell’ anno, i capelli di mia mamma svolazzavano ed era felice, ma felice veramente, tornava bambina e incominciava a fissare il vuoto ricordando chissà che cosa e con la bocca abbozzava un sorriso. Non l’ ho più vista così, che peccato.”

(dal mio blog dell’8 marzo 2010)

Chissà a che cosa pensa quando il suo sguardo all’improvviso da lucido diventa opaco, come quello di un pesce lasciato troppo tempo sul bancone del super, e incomincia a fissare il vuoto.

Chissà che cosa si domanda, quando si guarda allo specchio e la senti sussurrare delle risposte alla sua immagine riflessa.

Chissà di che cosa ride, quando lo fa maliziosamente da sola, abbassa la punta del naso e abbozza il coprirsi il volto con la mano sinistra.

In quarantaquattro anni mi chiedo dove tu sia stata durante tutta la tua presenza con me.

Io ti parlavo e tu rispondevi altro.

Io ti raccontavo un segreto e tu lo andavi a raccontare in giro, quasi come se non fossi stata tua figlia, quasi se l’informare il diretto proprietario fosse stato più importante dei miei sentimenti.

Affettiva, anaffettiva, carezze, sberle, oggetti lanciati addosso, storie raccontate teneramente sulle ginocchia, unghie piantate nella carne, parolacce a denti stretti per non farti sentire dagli altri, l’aspettarmi con la scopa in mano quando tornavo da scuola forse sperando che avessi preso un brutto voto per usarla su di me.

Forse, anzi probabilmente, saranno stati di più i bei momenti che quelli brutti, per forza, deve essere così, anche per la famiglia più disagiata, eppure io non me li ricordo.

Eppure ripeto, mio malgrado, io ricordo solo quelli brutti, quelli che non riguardano solo la violenza fisica o quella verbale.

Quella per cui un genitore, che dovrebbe fare scelte oculate e coerenti per mantenere una certa serenità mentale al proprio figlio, invece è come se tirasse la monetina per ogni cosa.

Quindi se ieri avevo avuto il permesso di fare una cosa, oggi non potevo più farla, quella per cui ogni scusa era buona per un castigo, quel “vedremo” che veniva usata come risposta standard che terminava quasi immancabilmente con un no.

E io intanto alla deriva delle sue decisioni, e io intanto senza punti  cardinali per orientarmi, dove la N sulla mia bussola interiore non portava al Nord ma al No.

E io che crescendo mi sono sempre detta di farmi forza e non soppesare tutte le parole che mi diceva, lo facevo per andare avanti, per non impazzire, perché comunque non avrei capito la sua filosofia di ragionamento.

“Mamma, ci sposiamo a settembre” – “Vediamo se io e papà saremo liberi per venire”.

Continua, continua, cara mamma, nonostante tutto, nonostante il non aver voluto, ma spero vivamente a questo punto il non aver potuto, comprenderci, abbracciarci dentro, amarci anche a distanza,  a dare retta solo alla TV, e al tuo “se l’ha detto la Tv è vero”, che questo possa darti un po’ di quella serenità e di certezza che noi, come figli instabili, non siamo mai riusciti a darti.

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Festa della mamma – Prima parte

10 Mag

Mi hanno chiesto di leggere “discorso sulle donne” di Natalia Ginzburg e di tirarne fuori qualcosa.

L’ho letto solo una volta, non volevo farmi influenzare e probabilmente non mi ricordo più nulla se non due cose: il pozzo e che aveva ragione.

Il pozzo è quel buco nero che, anche quando noi donne siamo al culmine della gioia, quando indossiamo il nostro miglior sorriso, quando piangiamo dalla felicità,  un pò ci vorremmo andare. Un pò ci vorremmo far coccolare da freddo, buio e umidità, perchè siamo così, la troppa euforia ci dà malinconia.

Io quel pozzo lo guardo molto spesso, e lui guarda me.

Ogni tanto fa finta di non guardarmi, tipo oggi.

Ogni  tanto invece io lo spio, tipo ieri, affascinata ma al tempo stesso impaurita.

Alcune volte non solo mi ci tuffo dentro di mia volontà ma addirittura chiudo le braccia, le gambe, le tengo strette strette, appiccicate al corpo per andare più veloce, sempre più veloce, come un missile, anzi come una bomba che a peso morto cade e dove arriva arriva.

Poi mi accorgo che invece ci volevo solo pucciare dentro un piede, come al mare, per sentire se si era un pò riscaldato col mio cuore, e allora faccio di tutto per cercare di risalire, o almeno di non continuare a cascare.

Allargo le braccia per frenare ma le mani sui bordi continuano a scivolare impietose.

Punto i piedi ma quel fottutissimo tunnel è viscido e melmoso.

Ti prego, non voglio essere come Judy Garland in “tutti insieme appassionatamente”, dico al pozzo, voglio solo avere un pò meno astio dentro, solo un pò meno, abbozzare un sorriso alla mia famiglia, almeno ogni tanto, vorrei avere gli occhi umidi dall’emozione e non dal pianto.  

Chiedo troppo signor Pozzo? No, non mi pare, vorrei solo un briciolo di serenità in più.

Allora piano piano incomincio a non scivolare più, rimango sospesa per un attimo, giusto il tempo che il pozzo così maledettamente e perfettamente liscio si trasformi in una lunghissima scala di ferro a parete.

C’era da aspettarselo che me l’avrebbe fatta pagare, che non sarei riuscita a risalire alla stessa velocità che son scesa, il pozzo é uno che non fa mai favori, a me poi che non lo frequento neanche così assiduamente non me ne ha mai fatti.

La risalita al buio é estenuante, infinita.

Mi maledico mille volte per essermi lanciata giù in quel modo ma è anche vero che se non lo avessi fatto non mi sarei neanche resa conto che alla fine non ci volevo neanche andare.

Ho freddo e, lo so, avrò freddo anche in superfice, ma su si sta meglio, decisamente, nonostante tutto.

Siamo alte, bionde, basse, brune, rosse, magre, nere, bianche, gialle, stronze, grasse, disperate, acide, gentili, metaforiche, petulanti, instancabili, massicce, delicate, povere, fragili, ricche, tragiche ma al tempo stesso comiche, snervanti, urlatrici seriali, sognatrici ma siamo e saremo sempre tutte uguali.

Teneteci la mano e fateci sorridere, ancora una volta, ne abbiamo proprio bisogno.

La cagacazzi

13 Mar

La sindrome pre mestruo é terribilmente donna.

Cagacazzi come non mai, incessantemente martellante, despota, autoritaria e ti sta col fiato sul collo per almeno 24 ore al mese (in effetti la donna ti sta 24h al giorno per 365 giorni all’anno, ma questo é un irrilevante dettaglio).

Dicevamo, tu sei lì, tranquilla con la famiglia, che ridi, giochi e ti godi il sabato e arriva lei che ti da una spallata per passare dal corridoio, fai finta di niente perché lo sai bene che se lei dai corda lei é contenta, fai il suo gioco, quindi lasci correre e fai finta di nulla.

Ma lei torna, poco dopo, col suo sogghigno, passa, ti tira i capelli e ti dice che ti vede più grassa del solito.

Giá incominciano a girarti i coglioni.

Ma come, giá accettiamo sta rottura di mestruazioni una settimana al mese, i peli sulle gambe, i baffetti, le tette che pian piano crollano, le zampe di galline intorno agli occhi, la tinta ogni due mesi, signora al posto di signorina, i figli che crescono e tu ti rimpicciolisci, il capo stronzo, il vicino isterico, il marito con le paturnie e questa,  cazzo vuole dalla nostra vita.

Se ne sta lì, col suo bel pantalone di pelle e stiletto nero, tutta figa, tutta aderentemente perfetta, pronta a ricolpirti, a tramare un altro dispetto per farti innervorsire, sapendo che tanto poi a lei non si potrá fare nulla e la nostra isteria irromperá come un tsunami sulla famiglia.

“Ma ti sei vista, ogni giorno più trasandata”, mi dice la stronza mentre mi fa scivolare dalle mani un bicchiere frantumandosi vicino a tutti.

“Maledetta” le grido nella mente mentre incolpo tutti e tutti per il danno fatto, mentre la mia faccia si trasforma in un urlo di Munch e il marito capendo la situazione piano piano allontana i figli cercando di sdrammattizzare.

Lei ti entra dentro e ti rivolta le viscere, lei ti guarda da fuori e capisce la nostra impotenza, e gode, gode e noi soffriamo, comandate come un burattino dalle sue mani, ci tira i fili, ci fa muovere come vuole lei e soprattutto ci fa dire quello che vuole lei.

Ed é sempre un dramma, sempre.

Poi piano piano, quando la puttana ha fatto il suo dovere, piano piano si dissolve facendoti il segno che tanto ci si rivede il mese prossimo.

Menopausa, wish I was there. 

 

Rabbia

13 Mar

Rabbia che mi mangia dentro.
Rabbia che mi acceca.
Rabbia che mi si attorciglia addosso come un boa.
Rabbia che mi beve come un drink.
Rabbia che non sta più nella mia pelle.
Rabbia che non mi permette di sorridere.
Rabbia che mi ingrigisce il volto.
Rabbia che mi morderei.
Rabbia che mi succhia il sangue.
Rabbia che mi lancerei giù da una rupe.
Rabbia che non guardarmi che mi urti.
Rabbia che non parlarmi che è peggio.
Rabbia, se solo potessi uscirne.

Questo signori e signori è solo un accenno, un’infarinatura, uno smilzo aperitivo di quello che è un giorno in premestruo.
Premestruo vaffanculo.

La Crisi

14 Nov

Dedicato a quelli che soffrono, a quelli che non hanno più niente, a quelli che combattono per un mondo migliore per strappare loro un sorriso, anche solo per un momento, anche se amaro

E’ così caro il mio fedele Gilberto, da quando c’è questa maledetta crisi, a dispetto di
una modesta abitudine insegnatami da quella pia di mia madre, sono costretta a
comunicarle che, per cercare di manifestare un po’ di solidarietà verso le mogli degli
operai di mio marito in cassa integrazione, anche se qui parliamo di donne meschine e
maleodoranti, dovremo ridurre gli appuntamenti dal parrucchiere da cinque a quattro
settimanali; sia ben chiaro che lo faccio solo per salvaguardare la reputazione del
consorte e sia ben chiaro che io sono contraria a questa tipologia di carità.

Il suo annuire a seguito delle mie considerazioni ben giustificate non smentisce la stima
che ho per lei.

Gilberto, pur essendo un servo tuttofare, devo confessarle che solo lei mi capisce qui
dentro. Sappia che l’altro giorno un gruppo di sudici straccioni ha fatto irruzione nella mia
tenuta in Provenza liberando le nostre duecento oche da patè, che se ne stavano li,
teneramente , tutte insieme come solo delle grandi amiche possono fare, nel capannone
destinato esclusivamente a loro per farsi quattro chiacchere in compagnia e
gozzovigliare alle mie spalle.

Capisce la nostra generosità Gilberto, la comprende?

Certo, com’è normale, abbiamo dovuto inchiodare le zampe palmate al terreno e infilare
loro nella gola un tubo per alimentarle tutto il giorno se no il fegato non si ingrossa a
dovere.
Cosa vuole, Gilberto dolce, per loro è solo un piccolo sacrificio rispetto a quello che
faccio io per loro, giusto?
E ora invece, me lo dica lei, che cosa servirà come aperitivo ai miei ospiti tutti i sabato
sera?

Oh Gilberto, tenga il fazzoletto e si asciughi le lacrime commosse, come dice? certo,
certo le sue sofferenze sono le mie, lo so.

Se non avessi lei, devoto Gilberto, come potrei affrontare l’ignorante pretesa dei
braccianti della nostra azienda agricola in Sud America di non lavorare, come dicono
loro, almeno la domenica pomeriggio?

No, non c’è bisogno che si ripeta. So per certo che non solo lei non mi chiede mai nulla
di più del tozzo di pane che le porgo quotidianamente ma le basterebbe un mio cenno
per rinunciare a tutto e mettersi ai miei servigi rinunciando alla rimunerazione, solo per il
vanto di potermi servire.

Gilberto mi commuove, se fossi una donnaccia, una nobile senza cuore, una misera e
meschina padrona rigetterei senza batter ciglio le sue richieste, ma essendo una
persona caritatevole e altruista accetto la sua richiesta come se fosse l’ultima in punta di
morte.

Ora vada Gilberto però che deve pulire la macchina, lucidare l’argenteria, battere gli arazzi e la prego prima di uscire dalla stanza, cambiamo aria che sono nauseata dal fetore di sudore e sicuramente non è il mio.

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