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Settimo giorno al mare – cosa non si fa per giocare al Mini Golf

22 Ago

Per dire, piuttosto che non andare al Mini Golf, i due, da due giorni, stanno anche facendo finta di volersi bene. Fanno finta di non odiarsi, di non picchiarsi, di non umiliarsi, di non offendersi. Fanno finta di non darsi pizzicotti, di incolpare l’altro per qualsiasi peto emesso e fanno persino finta di saper giocare bene insieme.

Il loro mantra, ripetuto infinite volte a noi spossati genitori, durante le due giornate, è stato : “ci stiamo comportando bene? Ci siamo comportando bene? Ci stiamo comportandi beneeee?” E a nulla valgono i nostri discorsi in cui cerchiamo di spiegargli che dovrebbe sempre essere sempre così. Senza fingere, senza quegli sguardi da Giuda Iscariota, quelle finte lacrime di coccodrillo, ma specialmente, senza vere un premio per farlo. A nulla. Ma loro se ne fottono allegramente dei nostri consigli del Dr Spock e vanno avanti, abbracciandosi fintamente, verso la loro strada ovvero il minigolf.

Che poi abbia vinto io contro il consorte che pretendeva di essere il Tiger Woods dei caucasici, il grande che pensava di vincere tirando solo bordate e il piccolo che ce l’ha messa tutta ma nulla, ai tre va poco giù, come la maledetta medicina in pillola che neanche bevendo un litro d’acqua scende.

Lo scopo, il minigolf appunto, è stato raggiunto e domani a noi genitori cosa succederà?

Ho già paura.

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Secondo giorno di vacanza al mare “se non la piantate domani ritorniamo già a casa”

17 Ago

E così, col metodo che neanche in Full Metal Jacket adottavano come sveglia, alle sei precise l’altoparlante della nave ci tira giù dalle brande, ad altissimo volume, in lingua roccambolescamente napoleonica con un accento degno del quartiere Mergellina di Napoli, e uno dice e va beh.

Dopo quattro minuti quattro, i responsabili di piano (o ponte) incominciano a bussare alle porte delle cabine con la stessa delicatezza di un ariete da sfondamento lanciato in velocità su un portone medioevale, e uno si incazza ma poi dice e va beh.

Dopo altri quattro minuti, e che cazzo però, ribussano a tutte le porte dicendoci di uscire e lasciare le porte aperte, e uno si incazza ma poi dice e va beh tanto sono in vacanza. Si esce quindi ancora in mutande con i vestiti in mano e lo spazzolino schiumoso fra i denti e ci si avvia al bar a far colazione con la stessa “mise” di un profugo sfollato, e va beh.

Dai che la vacanza inizia, anzi è già iniziata, cari e teneri figliuoli, godiamocela stringendoci forte e volendoci bene senza litigare, almeno per una volta, senza offendere e senza menarvi.

Ci aspettano una notte nella nostra tenda e otto nel bungalow. Tenda che per montarla, mentre da sola ci ho sempre messo massimo venti minuti, in quattro ce ne abbiamo messo almeno il doppio tra urli, sudore versato a litri, picchettate sulle mani, tira di qua che io tiro di là. “ahhhhh, les italiens” qualcuno avrà sicuramente sospirato.

Dai dai che in spiaggia compenseremo la fatica del viaggio. Una si illude che i ragazzi con maschera e bocca e palette possano divertirsi e sfogarsi in maniera autonoma. Illusa io. Dopo tre ore passate da vera mamma italiana urlatrice in mezzo a famiglie straniere silenti, li trasciniamo in campeggio per l’orecchio virtuale minacciandoli di ritorno a casa a calci nel culo.

Andiamo in piscina a questo punto in campeggio. Sicuramente il loro comportamento è dovuto alla stanchezza del viaggio, sì sì come no. Illudiamoci ancora. Ma forse alla fine siamo sempre noi genitori troppo tesi, ansiosamente prevenuti che loro rompano le palle e quindi le rompono per “accontentarci”. Ma sì, crediamoci pure.

Meno male che esiste ancora, anche se a distanza di tanti anni dall’ultima volta che siamo venuti, il vasetto di taramosalada mangiata con le patatine alla cipolla gustate davanti al tramonto.

Domani è un altro giorno.

Ottavo giorno al mare – il ritorno

25 Ago

Per non farci smentire mai, il tragitto che avremmo dovuto coprire in quattro ore, massimo quattro ore e mezzo, è durato dieci ore. Complice la sosta a Pisa, come sorpresa ai ragazzi, la foto di rito a tenerla in tutte le posizioni, il guardare tutti gli altri che si mettevano nella stessa posa e il tempo dedicato alle bancarelle a scegliere il gadget inclinato più “made in China” possibile.

Galeotta fu la pendenza con la mia labirintite. Mi è bastata guardare una tazza messa di sbieco della famosa e maledetta torre che mi ha incominciato subito a girare la testa, come dire ero proprio nel posto giusto al momento giusto. Quindi ho incominciato a camminare a testa bassa fino alla macchina per non guardare ancora in giro, col rischio di inciampare su un chioschetto di torri, torrine e torrette e tirarlo giù causa giramenti vari.

Io e il monumento, incompatibili proprio.

E poi un gran traffico, e poi una gran pioggia e poi il veg hot dog all’Ikea se no ai due, col frigo vuoto a casa, che cosa gli raccontavo?

E via di lavatrici, come se non ci fosse un domani.

Settimo giorno al mare – le valigie

24 Ago

Proprio perché l’anno scorso a Ischia mi son riportato a casa un trolley e mezzo, su due, intonso nel quale avevo infilato dentro anche un pile che “non si sa mai”, forse pensando che avrebbe nevicato, quest’anno per il mare in Toscana ho messo in valigia molte meno cose.

Ma, com’era comunque prevedibile, compresi i cinque abiti da sera ancora perfettamente appesi nell’armadio, tranne l’ocra che ho usato per andare a cenare in rosticceria , almeno ammortizzavo un po’ il costo del trasporto, ho riportato indietro il sessanta per cento dei vestiti ancora puliti, perché alla fine eravamo sempre in costume. Mi sono ritrovata anche un mio paio di pantaloni da arrampicata, probabilmente pensando che nel tempo libero avrei scavato l’Everest, perché fare una cosa normale non rientra nel mio modus operandi.

Comunque, ancora stamattina ho corso, mi sono sfondata di cinque e cinque a pranzo, ho bevuto frappè con la panna montata col piccolo facendo a gara di chi avesse i baffi più bianchi, sono riuscita a litigare col marito forse meno della media, ma sto aspettando i risultati dell’indagine Doxa, ho odiato gli animatori che ti facevano più agguati dei testimoni di Geova, non ho avuto forse la libertà che speravo perché quando si fanno le vacanze con un’altra famiglia e si mettono le mani avanti dicendo che poi ogni famiglia fa quello che vuole poi son tutte cazzate perché ci si aspetta e ci si infastidisce, nostro malgrado, in continuazione e, dulcis in fund, il grande ha preso un colpo di sole che l’ha atterrito ma non abbastanza per perdersi la baby dance con una pezzuola fredda sulla fronte.

Insomma, come al solito, siamo sopravvissuti.

(Domani il viaggio di rientro, non fatemici pensare).

Sesto giorno al mare – ciu ciu ua

23 Ago

Illusa io che pensavo di essermela sfangata, in undici anni di figli, dalla baby dance.

L’hanno sempre odiata, come hanno sempre odiato il trucca bimbi, e per questo non solo li ammiravo ma era motivo di vanto con le altre mamme. ” beata te!” mi dicevano mentre loro facevano bim bum bam col marito per sapere a chi sarebbe toccato accompagnare il pargolo alla serata danzante. Questo fino a oggi pomeriggio, ma dalle ventuno di questa sera invece avrei voluto solo diseredarli.

Per cinque sere i due, cuginetti annessi, sono sempre stati in prima fila davanti al palco del camping assistendo prima alla baby dance e poi allo spettacolo serale degli animatori, e noi genitori ce ne stavamo in bungalow a chiaccherarcela. La prima sera il grande mi aveva spiegato che dovevano sorbirsi i balletti vari solo per tenersi le sedie in prima fila perchè non valeva metterci sopra cose per occupare il posto tornando solo all’inizio dello spettacolo. “È un duro lavoro figliuolo ma qualcuno deve pur farlo”, gli dissi la prima sera dandogli due colpetti sulle spalle.

Si vede invece che, a mia insaputa, il demone della baby dance ha preso il sopravvento sui miei figli, insinuandosi nella loro testa sempre più in profondità e obbligandomi, alla sesta sera, ad assistere seduta in mezzo ai due al roteare indemoniato di bambini alti mezzo metro davanti al palco pena il togliermi il saluto per sempre. “E facciamolo sto sacrificio, che sarà mai?”. Dopo venti minuti venti stavo già sbizzarrendomi a pensare alle diverse tipologie di suicidio più veloce e indolore possibile.

(P.s. sono contenta di non aver incontrato per la spiaggia quegli omuncoli di Casa pound con la loro pettorina di merda perché li avrei colpiti ripetutamente con una ciabatta sulle teste vuote.)

Quarto giorno al mare – la pioggia

21 Ago

Ora vado all’ente del turismo toscano e mi lamento del temporale pomeridiano che alle tre, tutti i giorni cascasse il mondo, si abbatte sulle nostre teste.

Nuvoloni, tuoni in lontananza, scrosciata d’acqua e via, ci vediamo domani, non mancare, stessa spiaggia, stesso mare.

Un attimo prima eri in spiaggia con occhiali da sole e crema cinquanta sulle spalle e un attimo dopo si avvicina il consorte, detto oramai il Bernacca 2.0 causa applicazione satellitare delle precipitazioni, ti mostra una mappa con vari colori, tu fai finta di dargli retta mentre rimetti tutte le cose in borsa di fretta e furia , richiami i due che intanto si stavano azzuffando e incominci a correre verso il campeggio alla velocità di Usain Bolt, carico però come uno sherpa nepalese.

E una volta arrivata “sana e salva” nel bungalow, cosa fai per ingannare il tempo? Cucini.

Che ansia. (Vedi giorno 2)

(P.s. sia lodata, sempre sia lodata la terribile animazione serale che nonostante i catastrofici spettacoli e patetici siparietti tiene i due in ostaggio per due ore regalando a noi quell’attimo di serenità giornaliera che ammortizza il costo della vacanza).

Primo giorno al mare – la pazienza infinita

18 Ago

Perché lo sapevo già, ma oramai chi si stupisce più, che il viaggio sarebbe stato un inferno.

Io avevo la carogna addosso ancora prima di partire, perché per andare in vacanza non volevo passare da Genova. Perchè mi sentivo lo schifo addosso di quelli che si fanno il selfie col morto, anche se non c’entro nulla con loro, per il funerale di Stato, che mi sembrava brutto passarci di fianco mentre andavamo al mare e perché si sconsigliava il transito da quelle parti visto il caos.

Il marito invece, al contrario ci voleva passare perchè è la sua città, perchè voleva respirarla anche in questo momento di silenzio irreale, condividere l’emozione con i suoi parenti e per ultimo waze, che pare non sbagli mai, diceva che non ci sarebbe stato traffico. (In effetti l’autostrada era completamente vuota).

Beh, ci siamo scornati ininterrottamente, escluso un mio pisolo di un’ora lato passeggero, dalle 9.30 alle 17, e scornati è un eufemismo, coi figli poi che ci mettevano il carico da undici.

Si scoprirà all’ora di cena che il marito è due notti che non dorme causa pensieri, ma mica te lo dice no, e neanche te lo fa capire. Nella prossima vita faccio un corso di corrispondenza per lettura nella mente, magari così non lo minaccio più stile Al Capone.

E si arriva in campeggio, e devi anche disfare tutti i bagagli. Ah, i miei meravigliosi vestiti estivi nell’armadio, sapendo già, tuo malgrado, che indosserai calzoncini e canottiera per una settimana.

E i figli, il marito e i cuginetti arrivati anche loro coi genitori hanno fame. Dio che incubo che la gente voglia mangiare più di una volta alla settimana, e con questo caldo umidità e i capelli appicicati alla fronte anche l’estro culinario se ne va a puttane.

Sù figlio piccolo, oramai giovine uomo, aiutami a preparare questa mayonese veg che stasera facciamo il botto.

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