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Spunti di una prima mezza maratona un po’ vinta e un po’ persa.

27 Nov

Perché quando arrivi finalmente al sogno, dopo averci lavorato così tanto, nulla può andare storto, specie quando hai anche pianificato quanti fazzoletti ti serviranno per portare a termine l’impresa. E invece:

1) Sono in fila ai bagni chimici prima di partire. Come al solito, in queste occasioni, dove ti scappa da morire, anzi, dove scappa a tutti da morire, non capisci se la tizia entrata già da sei minuti stia pisciando, cagando, rifacendosi il trucco, facendosi un book completo di selfie porno o più semplicemente stia schiacciandosi un pisolino. Intanto il tempo passa e la partenza si avvicina a una velocità folle. Nove minuti di attesa. Busso: “oh, un attimo”, e subito mi viene la voglia di alzarla in aria dentro il bagno chimico e scaraventarla dall’altra parte del mondo. Avevo tutti i fazzoletti contati in tasca tra bagno e naso, proprio perché avevo calcolato tutto, tranne gli imprevisti. Una tizia in fila mi chiedo se ho un fazzoletto. Un’altra, avendo visto che ce li avevo, me ne chiede un altro “sai la carta igienica è piena di batteri” mi dice. Uno l’ho usato io per la pipì, e l’ultimo l’ho usato in gara fino a quando non è diventato un cencio. Poi sono passata alla maglietta ufficiale, alla maglietta di sotto e alla fine mi sono ridotta a smuccicare il naso soffiandolo direttamente per aria in stile cerbottana, o meglio ancora, sputo del lama, sperando di non aver colpito nessuno e averlo reso cieco.

2) La ricerca del GPS sull’orologio è stata attivata circa otto minuti prima della partenza. D’altronde a casa si aggancia subito ma qui ho voluto fare la previdente, ma avevo previsto tutto tranne gli imprevisti. Gli otto minuti sono passati e non si è agganciato. Lo starter ha sparato e non si è agganciato. Ho impiegato circa sei minuti per arrivare all’arco della partenza e non si è agganciato. Ho corso per un chilometro e ottocento metri non capendo assolutamente a che velocità stessi andando fino a che, il signorino, si è finalmente deciso di agganciarsi al satellite dopo averlo spento e riacceso per ben tre volte. E così anche la mia poca concentrazione è andata a puttane.

3) La playlist, sulla quale ho lavorato e corso sei mesi, che sognavo e bramavo di usare per così tanto tempo, dove avevo previsto ogni brano per ogni chilometro, dove ogni nota mi avrebbe dato un brivido, dove avevo calcolato persino il PAM su ogni canzone, dove insomma, anche qui avevo previsto tutto tranne che gli imprevisti. Appena l’orologio si è agganciato al GPS, per una combinazione astrale degna delle peggiori sfighe, la mia playlist ha imboccato il teletrasporto facendosi sostituire con canzoni melodrammatiche napoletane uscite da non so dove, intervallate dalla peggior musica tecno. Sempre correndo, ho tirato giù il cellulare dal braccio cinque o sei volte, bestemmiando in turcomanno, cercando di risettarla. Alla fine, mio malgrado, ho ascoltato musica di merda per tutta la gara, solo all’ultimo chilometro si è rimessa a posto, quando oramai avevo lo sguardo lobotomizzato, da punkbestia dopo un rave party.

4) Mi ero messa il gel “durante” della Enervit nei pantaloncini alla zuava, o meglio ancora “mutandoni della nonna” così li definiscono chi mi conosce, per farmi dare una “”botta de vita verso il quindicesimo chilometro, distanza in cui già pensavo sarei arrivata sui gomiti. Perché io avevo previsto tutto, anche questo, tranne gli imprevisti. Al sesto chilometro mi palpeggio la tasca e non lo trovo. L’altra e non lo trovo. Dopo aver tirato giù i santi in ordine alfabetico mi accontento di quelli che regalavano lungo il percorso impiastricciandomi faccia, bocca e mani come se mi fosse caduto addosso un alveare ma dal sapore di salvaslip usato alla calendula.

5) Al primo ristoro, al parco Sempione, i vecchietti non avevano riempito neanche un bicchiere, forse perché reduci dal passaggio degli unni prima del mio arrivo ed erano ancora stravolti dal lavoro fatto.Ho tirato, anche in questa occasione, giù due Santi in ordine cronologico e mi hanno servita subito, come se fossi l’ospite d’onore alla festa. Anche qui avevo previsto, come, quando, dove e cosa bere tranne che non avevo previsto gli imprevisti.

6) Ho preso una spugna al mio secondo ristoro tipo i veri runner , quelli che vedi in televisione per interderci e me la sono spremuta in bocca. Anche qui avevo previsto e sognato questo momento per tanto tempo, peccato che non avevo previsto che, essendo acqua con disinfettante e non da bere, come invece io mi immaginavo, sembravo l’avessero inzuppata di acqua della pozzanghera se no non si spiega il sapore di immondizia giù per l’esofago.

7) Io che mi sarei dovuta visualizzare bella sorridente durante i ventuno chilometri, leggiadra come una gazzella, leggera come una farfalla, e scattante dal sedicesimo in poi in modo da far fumare l’asfalto, perché avevo previsto anche questo, non avevo invece previsto che già al sedicesimo mi sentivo arrancare, al diciassettesimo sciabattare, al diciottesimo mi sentivo zoppicare, al diciannovesimo sulle ginocchia, al ventesimo sui gomiti e volevo alla fine accasciarmi lì,a novecento metri dal traguardo, per terra, facendomi travolgere da tutti, perché avevo previsto tutto tranne che gli imprevisti.

8) Mi hanno superato coetanee e va beh, cinquantenni e va beh, sessantenni e va beh un po’ di meno, settantenni una vergogna, ottantenni col deambulatore, novantenni in sedia a rotelle e centenari sul carro funebre, ma sono arrivata viva e vegeta al traguardo, nonostante tutto.

9) La verità è che, nonostante la fatica, la voglia di mollare, i mille “chi me l’ha fatto fare” mi sono divertita ed emozionata un sacco. Il rumore di quattordicimila scarpe da corsa sull’asfalto, il mio dito medio agli automobilisti inferociti, i cinque dati alle vecchiette per strada, quelli più veloci che, in Corso Venezia, facevano il tifo per noi lenti, la pacca sulla spalla che ho dato a un ragazzo in via Statuto con una protesi alla gamba che non ce la faceva più. L’ammirare gli sforzi di tutti e non vederli più come alti, bassi, magri, grassi, vecchi e giovani, come facevo prima, ma come una grande comunità, coesa nonostante le performance diverse, con la stessa fottuta voglia e passione di fare un’unica cosa, una cosa meravigliosa, una cosa che oramai ogni volta che non posso fare soffro, il correre e correre a più non posso.

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Quarto giorno al mare – #iocorroqui

20 Ago

Quante volte, nei luoghi più disparati del mondo non avete visto l’ora di correre anche, o solo diciamocela tutta, per poi infilare sopra una foto il famigerato hashtag #iocorroqui e taggare il taggabile?

Io, “runner” ancora acerba, ancora col ciucco in bocca,  ero indecisa se portarmi al mare il minimo per fare una corsetta. I pareri tra i miei amici, loro si veri runner, era discordante. Ma tu portale le cose che poi te ne penti. No, hai giá corso molto tra giugno e agosto, ora ti devi riposare. Io a quel punto, per non sapere ne leggere ne scrivere, qualcosa mi porto, poi vedremo.

I primi tre giorni mi sveglio brasata, con certo zero voglia di stare lì a vestirmi come se dovessi andare a fare la maratona di NY.

Ma il quarto, oh si il quarto, alle 6.40 sono giá pronta ad uscire, non prima di aver santiato  col reggiseno sportivo super performante che si è arrotolato dietro la schiena che neanche saltando riuscivo a tirare giù.

Mi muovo in stanza come Peter Seller nella Pantera Rosa, sperando di avere l’abilità di non svegliare nessuno e invece tirando giù tutto ogni volta che mi giro.

Sono le 6.40 ripeto. Dopo aver svegliato l’intero albergo sono pronta a uscire.

Va bene che siamo su un’isola e qualche salituccia l’ho vista, ma è anche vero che dall’hotel parte, mi pare, una stradina che sicuramente rimarrà in quota. Si, sicuramente.

Mi immagino già percorrerla a lunghe falcate, io che ho le gambe corte, con una coda di capelli che svolazza, io che ce li ho corti, e un sorriso travolgente sul viso che non mi abbandonerà per tutti i chilometri che sicuramente correrò di seguito. 

Dopo una prima illusione di 200 metri percorsi in quota mi ritrovo, subito dopo un arco, una discesa mozzafiato che se non rallento mi spacco non solo la testa ma mi ritrovano a pezzi in fondo come Fantozzi dopo la gara di sci. Arrivo alla prima spiaggetta, butto un occhio e poi riparto. 

Inizia una salita che i ramponi non sarebbero bastati. Endomondo intanto gira sul mio cellulare, senza guardare in faccia a nessuno, senza pietà. Mi ritrovo in mezzo a case abbandonate durante la salita, gallerie di tufo e nessuno in giro. Sono pur sempre donna e mio marito non sa neanche da che parte sia andata a “correre”.
Finita l’interminabile salita, un’illusione di piano di 150 metri dove zampetto tipo struzzo e poi di nuovo una discesa a rotta di collo e poi di nuovo salita e poi di nuovo discesa. Nel mentre cani sulla strada senza padroni che mi guardano storti, il primo caldo che arriva, galli che cantano in mezzo a orti secchi, io che sudo e ho combinato ben poco, se non nulla.

Dopo l’ennesima discesa mi decido a scendere sopra questa immensa spiaggiona, mi tolgo le scarpe e incomincio a ritornare indietro a piedi nudi nell’acqua. Peccato che non ci sia spiaggia di sabbia ma ciotoli più o meno grandi che mi frantumano i piedi. Sulla spiaggia intanto, alla mia destra, orde di gabbiani enorme che rovistano nelle pattumiere.

Sconfitta nelle mie buone intenzioni, dopo l’ennesima salita me ne ritorno in hotel.

Mi viene in mente la canzone “forse non lo sai ma tutto questo è amore”.

Forse il correre, forse ribadisco, è anche lo sperimentare, l’avventurarsi, lo scoprire comunque posti che se no non saresti andata a vedere. Forse il correre non è solo la prestazione da fare vedere a tutti sull’App ma anche il panorama, le imprecazioni per aver sbagliato strada, e un pezzo in più di esperienza da scrivere nel tuo libricino mentale della corsa. Il prenderti in giro da sola per quello che avresti voluto fare ma che non sei riuscita a soddisfare se non in minima parte, la faccia stravolta quando invece avresti voluto avere quella della modella del mese su “sport illustrated”.

Forse non lo sai ma tutto questo, comunque, è corsa.

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Autore di storie e canzoni. Musicista. Ricercatore libero. Pensatore pesante.

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