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Terzo giorno al mare -lo stafilococco

19 Ago

Quelle strane macchiette sulle faccia dei miei figli, che si trasformavano in ferita aperta,  presenti da qualche giorno mi convincevano poco. Ero convinta di farle passare con la mia crema cicatrizzante ma non solo non si sono fermate ma sono addirittura aumentate. Quindi, intanto che cerchiamo un pediatra in zona vado in farmacia col grande.

Bongiorno Sig farmacista, le chiederei un consiglio per queste macchiette.

Mi tiene un corso di infezioni batteriche tenendomi venti minuti incollata al bancone, mentre dietro di me si forma una fila lunghissima di clienti. Il grande scalpita per uscire mentre l’anziano farmacista mi spiega la temperatura ideale per la proliferazione di questo batterio. Mi parla di urinocoltura e di lavare gli asciugamani col napisan, mi raccomando, e poi le consiglio il Fucidin. Pur nella sua meticolositá e grande scrupolo nell’occuparsi del mio caso mi è stato sui coglioni fin da subito, quindi l’ho liquidato con un “sono in albergo e non posso utilizzare il napisan e per il resto attendo un responso del pediatra poi le faccio sapere”.

Scendiamo in spiaggia. Quando risaliamo per pranzo sfatti dal caldo, il pediatra locale al telefono mi dice che sarebbe rimasto in studio ancora un’ora e poi se ne sarebbe andato. Sentendo il mio sconforto al telefono per il non riuscire a raggiungerlo, mi fa una diagnosi flash con la mia descrizione : infezione da staffilococco è il responso.

Torno dal farmacista.

Bongiorno Sig farmacista, allora ho chiamato il pediatra che …

Mi interrompe in modo brusco.

Non mi interessa cosa le ha detto che hanno ma che cosa le ha prescritto.

Io mi guardo la punta dei sandali, mi infilo la coda tra le gambe e sussurro una parola.

Non ho sentito signora, me lo dica più forte.

Fucidin, tutta rossa in faccia, aveva ragione.

Ahhhhhhhhh, ecco. Mi dice lui con un tono trionfante.

Tenga la sua scatola e si ricordi di lavare gli asciugamani col Napisan.

Bastardo dentro.

Primo giorno al mare – Spess

17 Ago

(In primis volevo congraturlarmi con me stessa per essere riuscita a far stare in due miny trolley e uno medio tutti i bagagli per una settimana, pinne, maschere e secchielli compresi. Ho scoperto l’anno scorso, mio malgrado,  che il trolley dedicato ai pantaloni lunghi e pile al Sud in agosto non servono. Ma la milanese in vacanza ci doveva sbattere la testa per capirlo).

La prima problematica dell’italiano medio che va in vacanza col treno è che, automaticamente, almeno il cinquanta per cento sbaglia posto è ha da dire, il trenta sbaglia carrozza e ha da dire e l’ultimo venti sale sulla carrozza giusta ma dalla parte opposta del suo posto, vorrebbe essere una palla da bowling in quel momento visto la quantitá di gente in fila per sedersi, e, nonostante l’avere torto marcio, anche questo ha ancora da dire.

I ragazzi si sono “agitati” prima di partire, sul primo treno, sul secondo treno, a piedi fino al porticciolo, sul traghetto, al ristorante dove pare due giudici dei Guinnes che passavano di là per caso li abbiano inseriti nel libro per rovesciamento multiplo di liquidi sul tavolo, aspettando il bus, sul taxi perchè il bus non passava, in hotel, buonanotte. Non escludo che si agitino anche durante il sonno, mi chiedo quindi quando inizierá anche per noi genitori la vacanza.

Il marito che in quattro mesi è passato dall’essere vegetariano al fruttariano, dal macrobiotico al vegano, e gli mancava solo di essere respiriano per finire l’elenco, si era ripromesso che in questo viaggio avrebbe fatto uno strappo alla regola: le melanzane alla parmigiana come Dio comanda. Tripudio di profumi, unto colante, mozzarella filante, fritto croccante. Solo questo chiedo, solo questo come strappo alla regola. Io lo guardo, alzo gli occhi al cielo e penso che prima o poi mi faranno un busto in bronzo per la pazienza, visto che poi, a parte questa settimana, le mani in cucina ce le metto io.

Signore, mi scusi, ma abbiamo tutto i piatti del menù tranne la sua ordinazione, gradisce qualcos’altro?

Mai, mai fare strappi alla regola, potresti averlo detto troppo forte e Murphy non vedeva l’ora di metterci lo zampino.

L’attesa per l’ultimo bus è stata un’agonia, dopo quasi un’ora, senza neanche il miraggio del 6 in lontananza, vado in biglietteria.

Signora ogni quanto passa il 6?

Spess.

E io annuisco, con un sorriso un po’ ebete, come per chiedere quanto spesso.

Spess.

E io riannuisco, con un sorriso ancora più ebete, che sarà anche spess ma io mica sono fess.

Alla fine mi ha dato l’orario dei bus e mi ha liquidato con la mano, come se  fossi una venditrice di rose filippina inopportuna e petulante al ristorante.

Santo taxi grazie di esistere.

(Nella categoria “si va in gita ..” trovate il diario di viaggio anche degli anni precedenti)

Sesto giorno in montagna – il cielo

7 Ago

Non sempre le cose vanno come vorresti che andassero, ma forse vanno come in effetti dovrebbero andare, specie quando in mezzo c’è tanto amore ma anche tanta tanta sofferenza.

I miei racconti montani finiscono così: quando inerpicandomi, ho guardato il cielo e forse avevo già capito tutto ancora prima che me lo dicessero.

Ti ricorderò per sempre così caro cognato, come un uccello finalmente libero di volare dopo tanti anni in gabbia.

Quarto giorno in montagna – 10 regole d’oro per non correre col marito

5 Ago

La voglia di correre ha infine prevalso sulla doppia sciatica, unico neo è che la sera prima il marito, fermo con la corsa dal 1997, ha pronunciato la fatidica frase “domani vengo con te”.

Bene marito sveglia alle 7 perchè poi fa troppo caldo.

1 perche poi quando dice che si sveglia alle 7 – e tu alle 7.05 sei già colazionata, vestita e unta di olio all’arnica – lui poi ti dice che si alza alle 7.20 perchè fa troppo freddo fuori e allora lo aspetti;

2 e intanto che lo aspetti fai 20′ di stretching sul pavimento umido della tenda tra scarponi e vestiti dei figlio per terra e intanto fremi per uscire;

3 e mentre scadono i 20′ lui si alza e non trova la maglietta, e non trova i pantaloncini che poi trova, e le scarpe che poi una subito e un’altra dopo 4′ di ricerca, ma la maglietta non viene fuori, e prendine un’altra, no voglio quella e ci sono 14 gradi fa caldo, no mi metto il pile. E alla fine lo molli come un cane in’autostrada. Stremata, esci, ti agganci al gps e parti.

4 che poi al terzo chilometro te lo ritrovi 100 metri dietro che sbraccia come un naufrago su un’isola e lo aspetti;

5 e poi vuole correre e parlare e tu vuoi correre;

6 e poi lo aspetti e poi ti ricorre avanti, tu accelleri il passo finalmente, e poi di botta si ferma e ti spezza il ritmo;

7 poi ti vuole fare il video, guarda di qua che guarda di la e quasi cadi nel fosso per dargli retta;

8 e poi tu rimetti le cuffie e corri velocissima sperando di seminarlo e lui ti urla e poi ti telefona perchè era più  carino correre insieme;

9 e poi ricorri con lui e si ferma di colpo perchè vuole bere alla fontanella;

10 e poi finalmente quando si riparte vuole che io da davanti corra mentre gli faccio un filmato e viene tutto storto, e si lamenta.

Ecco

Terzo giorno in montagna -Robocop 

4 Ago

Ieri poi siamo riusciti a cambiare il letto e mi hanno dato le doghe. Come passare dalle stalle alle stelle, come il famoso cacio sui maccheroni, le doghe e la mia schiena: un’accoppiata perfetta.

Mi alzo comunque con, e con non solo, due dolori pungenti nelle chiappe, come se mi avessero fatto due punture con un martello pneumatico.

SDONG SDONG. Questa doppia sciatica mi fa muovere come Robocop.

SDONG SDONG. Mi sembra di sentire il rumore metallico ad ogni passo.

SDONG SDONG. Per la camminata di ieri mi urlano le punte dei piedi, mi tirano i polpacci, mi bruciano le ciappe, mi sento le anche aperte come se fossi un pollo alla piastra.

SDONG SDONG, per mettermi seduta sulla panca sotto il tendone ristorante ho alzato le gambe – come se fossero ingessate – ad un’altezza che Heather Parisi levati proprio.

Santo Stretching prega per noi.

Santa Arnica prega per noi.

Santo Voltaren gel prega per noi.

Santo Brufen prega per noi.

Imbottita così alle Olimpiadi mi sarei portata a casa almeno due medaglie, gara dello sputacchio compresa.

Oggi tranquillo ma domani si ricomincia a scarpinare e forse anche a  correre se no torno tonda, con quello che mangio, come il Buddha prima della dieta, che non hai mai fatto.

(I simboli e le insegne sui morti della prima guerra mondiale, chiamata qui la “guerra bianca”, fanno rabbrividire ed è giusto che sia così).

Secondo giorno in montagna -il tuffo olimpionico

3 Ago

Dopo una notte relativamente calda, l’anno scorso a quest’ora aveva nevicato in altura e la stalagtite al naso era un must have, e dopo undici ore di sonno, mi alzo per affrontare la giornata col migliore dei sorrisi.

O meglio cerco di alzarmi. Il materasso a molle del mio letto, che nella notte aveva formato una conca sotto il mio peso, catturandomi implacabile e senza via d’uscita come la balena con Pinocchio, non solo mi impedisce i movimenti, ma mi fa realizzare che non solo il mal di schiena, nonostante gli antidolorifici, non mi fosse mai passato ma che mi era pure partito il dolore alla sciatica.

Ma siamo in montagna e in montagna si viene a camminare.

E cosi andiamo a visitare questi tre laghi, sempre con consigli e commenti discordanti dagli altri campeggiatori. Ma perchè ascoltarli quando potremmo fare di testa nostra? (Male, moltoooo male).

I chilometri da percorrere in macchina, prima di incominciare a scarpinare, sarebbero dovuti essere quattro su uno sterrato tra i boschi ma noi, stoici, dopo uno già parcheggiamo. Chi siamo noi per non camminare in questa splendida giornata di sole. (Male, moltooooo  male parte seconda).

E così si sale.

Si sale tra i boschi, salite che non finiscono mai. Alla prima malga scopriamo che forse siamo al trenta per cento della salita. Ci aspetta una salita straripida sotto un sole impacabile sull’asfalto. 

“Mamma vado avanti con loro” mi dice l’ottenne saltellando come un grillo indicandomi l’altra famiglia che ci accompagnava.

Alla seconda malga trovo l’ottenne fradicio e ghiacciato come un reduce dell’ice bucket challenge. Abbeverandosi a una fontanella montana e scivolato dentro con un tuffo degno della migliore medaglia d’oro alle Olimpiadi.

E poi si sale ancora a vedere le tre dighe, l’una sopra l’altra.

E poi si ricomincia a scendere, con le gambe a pezzi, le dita dei piedi che nella discesa vorrebbero uscire fuori dagli scarponi e imitare l’urlo di Munch.

Sperare che la strada in discesa diversa da quella della salita si ricongiunga con quella della salita per riprendere la macchina, ma la sfiga ci vede, e ci vede ben lontano.

16 km, 800 metri di dislivello, noi adulti a pezzi, i ragazzi vispi come se avessero dormito tutto il giorno.

Siparietto del giorno offerto da una famigliola romana lungo il percorso dove la moglie infuriata col marito gli urlava di tutto perchè lui aveva avuto la splendidissima idea di congelare le bottigliette d’acqua che non si erano scongelate durante il percorso e stavano tutti morendo di sete.

Le consolazioni che ci sia sempre qualcuno messo peggio di te nei momenti già tuoi di sfiga sono sempre molto consolanti.

Primo giorno in montagna – il mal di schiena

2 Ago

Quante volte si può ascoltare la stessa canzone senza impazzire?

Ma torniamo dall’inizio.

Corsa alle 6.20.

Smontaggio della piscina in giardino alle 7.40 col marito.

Sudati fradici e già mangiati dalle zanzare come se non ci fosse un domani già alle 8 del mattino.
Solita pantomima annuale del marito che dice che tutti quei bagagli in macchina non ci staranno mai, e sottolinea MAI. Ci stanno, ci stanno, spingi forte che ci stanno. Ho giocato per dieci anni di seguito a Tetris marito, vuoi che non sappia incastrare alla perfezione una quindicina di pezzi di varie forme in un’unica scatola metallica con le ruote?

Sosta colazione con i due ululanti e via.

L’ho già scritto quante volte si può ascoltare la stessa canzone senza impazzire?

È una canzone che spacca “Happy Days” di Ghali, il video poi è spaziale, lo devo ammettere. Una, due, cinque, dieci, insomma fino a trenta volte ci può anche stare per amore verso la famiglia, ma dopo la trentesima è tortura del KGB.

Eppure così è se vi pare.

Le mie gambe al posto del passeggero completamente incastrate tra sacchetti e sacchettini ma boia che mi sono lamentata, e ho fatto male il male alla schiena non mi ha più abbandonata almeno per la prima giornata.

Lo spacchettamento dei sacchetti aspirati con l’aspirapolvere, da sempre un brivido lungo la schiena, ho sempre paura dell’onda d’urto, del rinculo. Probabilmente ogni volta che ne apro uno, con quel sibilo tipico del riso sottovuoto, una contessa che viaggia solo con i bauli di Vuitton si impicca con un filo di perle, ma oramai a queste morti mi sono abituata, peggio per loro.

Acqua ghiacciata di fiume sui piedi fino quasi al congelamento per fare un refresh mentale, sperando di dimenticare stress e cazzate varie almeno per una settimana.

Il marito mi dice sempre che in montagna cambio espressione, la felicitá di essere in quota mi si legge in faccia.

Mi illudo sempre di essere la reincarnazione di Heidi, ma penso che lo Yeti, ragionandoci bene, mi rappresenti di più.

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