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Sesto giorno di vacanza al mare- di quelle date che non si scordano facilmente

21 Ago

Bella data il 20 agosto 2019.

Speriamo ora di passare dalla soap opera “la pietà l’è morta” a “Tutti insieme appassionatamente”. Vedremo.

Stamattina sono riuscita a correre solo alle dieci, con ventisette gradi ma non mi importava, quella salita doveva essere mia.

E man mano che salivo, sudavo, bevevo e imprecavo piano piano mi sono accorta che mancavano poche ore alle tre del pomeriggio. E in me è cresciuto lo schifo da un parte ma anche la liberazione dall’altra che, per uniformarmi al comportamento di quello che poi sarebbe stato preso a schiaffoni nel pomeriggio, questa liberazione sarebbe potuta tranquillamente essere paragonata a un rutto, e che rutto. Dopo 14 mesi di peperonata sullo stomaco.

Ma man mano che salivo, sempre sudando, bevendo e imprecando, mi è venuta una nostalgia terribile. Un magone. Per tutti quelli che hanno sofferto in questi mesi. Per l’immobilità o meglio, per il ritorno ai coprifuochi, alle minacce, alla sporcizia del linguaggio, alle bassezze, all’infantilismo. E intanto persone hanno pianto, urlato disperati. Sono stati messi in esilio. Molti sono morti. Altri hanno perso il lavoro, altri ancora illusi. Altri sono stati lapidati verbalmente o fisicamente in pubblica piazza visto che la maleducazione, l’ignoranza e il pressapochismo erano stato sdoganati. Il razzismo non lo cito neanche, non voglio sporcarmi le dita sulla tastiera.

Al terzo chilometro mi sono fermata davanti alla croce a fotografarla e a provare un attimo a pensare sul suo vero significato, io che non pratico. Alla targa che volente o nolente era un chiaro messaggio della giornata. Alla signora disabile che dà l’idea di e rassegnazione e della casa trascurata.

Poi che ci siano anche i prodotti locali che lanciano messaggi chiari e decisi sull’esito della giornata è una cosa fantastica!!

P.s. Ho provato a spiegare ai figli cosa stesse succedendo in Italia ma a loro interessava solo il minigolf serale che”ça va sans dire” (come dicono qui) hanno saltato per comportamento in famiglia anti sportivo.

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Senza se e senza ma

31 Gen

Digrigna, o meglio, digrignava i denti.

E quando li digrignava non c’era da stare sereni.

O stava per scatenarsi la tempesta o eri già nell’occhio del ciclone, a tua insaputa il più delle volte.

E non si poteva che fuggire, sempre se esisteva una via di fuga, ma non sempre era così.

Avevo sedici anni, era la fine del 1980. Tra noi studentesse andavano di moda le spalline, i capelli cotonati e gli strappi sui jeans a livello natiche. Io, mio malgrado, ero fuori da tutti questi giri. Le minacce di mio padre, specie sull’ultimo punto, erano più forti di qualsiasi moda in auge.

Eccola, eccola che digrigna ancora una volta i denti verso noi figli, noi tre atterriti dalla paura.

Quell’espressione che anch’io, a distanza di trent’anni, ho usato spesso con i miei. Eppure l’ho sempre odiata. Ho fatto incubi per anni causa quell’espressione, e i miei figli, a loro volta, si terrorizzano quando gliela la faccio. Non è vero che dagli sbagli, anche se altrui, si impara, non è proprio vero.

Pensavo che per ereditarietà si intendessero solo le cose belle. Il colore degli occhi particolari, le buffe espressioni, le abilità, e invece ti ritrovi, tuo malgrado, ad avere solo lo stesso ghigno, il naso aquilino e lo stesso maledetto vizio di fare battute fuori luogo, le classiche figure di merda insomma.

“Guai, guai se vi esce qualcosa dalla bocca, non voglio che lo venga a sapere nessuno, avete capito? Guardatemi, avete capito bene?”

Noi tre figli ci guardiamo con un punto interrogativo stampato in faccia. Abbiamo la gola secca, ma neanche una cascata in questo momento ci disseterebbe, figuriamoci un semplice bicchiere d’acqua. Nostro padre invece, presente anche lui, fissa la punta delle scarpe insistentemente, in silenzio, quasi come se lì ci fosse la soluzione al problema.

Un silenzio terribile.

Un silenzio che urla, che strappa via tutto, che come un’onda gigantesca ci inghiotte.

“Ma mamma” quasi noi tre all’unisono “perché non dirlo. Perché? I vicini ci aiuterebbero”

“Che cosa ho detto? Non mi rompete i coglioni e andate di lá”.

Poi perde di colpo la lucidità nello sguardo e guarda lontano, quasi come se volesse oltrepassare il muro di casa per cercare una speranza.

Tumore.

Tumore al seno.

Benigno?

Maligno?

Gambe che tremano solo al pensiero, mente che si annebbia. Non riesci a pensare più a nulla e nessuno in famiglia ti spiega niente. Forse è meglio, forse è peggio, non l’ho mai saputo.

I vicini che chiedono e tu fuggi abbozzando risposte confuse.

Avranno capito? Magari lo sanno già ma tu neghi. Neghi l’evidenza, neghi la sua assenza, come se fosse una vergogna da nascondere.

I panni sporchi si lavano in casa.

Ma quali panni sporchi, quali? Cosa c’è di più umano del condividere con quelli ci amano anche le fatiche, le preoccupazioni, le tragedie, cosa?

Penso in ginocchio, nascosta in bagno a scuola, mentre singhiozzo disperatamente.

Allora?

Maligno?

Benigno?

“È andato tutto bene, possiamo passare a trovarla” ci dice il papà.

Chissà poi se lui ha vissuto tutto questo dolore come noi tre o se n’è fregato i coglioni, come mia madre gli ha rinfacciato qualche anno dopo. E anche in quell’occasione, dopo quella frase, poi ha perso di lucidità fissando il muro, cercando quasi con lo sguardo di attraversarlo, forse sperando di ritornare bambina e correre ancora in mezzo ai campi di grano, senza pensieri.

Eccola.

In una stanza bianca, enorme, una luce dalla finestra accecante.

È un po’ come quando ti immagini il paradiso. Surreale.

Penso un attimo ai miei vicini.

Ma cosa volete che vi racconti.

Tremo all’immagine dei suoi denti, quasi come se fosse un cane rabbioso, con la schiuma alla bocca, pronto ad attaccarti dopo aver dato sfoggio dei canini appuntiti.

Eccola, di nuovo.

Ci avviciniamo, quasi con timore di farle male anche solo a parlarle.

Non c’è traccia di niente che non sia amore tra di noi, niente che non sia amore.

“Ciao mamma”

E tutto il dolore, i brutti pensieri, le brutte immagini si dissolvono in un attimo. Come se non fossero mai esistiti, ma con la consapevolezza che sarebbero tutto ritornato, ma in quel momento non ci importava di nulla se non di lei. Quel momento di pace assoluta, di armi a terra, bandiera bianca al vento. Quel momento di commozione totale, tra noi figli, che in questo momento ricopriamo anche il ruolo di genitori rassicuranti, e lei che ricopre anche il ruolo di nostra figlia indifesa.

“Mi raccomando, quando tornerà a casa la mamma non potrà fare sforzi col braccio destro per qualche mese, quindi aiutiamola, aiutiamola tutti”.

Dopo cinque giorni passava già lo spazzolone sui pavimenti senza proferir parola, in silenzio.

Un silenzio che conteneva una forza sovraumana. La forza del fare e dell’andare avanti, la forza del non chiedere per non disturbare, la forza del sacrificio per non pesare su nessuno, più comunemente chiamata la forza delle donne, senza se e senza ma.

(Questo mio racconto fa parte di un’antologia pubblicata qualche anno fa).

Primo giorno al mare – la pazienza infinita

18 Ago

Perché lo sapevo già, ma oramai chi si stupisce più, che il viaggio sarebbe stato un inferno.

Io avevo la carogna addosso ancora prima di partire, perché per andare in vacanza non volevo passare da Genova. Perchè mi sentivo lo schifo addosso di quelli che si fanno il selfie col morto, anche se non c’entro nulla con loro, per il funerale di Stato, che mi sembrava brutto passarci di fianco mentre andavamo al mare e perché si sconsigliava il transito da quelle parti visto il caos.

Il marito invece, al contrario ci voleva passare perchè è la sua città, perchè voleva respirarla anche in questo momento di silenzio irreale, condividere l’emozione con i suoi parenti e per ultimo waze, che pare non sbagli mai, diceva che non ci sarebbe stato traffico. (In effetti l’autostrada era completamente vuota).

Beh, ci siamo scornati ininterrottamente, escluso un mio pisolo di un’ora lato passeggero, dalle 9.30 alle 17, e scornati è un eufemismo, coi figli poi che ci mettevano il carico da undici.

Si scoprirà all’ora di cena che il marito è due notti che non dorme causa pensieri, ma mica te lo dice no, e neanche te lo fa capire. Nella prossima vita faccio un corso di corrispondenza per lettura nella mente, magari così non lo minaccio più stile Al Capone.

E si arriva in campeggio, e devi anche disfare tutti i bagagli. Ah, i miei meravigliosi vestiti estivi nell’armadio, sapendo già, tuo malgrado, che indosserai calzoncini e canottiera per una settimana.

E i figli, il marito e i cuginetti arrivati anche loro coi genitori hanno fame. Dio che incubo che la gente voglia mangiare più di una volta alla settimana, e con questo caldo umidità e i capelli appicicati alla fronte anche l’estro culinario se ne va a puttane.

Sù figlio piccolo, oramai giovine uomo, aiutami a preparare questa mayonese veg che stasera facciamo il botto.

Se l’ha detto la TV è vero.

29 Dic

“Sto ascoltando alla radio Teresa de Sio che canta ” voglia ‘e turnà”. Avrò avuto 10 anni quando mia mamma me la faceva ascoltare mille volte al giorno, sempre e solo in primavera, mi ricordo ancora le finestre aperte del salotto in casa per far entrare la prima brezza tiepida dell’ anno, i capelli di mia mamma svolazzavano ed era felice, ma felice veramente, tornava bambina e incominciava a fissare il vuoto ricordando chissà che cosa e con la bocca abbozzava un sorriso. Non l’ ho più vista così, che peccato.”

(dal mio blog dell’8 marzo 2010)

Chissà a che cosa pensa quando il suo sguardo all’improvviso da lucido diventa opaco, come quello di un pesce lasciato troppo tempo sul bancone del super, e incomincia a fissare il vuoto.

Chissà che cosa si domanda, quando si guarda allo specchio e la senti sussurrare delle risposte alla sua immagine riflessa.

Chissà di che cosa ride, quando lo fa maliziosamente da sola, abbassa la punta del naso e abbozza il coprirsi il volto con la mano sinistra.

In quarantaquattro anni mi chiedo dove tu sia stata durante tutta la tua presenza con me.

Io ti parlavo e tu rispondevi altro.

Io ti raccontavo un segreto e tu lo andavi a raccontare in giro, quasi come se non fossi stata tua figlia, quasi se l’informare il diretto proprietario fosse stato più importante dei miei sentimenti.

Affettiva, anaffettiva, carezze, sberle, oggetti lanciati addosso, storie raccontate teneramente sulle ginocchia, unghie piantate nella carne, parolacce a denti stretti per non farti sentire dagli altri, l’aspettarmi con la scopa in mano quando tornavo da scuola forse sperando che avessi preso un brutto voto per usarla su di me.

Forse, anzi probabilmente, saranno stati di più i bei momenti che quelli brutti, per forza, deve essere così, anche per la famiglia più disagiata, eppure io non me li ricordo.

Eppure ripeto, mio malgrado, io ricordo solo quelli brutti, quelli che non riguardano solo la violenza fisica o quella verbale.

Quella per cui un genitore, che dovrebbe fare scelte oculate e coerenti per mantenere una certa serenità mentale al proprio figlio, invece è come se tirasse la monetina per ogni cosa.

Quindi se ieri avevo avuto il permesso di fare una cosa, oggi non potevo più farla, quella per cui ogni scusa era buona per un castigo, quel “vedremo” che veniva usata come risposta standard che terminava quasi immancabilmente con un no.

E io intanto alla deriva delle sue decisioni, e io intanto senza punti  cardinali per orientarmi, dove la N sulla mia bussola interiore non portava al Nord ma al No.

E io che crescendo mi sono sempre detta di farmi forza e non soppesare tutte le parole che mi diceva, lo facevo per andare avanti, per non impazzire, perché comunque non avrei capito la sua filosofia di ragionamento.

“Mamma, ci sposiamo a settembre” – “Vediamo se io e papà saremo liberi per venire”.

Continua, continua, cara mamma, nonostante tutto, nonostante il non aver voluto, ma spero vivamente a questo punto il non aver potuto, comprenderci, abbracciarci dentro, amarci anche a distanza,  a dare retta solo alla TV, e al tuo “se l’ha detto la Tv è vero”, che questo possa darti un po’ di quella serenità e di certezza che noi, come figli instabili, non siamo mai riusciti a darti.

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Festa della mamma – Prima parte

10 Mag

Mi hanno chiesto di leggere “discorso sulle donne” di Natalia Ginzburg e di tirarne fuori qualcosa.

L’ho letto solo una volta, non volevo farmi influenzare e probabilmente non mi ricordo più nulla se non due cose: il pozzo e che aveva ragione.

Il pozzo è quel buco nero che, anche quando noi donne siamo al culmine della gioia, quando indossiamo il nostro miglior sorriso, quando piangiamo dalla felicità,  un pò ci vorremmo andare. Un pò ci vorremmo far coccolare da freddo, buio e umidità, perchè siamo così, la troppa euforia ci dà malinconia.

Io quel pozzo lo guardo molto spesso, e lui guarda me.

Ogni tanto fa finta di non guardarmi, tipo oggi.

Ogni  tanto invece io lo spio, tipo ieri, affascinata ma al tempo stesso impaurita.

Alcune volte non solo mi ci tuffo dentro di mia volontà ma addirittura chiudo le braccia, le gambe, le tengo strette strette, appiccicate al corpo per andare più veloce, sempre più veloce, come un missile, anzi come una bomba che a peso morto cade e dove arriva arriva.

Poi mi accorgo che invece ci volevo solo pucciare dentro un piede, come al mare, per sentire se si era un pò riscaldato col mio cuore, e allora faccio di tutto per cercare di risalire, o almeno di non continuare a cascare.

Allargo le braccia per frenare ma le mani sui bordi continuano a scivolare impietose.

Punto i piedi ma quel fottutissimo tunnel è viscido e melmoso.

Ti prego, non voglio essere come Judy Garland in “tutti insieme appassionatamente”, dico al pozzo, voglio solo avere un pò meno astio dentro, solo un pò meno, abbozzare un sorriso alla mia famiglia, almeno ogni tanto, vorrei avere gli occhi umidi dall’emozione e non dal pianto.  

Chiedo troppo signor Pozzo? No, non mi pare, vorrei solo un briciolo di serenità in più.

Allora piano piano incomincio a non scivolare più, rimango sospesa per un attimo, giusto il tempo che il pozzo così maledettamente e perfettamente liscio si trasformi in una lunghissima scala di ferro a parete.

C’era da aspettarselo che me l’avrebbe fatta pagare, che non sarei riuscita a risalire alla stessa velocità che son scesa, il pozzo é uno che non fa mai favori, a me poi che non lo frequento neanche così assiduamente non me ne ha mai fatti.

La risalita al buio é estenuante, infinita.

Mi maledico mille volte per essermi lanciata giù in quel modo ma è anche vero che se non lo avessi fatto non mi sarei neanche resa conto che alla fine non ci volevo neanche andare.

Ho freddo e, lo so, avrò freddo anche in superfice, ma su si sta meglio, decisamente, nonostante tutto.

Siamo alte, bionde, basse, brune, rosse, magre, nere, bianche, gialle, stronze, grasse, disperate, acide, gentili, metaforiche, petulanti, instancabili, massicce, delicate, povere, fragili, ricche, tragiche ma al tempo stesso comiche, snervanti, urlatrici seriali, sognatrici ma siamo e saremo sempre tutte uguali.

Teneteci la mano e fateci sorridere, ancora una volta, ne abbiamo proprio bisogno.

La cagacazzi

13 Mar

La sindrome pre mestruo é terribilmente donna.

Cagacazzi come non mai, incessantemente martellante, despota, autoritaria e ti sta col fiato sul collo per almeno 24 ore al mese (in effetti la donna ti sta 24h al giorno per 365 giorni all’anno, ma questo é un irrilevante dettaglio).

Dicevamo, tu sei lì, tranquilla con la famiglia, che ridi, giochi e ti godi il sabato e arriva lei che ti da una spallata per passare dal corridoio, fai finta di niente perché lo sai bene che se lei dai corda lei é contenta, fai il suo gioco, quindi lasci correre e fai finta di nulla.

Ma lei torna, poco dopo, col suo sogghigno, passa, ti tira i capelli e ti dice che ti vede più grassa del solito.

Giá incominciano a girarti i coglioni.

Ma come, giá accettiamo sta rottura di mestruazioni una settimana al mese, i peli sulle gambe, i baffetti, le tette che pian piano crollano, le zampe di galline intorno agli occhi, la tinta ogni due mesi, signora al posto di signorina, i figli che crescono e tu ti rimpicciolisci, il capo stronzo, il vicino isterico, il marito con le paturnie e questa,  cazzo vuole dalla nostra vita.

Se ne sta lì, col suo bel pantalone di pelle e stiletto nero, tutta figa, tutta aderentemente perfetta, pronta a ricolpirti, a tramare un altro dispetto per farti innervorsire, sapendo che tanto poi a lei non si potrá fare nulla e la nostra isteria irromperá come un tsunami sulla famiglia.

“Ma ti sei vista, ogni giorno più trasandata”, mi dice la stronza mentre mi fa scivolare dalle mani un bicchiere frantumandosi vicino a tutti.

“Maledetta” le grido nella mente mentre incolpo tutti e tutti per il danno fatto, mentre la mia faccia si trasforma in un urlo di Munch e il marito capendo la situazione piano piano allontana i figli cercando di sdrammattizzare.

Lei ti entra dentro e ti rivolta le viscere, lei ti guarda da fuori e capisce la nostra impotenza, e gode, gode e noi soffriamo, comandate come un burattino dalle sue mani, ci tira i fili, ci fa muovere come vuole lei e soprattutto ci fa dire quello che vuole lei.

Ed é sempre un dramma, sempre.

Poi piano piano, quando la puttana ha fatto il suo dovere, piano piano si dissolve facendoti il segno che tanto ci si rivede il mese prossimo.

Menopausa, wish I was there. 

 

Rabbia

13 Mar

Rabbia che mi mangia dentro.
Rabbia che mi acceca.
Rabbia che mi si attorciglia addosso come un boa.
Rabbia che mi beve come un drink.
Rabbia che non sta più nella mia pelle.
Rabbia che non mi permette di sorridere.
Rabbia che mi ingrigisce il volto.
Rabbia che mi morderei.
Rabbia che mi succhia il sangue.
Rabbia che mi lancerei giù da una rupe.
Rabbia che non guardarmi che mi urti.
Rabbia che non parlarmi che è peggio.
Rabbia, se solo potessi uscirne.

Questo signori e signori è solo un accenno, un’infarinatura, uno smilzo aperitivo di quello che è un giorno in premestruo.
Premestruo vaffanculo.

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