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Spunti di una prima mezza maratona un po’ vinta e un po’ persa.

28 Nov

Perché quando arrivi finalmente al sogno, dopo averci lavorato così tanto, nulla può andare storto, specie quando hai anche pianificato quanti fazzoletti ti serviranno per portare a termine l’impresa. E invece:

1) Sono in fila ai bagni chimici prima di partire. Come al solito, in queste occasioni, dove ti scappa da morire, anzi, dove scappa a tutti da morire, non capisci se la tizia entrata già da sei minuti stia pisciando, cagando, rifacendosi il trucco, facendosi un book completo di selfie porno o più semplicemente stia schiacciandosi un pisolino. Intanto il tempo passa e la partenza si avvicina a una velocità folle. Nove minuti di attesa. Busso: “oh, un attimo”, e subito mi viene la voglia di alzarla in aria dentro il bagno chimico e scaraventarla dall’altra parte del mondo. Avevo tutti i fazzoletti contati in tasca tra bagno e naso, proprio perché avevo calcolato tutto, tranne gli imprevisti. Una tizia in fila mi chiedo se ho un fazzoletto. Un’altra, avendo visto che ce li avevo, me ne chiede un altro “sai la carta igienica è piena di batteri” mi dice. Uno l’ho usato io per la pipì, e l’ultimo l’ho usato in gara fino a quando non è diventato un cencio. Poi sono passata alla maglietta ufficiale, alla maglietta di sotto e alla fine mi sono ridotta a smuccicare il naso soffiandolo direttamente per aria in stile cerbottana, o meglio ancora, sputo del lama, sperando di non aver colpito nessuno e averlo reso cieco.

2) La ricerca del GPS sull’orologio è stata attivata circa otto minuti prima della partenza. D’altronde a casa si aggancia subito ma qui ho voluto fare la previdente, ma avevo previsto tutto tranne gli imprevisti. Gli otto minuti sono passati e non si è agganciato. Lo starter ha sparato e non si è agganciato. Ho impiegato circa sei minuti per arrivare all’arco della partenza e non si è agganciato. Ho corso per un chilometro e ottocento metri non capendo assolutamente a che velocità stessi andando fino a che, il signorino, si è finalmente deciso di agganciarsi al satellite dopo averlo spento e riacceso per ben tre volte. E così anche la mia poca concentrazione è andata a puttane.

3) La playlist, sulla quale ho lavorato e corso sei mesi, che sognavo e bramavo di usare per così tanto tempo, dove avevo previsto ogni brano per ogni chilometro, dove ogni nota mi avrebbe dato un brivido, dove avevo calcolato persino il PAM su ogni canzone, dove insomma, anche qui avevo previsto tutto tranne che gli imprevisti. Appena l’orologio si è agganciato al GPS, per una combinazione astrale degna delle peggiori sfighe, la mia playlist ha imboccato il teletrasporto facendosi sostituire con canzoni melodrammatiche napoletane uscite da non so dove, intervallate dalla peggior musica tecno. Sempre correndo, ho tirato giù il cellulare dal braccio cinque o sei volte, bestemmiando in turcomanno, cercando di risettarla. Alla fine, mio malgrado, ho ascoltato musica di merda per tutta la gara, solo all’ultimo chilometro si è rimessa a posto, quando oramai avevo lo sguardo lobotomizzato, da punkbestia dopo un rave party.

4) Mi ero messa il gel “durante” della Enervit nei pantaloncini alla zuava, o meglio ancora “mutandoni della nonna” così li definiscono chi mi conosce, per farmi dare una “”botta de vita verso il quindicesimo chilometro, distanza in cui già pensavo sarei arrivata sui gomiti. Perché io avevo previsto tutto, anche questo, tranne gli imprevisti. Al sesto chilometro mi palpeggio la tasca e non lo trovo. L’altra e non lo trovo. Dopo aver tirato giù i santi in ordine alfabetico mi accontento di quelli che regalavano lungo il percorso impiastricciandomi faccia, bocca e mani come se mi fosse caduto addosso un alveare ma dal sapore di salvaslip usato alla calendula.

5) Al primo ristoro, al parco Sempione, i vecchietti non avevano riempito neanche un bicchiere, forse perché reduci dal passaggio degli unni prima del mio arrivo ed erano ancora stravolti dal lavoro fatto.Ho tirato, anche in questa occasione, giù due Santi in ordine cronologico e mi hanno servita subito, come se fossi l’ospite d’onore alla festa. Anche qui avevo previsto, come, quando, dove e cosa bere tranne che non avevo previsto gli imprevisti.

6) Ho preso una spugna al mio secondo ristoro tipo i veri runner , quelli che vedi in televisione per interderci e me la sono spremuta in bocca. Anche qui avevo previsto e sognato questo momento per tanto tempo, peccato che non avevo previsto che, essendo acqua con disinfettante e non da bere, come invece io mi immaginavo, sembravo l’avessero inzuppata di acqua della pozzanghera se no non si spiega il sapore di immondizia giù per l’esofago.

7) Io che mi sarei dovuta visualizzare bella sorridente durante i ventuno chilometri, leggiadra come una gazzella, leggera come una farfalla, e scattante dal sedicesimo in poi in modo da far fumare l’asfalto, perché avevo previsto anche questo, non avevo invece previsto che già al sedicesimo mi sentivo arrancare, al diciassettesimo sciabattare, al diciottesimo mi sentivo zoppicare, al diciannovesimo sulle ginocchia, al ventesimo sui gomiti e volevo alla fine accasciarmi lì,a novecento metri dal traguardo, per terra, facendomi travolgere da tutti, perché avevo previsto tutto tranne che gli imprevisti.

8) Mi hanno superato coetanee e va beh, cinquantenni e va beh, sessantenni e va beh un po’ di meno, settantenni una vergogna, ottantenni col deambulatore, novantenni in sedia a rotelle e centenari sul carro funebre, ma sono arrivata viva e vegeta al traguardo, nonostante tutto.

9) La verità è che, nonostante la fatica, la voglia di mollare, i mille “chi me l’ha fatto fare” mi sono divertita ed emozionata un sacco. Il rumore di quattordicimila scarpe da corsa sull’asfalto, il mio dito medio agli automobilisti inferociti, i cinque dati alle vecchiette per strada, quelli più veloci che, in Corso Venezia, facevano il tifo per noi lenti, la pacca sulla spalla che ho dato a un ragazzo in via Statuto con una protesi alla gamba che non ce la faceva più. L’ammirare gli sforzi di tutti e non vederli più come alti, bassi, magri, grassi, vecchi e giovani, come facevo prima, ma come una grande comunità, coesa nonostante le performance diverse, con la stessa fottuta voglia e passione di fare un’unica cosa, una cosa meravigliosa, una cosa che oramai ogni volta che non posso fare soffro, il correre e correre a più non posso.

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Ottavo giorno al mare – il ritorno

25 Ago

Per non farci smentire mai, il tragitto che avremmo dovuto coprire in quattro ore, massimo quattro ore e mezzo, è durato dieci ore. Complice la sosta a Pisa, come sorpresa ai ragazzi, la foto di rito a tenerla in tutte le posizioni, il guardare tutti gli altri che si mettevano nella stessa posa e il tempo dedicato alle bancarelle a scegliere il gadget inclinato più “made in China” possibile.

Galeotta fu la pendenza con la mia labirintite. Mi è bastata guardare una tazza messa di sbieco della famosa e maledetta torre che mi ha incominciato subito a girare la testa, come dire ero proprio nel posto giusto al momento giusto. Quindi ho incominciato a camminare a testa bassa fino alla macchina per non guardare ancora in giro, col rischio di inciampare su un chioschetto di torri, torrine e torrette e tirarlo giù causa giramenti vari.

Io e il monumento, incompatibili proprio.

E poi un gran traffico, e poi una gran pioggia e poi il veg hot dog all’Ikea se no ai due, col frigo vuoto a casa, che cosa gli raccontavo?

E via di lavatrici, come se non ci fosse un domani.

Terzo giorno in montagna – la piomba

2 Ago

Tutto sommato, a parte il non avere dormito dalle due alle tre e mezzo di notte, ho quasi tenuto botta e mi son portata a casa un ventuno chilometri tra corsa e passeggiate.

Sveglia alle sei. Passeggiata col cane di solo una decina di minuti, visto che avevo fretta di andare a correre, che “giustamente” lui ha trasformato in trenta, in segno di protesta per l’uscita troppo breve, appiattendosi sull’erba tipo sfinge e non muovendosi più. Corsa, seconda uscita col cane appena tornata, ancora tutta sudata con tredici gradi e vento gelido – a rischio polmonite insomma – colazione, salita all’eremo, pranzo, piomba, o meglio ancora svenimento immediato post-pranzo, di un’ora e mezza in un tenda incandescente, salita di altri quattro chilometri tra i boschi, ping pong, etc etc etc.

Adoro quel senso di stordimento che ti da la stanchezza. Come poco prima dell’anestesia quando ti viene quello sguardo da beota sul volto e poco prima di perdere i sensi. Quando ti addormenteresti ovunque, pur di dormire: in mezzo a una cascata, sotto un nido di vespe, e perché no, anche dentro le fauci dell’orso della zona, basta che mi sgranocchi senza far rumore per non svegliarmi.

(Per quanto riguarda la famosa minaccia di ieri, oggi i due ci hanno confessato che sapevano benissimo che non saremmo tornati a casa prima del tempo. Santo Dr Spock prega per noi)

La corda (dialoghi con me stessa)

17 Gen

Hai finito di tirare troppo la corda con te stessa?

Mmmm, ci devo pensare.

A cosa devi pensare?

Se smollandola un po’ non sarebbe tutto troppo facile.

Ti sei mai chiesta se invece quello non sarebbe il primo passo verso l’agognata serenità?

Non me lo sono mai chiesta. Ho preso il carattere da mia nonna. Grande rigidità e rigore verso se stessa. Dare l’esempio sempre. Olio di gomito, vietato stare con le mani in mano, il tutto fino allo sfinimento del corpo e dell’anima.

E questo ti fa sentire realizzata, felice?

Non lo so, ma non mi fa pensare, se lo facessi forse crollerei.

Forse allora sarebbe meglio crollare, anche solo per un attimo, per poi ricominciare, e guardare il mondo come avresti voluto vederlo da bimba se fossi stata una dei personaggi di Holly Hobbie. 

Ti ricordi come mi dicevi sempre? “vorrei essere lei, non mi si vedrà la faccia ma mi si vedrà sicuramente il cuore”.

Va bene mi fido, ma tu tienimi la mano.

Non aspettavo altro, da tanto tanto tempo.

I soliti maledettisimi buoni propositi

28 Dic

Una volta ci credevo veramente ai buoni propositi. Così come una volta credevo a Babbo Natale, alla fatina del dentino, al cambiamento delle persone e ai miei genitori che non sarebbero mai morti. Compravo la mia bella agenda colorata,  scrivevo al primo di gennaio dodici cose, una per ogni mese, che avrei voluto fare o che avrebbero fatto migliorare me stessa. Le riportavo al primo di ogni mese e giorno per giorno scrivevo, anche solo una riga, su quello che ero riuscita a fare per raggiungere il mio micro obbiettivo.

Poi piano piano si smette di credere a tutto, o almeno io ho smesso. Ho smesso di credere alla magia che sempre e comunque ci circonda perché presa da troppi impegni, ho smesso di credere che rilassandosi si ottengano più cose che arrabbiandosi, ho smesso di credere che un sorriso spesso curi più di mille medicine, ho smesso di credere che potrei avere la facoltà di diventare ogni giorno una persona migliore se solo lo volessi.

Per me è sempre un po’ più facile essere aggressiva, con la battuta pronta, tendenzialmente scorbutica e acida, per azzittire “l’avversario” e non mostrare così le mie fragilità. L’apparire, ma non l’essere,  sempre forte mentalmente e fisicamente. Il non chiedere mai nulla, l’andare avanti come un mulo, tirando il carretto della vita: sugli sterrati, sulle mulattiere in salita, sui pendii scoscesi.

Che fatica, che fatica essere così ogni maledetto giorno. Caricandomi così le spalle di tutti i problemi, le preoccupazioni, le turbe e i malumori degli altri. Per sgravarli, per farli soffrire meno.

Ma anche il soffrire e il faticare deve comunque far parte della vita di ognuno, se no non si cresce.

Il mo unico buon proposito per il 2018 sarà quindi lo sbelinarmi (in genovese parlando) un po’ delle magagne altrui per vivere con un pizzico in più di leggerezza.

(Oggi con due giorni di anticipo ho messo in pratica il mio bel dito medio, e sono andata a fare la doccia, nei confronti dei figli per i compiti, specie dopo che:

Si son buttati per terra per non farli

Si sono picchiati e insultati

Hanno sbattuto lo sbattibile.

RANGESS si dice qui a Milano (che poi quando sono uscita dalla doccia li stavano facendo, mah).

 

Il buco (tratto da una storia vera)

30 Nov

Come quel buco di memoria che ti si piazza in mezzo al cervello, proprio quando arrivi finalmente alla cassa, dopo aver combattuto ore durante i saldi, con altre assettate di abbigliamento come te, e non ti fa ricordare il codice PIN del bancomat.

Tutta quella merce guadagnata a suon di strattoni, file interminabili ai camerini, minuti e minuti a spogliarti  e rimirarti in un metro quadro, dove tutto sembra starti così stretto da non riuscire a respirare e tu sembri così grassa allo specchio che vorresti sfondarlo con un vetro.

E non vuoi specchiarti al di fuori della tendina immaginando già gli sguardi acidi delle altre e quindi ti sacrifichi per provare gli abiti, facendo contorsionismi degni della starlette del Circo di Monaco, ma alla fine ce la fai ed esci dal gabbiotto con le dita a V in segno di vittoria, distrutta ma felice.

Questo si, questo no, con fare sprezzante, lanciandolo alla commessa. Questo si, questo dovrebbe essere una 44 ma invece è palesemente una 38 visto che non mi sta, rilanciandolo alla commessa. Questo si, questo si e quest’altro si.

E quindi sei lì alla cassa, ripeto, tocca a te. La merce è già stata conteggiata, piegata e messa nei sacchetti. E mentre porgi il tuo bancomat già immagini la scena di quando indosserai il ben di Dio.

“il PIN prego”. Bastano poche innocenti parole per farti andare nel panico.

Dopo averlo sbagliato due volte, esserti passata la tua vita davanti come un film, e sentire la maledetta pressione psicologica di quelle dietro di te che vorrebbero fulminarti, non vorresti comunque arrenderti. Cazzo l’ho digitato milioni di volte e proprio oggi, alle 15.27, con gli abiti dei miei sogni a un passo da me. Insomma, si tratta chiaramente di una questione di vita o di morte e non lo ricordo? Poi mi arrendo.

E così, allo stesso modo, ieri mi presento in farmacia, per acquistare la pillola anticoncezionale, era il primo giorno della nuova confezione e dovevo assolutamente prenderla.

Già non avevo la ricetta che mi ero dimenticata in ufficio, e avrei dovuto pregare lo stizzoso farmacista di darmela, sottobanco, senza ricetta. Poi aggiungiamoci pure che il nome non mi sovveniva più di tanto. Se poi ci infiliamo anche l’uscita imminente dei figli da scuola, poi il loro judo, il mio dentista e l’andare a riprenderli. Insomma, una vera e propria bomba a orologeria.

” Guardi dovrebbe essere la mercilon o la milvane, non mi ricordo più, ne ho cambiate diverse in tutti questi anni”. Dico in modo sbrigativo e nevrotico.

Mi fa vedere le confezioni, io tiro fuori il mio sguardo più dubbioso, acquisto quella che mi sembra la più simile alla mia, entro in macchina e la sventro.  Cazzo non è lei.

Rientro come una furia, facendomi dare quell’altra, la apro appena davanti a lui, come farebbe il più esperto baro di poker sulla piazza. “Neanche questa”, strepito e mi rifiondo in macchina alla volta della scuola.

Li lancio sul tatami, mi faccio punzecchiare da anestesia e trapano per un’ora dal sadico dentista.

Mi presento sfatta e dolorante in un’altra farmacia.

“Non mi ricordo più il nome. Non mi ricordo neanche il colore, ho il vuoto, aiutatemi”.

Assisto alla sfilata di tutti i casetti dei medicinali col toto nome dell’anticoncezionale da parte dei tre farmacisti.

Io fisso il vuoto intanto, mi sento come mia madre, persa nel buio cosmico.

Non mi ricordo neanche un’iniziale, un indizio, un movente, manco fossimo a Cluedo.

Incominciano a riempirmi la testa di nomi in ordine alfabetico, in ordine cromatico, in ordine di monofasica, trifasica.

Niente, mi sento l’indiano di qualcuno volò sul nido del cuculo dopo la lobotomia.

“Mi ricordo una M se può aiutare”, e si ricomincia  a cercare.

Nomi su nomi, io scuoto la testa ma con sguardo catatonico. (Mia madre, sto diventando come mia madre).

Quando finalmente, come nei migliori film dove disinnescano la bomba all’ultimo secondo, “Drospil”?

E il mio sguardo da fisso riprende vita.

Un boato.

Applausi.

Sipario.

(Sto comunque diventando come mia madre, se non per questo per altri suoi mille difetti).

 

Secondo giorno al mare – selfie al mare

18 Ago

L’uscire dalla stanza dell’albergo alle 7 del mattino non ha mai un suo perchè a meno che non l’abbia voluto tu. A poco son valse prima le preghiere, poi l’ordine e infine le minacce al grande per rimanere un po’ di più a letto specie dopo il viaggio di ieri. Niente, parole buttate al vento. E così mi ritrovo alle 7 sul terrazzo dove c’è già qualcuno che fa colazione e, il grande, dopo aver visto il tripudio e l’abbondanza del buffet sbava come un cane rabbioso. “Almeno aspettiamo gli altri due” una concessione che a questo punto mi “concede”. (Alla faccia del mio riposo, come dire).

A quell’ora al massimo sarei andata volentieri a correre (anzi prima) o a fotografare l’alba (anzi ancora prima). Ma il fatto di fare da madre/baby sitter a un bambino capriccioso- anche se raramente- mi fa impazzire . Mio padre avrebbe risolto con un calcetto nel culo e un’occhiataccia.
E via che si comincia.

In spiaggia ad inciampare sulla gente che si “selfava ad ogni angolo”. Selfie stick a sinistra, selfie stick a destra, selfie stick tra i coglioni. (Semicit.)

Il non plus ultra della tamaraggine è la formazione del cuore con le mani dei vari fidanzatini di turno. Possibile che nessuno dell’amministrazione comunale non veda lo scempio? L’obrobrio? L’estinzione imminente?

Fortunatamente i figli non si sono accorti di tale bruttura, ma conoscendoli avrebbero invece solo apprezzato.

(Tutto questo, poi scoprirò, accade mentre a Barcellona succede quel che succede e non ci si può fare, ancora una volta, un cazzo)

Franz is running

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