Secondo giorno in montagna -il tuffo olimpionico

3 Ago

Dopo una notte relativamente calda, l’anno scorso a quest’ora aveva nevicato in altura e la stalagtite al naso era un must have, e dopo undici ore di sonno, mi alzo per affrontare la giornata col migliore dei sorrisi.

O meglio cerco di alzarmi. Il materasso a molle del mio letto, che nella notte aveva formato una conca sotto il mio peso, catturandomi implacabile e senza via d’uscita come la balena con Pinocchio, non solo mi impedisce i movimenti, ma mi fa realizzare che non solo il mal di schiena, nonostante gli antidolorifici, non mi fosse mai passato ma che mi era pure partito il dolore alla sciatica.

Ma siamo in montagna e in montagna si viene a camminare.

E cosi andiamo a visitare questi tre laghi, sempre con consigli e commenti discordanti dagli altri campeggiatori. Ma perchè ascoltarli quando potremmo fare di testa nostra? (Male, moltoooo male).

I chilometri da percorrere in macchina, prima di incominciare a scarpinare, sarebbero dovuti essere quattro su uno sterrato tra i boschi ma noi, stoici, dopo uno già parcheggiamo. Chi siamo noi per non camminare in questa splendida giornata di sole. (Male, moltooooo  male parte seconda).

E così si sale.

Si sale tra i boschi, salite che non finiscono mai. Alla prima malga scopriamo che forse siamo al trenta per cento della salita. Ci aspetta una salita straripida sotto un sole impacabile sull’asfalto. 

“Mamma vado avanti con loro” mi dice l’ottenne saltellando come un grillo indicandomi l’altra famiglia che ci accompagnava.

Alla seconda malga trovo l’ottenne fradicio e ghiacciato come un reduce dell’ice bucket challenge. Abbeverandosi a una fontanella montana e scivolato dentro con un tuffo degno della migliore medaglia d’oro alle Olimpiadi.

E poi si sale ancora a vedere le tre dighe, l’una sopra l’altra.

E poi si ricomincia a scendere, con le gambe a pezzi, le dita dei piedi che nella discesa vorrebbero uscire fuori dagli scarponi e imitare l’urlo di Munch.

Sperare che la strada in discesa diversa da quella della salita si ricongiunga con quella della salita per riprendere la macchina, ma la sfiga ci vede, e ci vede ben lontano.

16 km, 800 metri di dislivello, noi adulti a pezzi, i ragazzi vispi come se avessero dormito tutto il giorno.

Siparietto del giorno offerto da una famigliola romana lungo il percorso dove la moglie infuriata col marito gli urlava di tutto perchè lui aveva avuto la splendidissima idea di congelare le bottigliette d’acqua che non si erano scongelate durante il percorso e stavano tutti morendo di sete.

Le consolazioni che ci sia sempre qualcuno messo peggio di te nei momenti già tuoi di sfiga sono sempre molto consolanti.

Primo giorno in montagna – il mal di schiena

2 Ago

Quante volte si può ascoltare la stessa canzone senza impazzire?

Ma torniamo dall’inizio.

Corsa alle 6.20.

Smontaggio della piscina in giardino alle 7.40 col marito.

Sudati fradici e già mangiati dalle zanzare come se non ci fosse un domani già alle 8 del mattino.
Solita pantomima annuale del marito che dice che tutti quei bagagli in macchina non ci staranno mai, e sottolinea MAI. Ci stanno, ci stanno, spingi forte che ci stanno. Ho giocato per dieci anni di seguito a Tetris marito, vuoi che non sappia incastrare alla perfezione una quindicina di pezzi di varie forme in un’unica scatola metallica con le ruote?

Sosta colazione con i due ululanti e via.

L’ho già scritto quante volte si può ascoltare la stessa canzone senza impazzire?

È una canzone che spacca “Happy Days” di Ghali, il video poi è spaziale, lo devo ammettere. Una, due, cinque, dieci, insomma fino a trenta volte ci può anche stare per amore verso la famiglia, ma dopo la trentesima è tortura del KGB.

Eppure così è se vi pare.

Le mie gambe al posto del passeggero completamente incastrate tra sacchetti e sacchettini ma boia che mi sono lamentata, e ho fatto male il male alla schiena non mi ha più abbandonata almeno per la prima giornata.

Lo spacchettamento dei sacchetti aspirati con l’aspirapolvere, da sempre un brivido lungo la schiena, ho sempre paura dell’onda d’urto, del rinculo. Probabilmente ogni volta che ne apro uno, con quel sibilo tipico del riso sottovuoto, una contessa che viaggia solo con i bauli di Vuitton si impicca con un filo di perle, ma oramai a queste morti mi sono abituata, peggio per loro.

Acqua ghiacciata di fiume sui piedi fino quasi al congelamento per fare un refresh mentale, sperando di dimenticare stress e cazzate varie almeno per una settimana.

Il marito mi dice sempre che in montagna cambio espressione, la felicitá di essere in quota mi si legge in faccia.

Mi illudo sempre di essere la reincarnazione di Heidi, ma penso che lo Yeti, ragionandoci bene, mi rappresenti di più.

Il compleanno

17 Mag

Penombra dalla finestra, la tipica penombra delle case esposte a nord, di quelle fredde, cupe, dove non riesci mai a vedere la danza della polvere in controluce.

Esposte a nord, quelle più a buon mercato perché non le vuole proprio nessuno, o quasi. Il tavolo è di legno, ma di un marrone anonimo, un po’ come tutto il resto dell’arredamento.

Sensazione di vecchio e stantio che dopo entrati non ti abbandona più e di tristezza, fallimento e rassegnazione. Una lampadina appesa al suo filo penzola in mezzo alla cucina, la carta da parati ingiallita che ne ha viste tante se non troppe, come quel lui, intento a sbucciar patate seduto a capotavola, e quella lei, chiusa in bagno da ore quasi come se fosse un rifugio o l’unica ancora di salvezza.

Hai finito? Ma stai scherzando? Sono appena entrata.

Eppure mi sembrava tu fossi entrata alle sette, subito dopo il caffè, e ora, a meno che l’orologio della cucina non sia impazzito, sono le nove e mezza.

Le patate sbucciate intanto si accumulano. Pela, pela le patate per cercare di non pensare, ma inutilmente. Pela anche per tenersi impegnato. Sospetta, anzi ha un presentimento, che la giornata sarà lunga, molto lunga.

In più le mani sporche di terra a lui piacciono, gli ricordano la sua infanzia dai nonni, quando per lavorare i campi si saltavano giorni di scuola. Sorride tra se e se con quella nostalgia dei tempi che non tornano più, peccato.

Hai finito? Sono le dieci e trenta.

Cosa preferisci? Azzurro glicine o un più deciso rosso, sai non vorrei sfigurare.
Ogni colore ti rende unica, amore mio. Sai, ieri mi vergognavo a dirtelo, in fabbrica hanno incominciato a mettere in cassa integrazione. Non c’è più lavoro o ce n’è molto poco e noi siamo troppi. Stanno mandando via quelli non sposati, poi si vedrà, ci hanno detto.

E se osassi un verde menta, dici che è troppo?

La stanza, che fa da tinello e salotto, incomincerà a perdere luce appena il sole girerà dall’altra parte del palazzo, le giornate invernali sono così, se poi si considera anche l’unica esposizione.

Hai finito? È mezzogiorno.

Il carnevale di profumi tipico delle domeniche mattine italiane è entrato violentemente a casa sua, come un pugno nello stomaco, o peggio ancora, come un vuoto nello stomaco. Dammi un po’ di tregua. Stavo pensando, sicuramente orecchini e collana abbinati fa troppo provinciale e non voglio certo sembrare quella che arriva dai campi, però tutte e due mi stanno così bene addosso che non so proprio quale indossare, certo che avrei proprio bisogno di un paio di scarpe nuove. Si lo so che ne ho già tante, è inutile che bofonchi che ti sento da qui, ma una mezzo tacco col laccetto oggi sarebbe veramente perfetta.

Dicono dicono che abbassano le bollette, intanto io qui sono già al secondo sollecito. Triste lui e diciamocelo pure, tristi gli abiti che indossa.

La canottiera ereditata dal padre morto sotto la pressa in fabbrica, posto che poi è andato a lui per pietà del padrone, il pantalone di velluto oramai liso e le scarpe rincollate tante e tante volte. Il pelapatate é un regalo di sua madre consegnato il giorno che è partito per militare. “Gli unici che mangiano bene sono quelli che cucinano, vedi di farti assegnare lì” e infatti. Hai finito Nanda, non hai fame? In effetti un po’ di languorino ce l’avrei, ma devo ancora finire perché stavo puntando a quel tubino color menta in effetti, un po’ osé, ma se poi mi viene freddo? Forse sarebbe meglio questo bell’abito lungo, con la sciarpa di angora e un filo di perle, che dici? Pensavo che tua madre potrebbe venire ad abitare da noi, ridurremmo i costi tutti e tre, il divano è un po’ scomodo per lei, al massimo ci dormirei io. Lui è fuori in cucina, lei è chiusa dentro il bagno. Sono dialoghi sordi, che quasi non si ascoltano, ognuno dietro alla propria vita. Sbuccia, sbuccia, sbuccia. Stancamente mette una pentola sul fuoco, non che ci siano molte alternative per pranzo. Hai finito? La doppia matita agli occhi è troppo marcata sembro Cleopatra, no, devo ricominciare da capo, mica voglio sembrare lo zimbello della festa, e questi capelli poi che disastro, Berto, lo sapevo che non avrei dovuto lasciar fare al parrucchiere.

Se potessi fare di più per te lo farei, lo sai vero amore mio?

La fabbrica, al mercato la notte del sabato. Mi sento in colpa, non ti ho nemmeno fatto vedere da lontano la vita che sognavo per noi due, la vita tanto desiderata, quella per cui ci si sposa, si sogna, e invece io una nullità, che fortuna ho ad averti con me.

Pomeriggio inoltrato, la potenza della lampadina è troppo bassa per quella stanza, il volto stanco di lui ogni tanto, tra uno sbucciare e l’altro, cambia espressione, riso amaro, consapevolezza, accettazione, forse anche una lacrima, ma anche se fosse stata sarebbe stata asciugata subito col dorso della mano per non farsi vedere, vuoi mai che lei pensi che ci sia qualcosa che non va. Hai finito? Il pomeriggio oramai se n’è andato.

Finalmente sono riuscita a sistemare i capelli con lo spillone di brillanti che mi hai regalato per il mio compleanno, e poi hai ragione, meglio un po’ più sobria, anche se il color menta mi donava così tanto, che dare adito a quattro comari di fare commenti spiacevoli sul mio conto. Non vedo l’ora di vederti, dopo tanto attendere, ne sono certo, stasera tutti non avranno occhi che per te.

É il compleanno di lei, il cielo è scuro e sereno, qualche stella è già comparsa, ci sono solo i rumori dei televisori che arrivano dal cortile.

La porta del bagno si apre, ne esce lei, una donna piccola, curva, indossa una vestaglia dai bordi sfilacciati, i capelli tenuti su da un mollettone di plastica.

Viso stanco, tante occhiaie ma occhi che piangono, piangono felicità per un regalo, l’essere anche solo per un giorno, quella che lei non è mai stata, quella che lei non potrà mai essere, ma quella che lei, grazie a lui, per una volta lo è stata.

L’unico regalo che lui poteva permettersi di fare, ma forse, proprio per questo, il più prezioso.

il compleanno

Nessuno è perfetto – la gara di judo

26 Mar

Nessuno è perfetto, questo si sa,  e da quando siamo diventati genitori lo siamo ancora meno.

Sembra ieri che eravamo lì a chiederci se l’ospedale fosse veramente un ente preposto al far nascere i figli, ma specialmente, ad affidarceli visto che  non ci avevano neanche fatto un colloquio d’idoneità.

Quel senso di smarrimento e vuoto totale che io e mio marito ci siamo scambiati dopo aver caricato “l’ospite” in macchina, fuori dal reparto neonatologia, mi rimarrà impresso come un marchio per sempre.

E poi l’avventura è incominciata e da lì col cazzo che si torna indietro.

Ma l’avventura, se non si vuol finire nella scarpata, non è, o almeno non è solo, cacca, pipì, pappa, rutto e pannolini.

Il tizio in questione cresce, e, a parte le nostre espressioni da perfetti idioti per farlo ridere, l’aeroplanino per farlo mangiare, e le tecniche per farlo dormire, qualcos’altro bisogna pur darglielo.

I figli sono le famose spugne che assorbono il meglio, ma specialmente il peggio da noi.

E se noi mostriamo il peggio,perchè non abbiamo minimamente tempo, e voglia, o proprio non ce ne frega un cazzo,  se ci “va bene” sti poveri cristi diventano come noi, e se non ci va bene ci danno una coltellata a diciottanni per un’eredità che comunque non avranno perché saremo una generazione povera.

Oggi, gara di judo.

Mille e mille genitori.

Io seduta di fianco a sto tizio che non smette un attimo di stare attaccato al cellulare. Due persone anziane sedute sopra di lui ogni tanto urlano qualcosa.

Boh.

Dopo circa due ore, arriva un bimbetto biondo, tenero lui.

Visino stanco ma con gli occhi lucidi dall’emozione “papá, papá, sono arrivato secondo”.

Il tizio, papá in questo caso ma al quale non gli avrei affidato neanche le mie piante di plastica da curarmi per le vacanze, alza lo sguardo dal cellulare infastidito e

“Non ti fare più vedere, non vale nulla non vale”, e ritorna con lo sguardo allo schermo del cellulare.

Il figlio scoppia a piangere, di un pianto che mi stringe il cuore.

Si butta tra le braccia dei nonni, ma sono i genitori del padre. Non lo consolano, gli offrono solo una caramella.

Nessuno è perfetto, ripeto, specialmente noi genitori.

Il vedere  però qualcuno messo peggio di me non mi consola affatto,  specie quando in mezzo c’è un piccolo cuore spezzato.

La bellezza delle donne

24 Feb

Sono stati scritti saggi e trattati sulla bellezza delle donne fino allo sfinimento.

Si passa dal “che in ogni circostanza deve apparire come se fosse appena uscita dal parrucchiere e dalla boutique più chic” al “la bellezza si identifica anche nel permettersi (o fregarsene) di andare dal panettiere sotto casa con una giacca sopra il pigiama e i bigodini in testa”.

Brutte che vogliono sembrare belle.

Belle che vogliono sembrare brutte.

E che tutte le altre si arrangino come possono.

Ma non ci sono belle, ne tanto meno brutte

La bellezza è un fatto personale.

Ti senti bella? Allora sei bella e che gli altri si impicchino.

Bisognerebbe pensare meno alle imposizioni modaiole, al confronto con le colleghe, alle sfide con le altre mamme, all’invidia verso le modelle sul giornale.

Penso al passaggio dai miei venti ai trenta, un disastro.

Dai trenta ai quaranta, forse meglio ma :

Smog, stanchezza, ufficio, figli, pendolarismo, attività fisica, crema anti rughe, non ci sto più nei pantaloni, latte scremato, mi vanno di nuovo bene, zampe di gallina intorno agli occhi, sguardo che racconta una storia, buccia d’arancia sulle gambe,  ci faccio una spremuta.

Cosa volevo essere, cosa diventare.

Ho inseguito tutta la vita uno stile d’abbigliamento che non sono mai riuscita a trovare, la coerenza degli abbinamenti non abita certo qui.

Ho sempre chiesto al parrucchiere un taglio semplice che si “pettini da solo” perchè ho sempre odiato le spazzole, ma ho sempre sognato i capelli mossi e perfettamente immobili che solo un container di lacca e piastra possono modellare.

Ho sempre amato lo sport praticato, ma quasi a quarantacinque anni mi accorgo che davanti allo specchio, solo con i mutandoni di nonna papera, non lo so se faccio tutta questa porca figura.

Eppure spesso mi piaccio comunque per quella che sono.

Per l’elastico dell’ufficio usato per fare il codino sapendo giá che la sera griderò per toglierlo.

Per i miei scarponcini da montagna in mezzo ad una dozzina di tacchi in ufficio.

Per sollevare lo spirito delle amiche quando hanno problemi che per loro sembrano insormontabili.

Per sdrammatizzare sempre, o quasi, perchè sopra le nuvole c’è sempre il sole.

E alla fine se si ricorderanno di te, e ribadisco se, sará per come li hai fatti sentire e non per il tacco 12 all’ultimo grido con double plateau che indossavi.

Ma questa è pura banalitá se penso che ho avuto mille anni fa un moroso che per tre mesi mi ha tediato con la storia che avrei dovuto copiare il modo di vestire del momento

L’ho lanciato nell’iperspazio, e forse è ancora lì che gira.

A parte tutto, non  facciamoci mai dire dagli altri come siamo,   ma soprattutto come dovremmo essere, mai.

Se l’ha detto la TV è vero.

29 Dic

“Sto ascoltando alla radio Teresa de Sio che canta ” voglia ‘e turnà”. Avrò avuto 10 anni quando mia mamma me la faceva ascoltare mille volte al giorno, sempre e solo in primavera, mi ricordo ancora le finestre aperte del salotto in casa per far entrare la prima brezza tiepida dell’ anno, i capelli di mia mamma svolazzavano ed era felice, ma felice veramente, tornava bambina e incominciava a fissare il vuoto ricordando chissà che cosa e con la bocca abbozzava un sorriso. Non l’ ho più vista così, che peccato.”

(dal mio blog dell’8 marzo 2010)

Chissà a che cosa pensa quando il suo sguardo all’improvviso da lucido diventa opaco, come quello di un pesce lasciato troppo tempo sul bancone del super, e incomincia a fissare il vuoto.

Chissà che cosa si domanda, quando si guarda allo specchio e la senti sussurrare delle risposte alla sua immagine riflessa.

Chissà di che cosa ride, quando lo fa maliziosamente da sola, abbassa la punta del naso e abbozza il coprirsi il volto con la mano sinistra.

In quarantaquattro anni mi chiedo dove tu sia stata durante tutta la tua presenza con me.

Io ti parlavo e tu rispondevi altro.

Io ti raccontavo un segreto e tu lo andavi a raccontare in giro, quasi come se non fossi stata tua figlia, quasi se l’informare il diretto proprietario fosse stato più importante dei miei sentimenti.

Affettiva, anaffettiva, carezze, sberle, oggetti lanciati addosso, storie raccontate teneramente sulle ginocchia, unghie piantate nella carne, parolacce a denti stretti per non farti sentire dagli altri, l’aspettarmi con la scopa in mano quando tornavo da scuola forse sperando che avessi preso un brutto voto per usarla su di me.

Forse, anzi probabilmente, saranno stati di più i bei momenti che quelli brutti, per forza, deve essere così, anche per la famiglia più disagiata, eppure io non me li ricordo.

Eppure ripeto, mio malgrado, io ricordo solo quelli brutti, quelli che non riguardano solo la violenza fisica o quella verbale.

Quella per cui un genitore, che dovrebbe fare scelte oculate e coerenti per mantenere una certa serenità mentale al proprio figlio, invece è come se tirasse la monetina per ogni cosa.

Quindi se ieri avevo avuto il permesso di fare una cosa, oggi non potevo più farla, quella per cui ogni scusa era buona per un castigo, quel “vedremo” che veniva usata come risposta standard che terminava quasi immancabilmente con un no.

E io intanto alla deriva delle sue decisioni, e io intanto senza punti  cardinali per orientarmi, dove la N sulla mia bussola interiore non portava al Nord ma al No.

E io che crescendo mi sono sempre detta di farmi forza e non soppesare tutte le parole che mi diceva, lo facevo per andare avanti, per non impazzire, perché comunque non avrei capito la sua filosofia di ragionamento.

“Mamma, ci sposiamo a settembre” – “Vediamo se io e papà saremo liberi per venire”.

Continua, continua, cara mamma, nonostante tutto, nonostante il non aver voluto, ma spero vivamente a questo punto il non aver potuto, comprenderci, abbracciarci dentro, amarci anche a distanza,  a dare retta solo alla TV, e al tuo “se l’ha detto la Tv è vero”, che questo possa darti un po’ di quella serenità e di certezza che noi, come figli instabili, non siamo mai riusciti a darti.

graham-1

 

Tiriamo le somme dopo un mese.

24 Nov

Due racconti brevi finiti, fatti decantare, riletti, fatti correggere mandati a un editore.

Il fatto che non abbia ancora risposto (facendo finta che probabilmente non risponderá mai) devo considerarlo come un “no news good news”, giusto?

Un serie di racconti che dovrebbero tutti intrecciarsi nel finale. Sono a metá lavoro, ma non essendo mai stata capace nella mia vita di intrecciare qualcosa a partire dalle trecce della Barbie, ho come il sospetto che si trasformerá in un garbuglio inestricabile e, come tutti i garbugli appunto inestricabili, lo getterò via per disperazione maledicendo il giorno in cui mi era venuta quella “brillante” idea di quel racconto.

Episodi di labirintite devastanti che si sono alternati a momenti, rari, di luciditá mentali ma che, in simultanea, mi accusavano di scrivere racconti banali.

Eppure sembrava così semplice quando ero al di lá del libro.(toh,la scoperta dell’acqua calda).

P.s. Santo, santo il mio amico editor.

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