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Ottavo giorno al mare – il ritorno

25 Ago

Per non farci smentire mai, il tragitto che avremmo dovuto coprire in quattro ore, massimo quattro ore e mezzo, è durato dieci ore. Complice la sosta a Pisa, come sorpresa ai ragazzi, la foto di rito a tenerla in tutte le posizioni, il guardare tutti gli altri che si mettevano nella stessa posa e il tempo dedicato alle bancarelle a scegliere il gadget inclinato più “made in China” possibile.

Galeotta fu la pendenza con la mia labirintite. Mi è bastata guardare una tazza messa di sbieco della famosa e maledetta torre che mi ha incominciato subito a girare la testa, come dire ero proprio nel posto giusto al momento giusto. Quindi ho incominciato a camminare a testa bassa fino alla macchina per non guardare ancora in giro, col rischio di inciampare su un chioschetto di torri, torrine e torrette e tirarlo giù causa giramenti vari.

Io e il monumento, incompatibili proprio.

E poi un gran traffico, e poi una gran pioggia e poi il veg hot dog all’Ikea se no ai due, col frigo vuoto a casa, che cosa gli raccontavo?

E via di lavatrici, come se non ci fosse un domani.

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Terzo giorno in montagna – la piomba

2 Ago

Tutto sommato, a parte il non avere dormito dalle due alle tre e mezzo di notte, ho quasi tenuto botta e mi son portata a casa un ventuno chilometri tra corsa e passeggiate.

Sveglia alle sei. Passeggiata col cane di solo una decina di minuti, visto che avevo fretta di andare a correre, che “giustamente” lui ha trasformato in trenta, in segno di protesta per l’uscita troppo breve, appiattendosi sull’erba tipo sfinge e non muovendosi più. Corsa, seconda uscita col cane appena tornata, ancora tutta sudata con tredici gradi e vento gelido – a rischio polmonite insomma – colazione, salita all’eremo, pranzo, piomba, o meglio ancora svenimento immediato post-pranzo, di un’ora e mezza in un tenda incandescente, salita di altri quattro chilometri tra i boschi, ping pong, etc etc etc.

Adoro quel senso di stordimento che ti da la stanchezza. Come poco prima dell’anestesia quando ti viene quello sguardo da beota sul volto e poco prima di perdere i sensi. Quando ti addormenteresti ovunque, pur di dormire: in mezzo a una cascata, sotto un nido di vespe, e perché no, anche dentro le fauci dell’orso della zona, basta che mi sgranocchi senza far rumore per non svegliarmi.

(Per quanto riguarda la famosa minaccia di ieri, oggi i due ci hanno confessato che sapevano benissimo che non saremmo tornati a casa prima del tempo. Santo Dr Spock prega per noi)

La corda (dialoghi con me stessa)

17 Gen

Hai finito di tirare troppo la corda con te stessa?

Mmmm, ci devo pensare.

A cosa devi pensare?

Se smollandola un po’ non sarebbe tutto troppo facile.

Ti sei mai chiesta se invece quello non sarebbe il primo passo verso l’agognata serenità?

Non me lo sono mai chiesta. Ho preso il carattere da mia nonna. Grande rigidità e rigore verso se stessa. Dare l’esempio sempre. Olio di gomito, vietato stare con le mani in mano, il tutto fino allo sfinimento del corpo e dell’anima.

E questo ti fa sentire realizzata, felice?

Non lo so, ma non mi fa pensare, se lo facessi forse crollerei.

Forse allora sarebbe meglio crollare, anche solo per un attimo, per poi ricominciare, e guardare il mondo come avresti voluto vederlo da bimba se fossi stata una dei personaggi di Holly Hobbie. 

Ti ricordi come mi dicevi sempre? “vorrei essere lei, non mi si vedrà la faccia ma mi si vedrà sicuramente il cuore”.

Va bene mi fido, ma tu tienimi la mano.

Non aspettavo altro, da tanto tanto tempo.

I soliti maledettisimi buoni propositi

28 Dic

Una volta ci credevo veramente ai buoni propositi. Così come una volta credevo a Babbo Natale, alla fatina del dentino, al cambiamento delle persone e ai miei genitori che non sarebbero mai morti. Compravo la mia bella agenda colorata,  scrivevo al primo di gennaio dodici cose, una per ogni mese, che avrei voluto fare o che avrebbero fatto migliorare me stessa. Le riportavo al primo di ogni mese e giorno per giorno scrivevo, anche solo una riga, su quello che ero riuscita a fare per raggiungere il mio micro obbiettivo.

Poi piano piano si smette di credere a tutto, o almeno io ho smesso. Ho smesso di credere alla magia che sempre e comunque ci circonda perché presa da troppi impegni, ho smesso di credere che rilassandosi si ottengano più cose che arrabbiandosi, ho smesso di credere che un sorriso spesso curi più di mille medicine, ho smesso di credere che potrei avere la facoltà di diventare ogni giorno una persona migliore se solo lo volessi.

Per me è sempre un po’ più facile essere aggressiva, con la battuta pronta, tendenzialmente scorbutica e acida, per azzittire “l’avversario” e non mostrare così le mie fragilità. L’apparire, ma non l’essere,  sempre forte mentalmente e fisicamente. Il non chiedere mai nulla, l’andare avanti come un mulo, tirando il carretto della vita: sugli sterrati, sulle mulattiere in salita, sui pendii scoscesi.

Che fatica, che fatica essere così ogni maledetto giorno. Caricandomi così le spalle di tutti i problemi, le preoccupazioni, le turbe e i malumori degli altri. Per sgravarli, per farli soffrire meno.

Ma anche il soffrire e il faticare deve comunque far parte della vita di ognuno, se no non si cresce.

Il mo unico buon proposito per il 2018 sarà quindi lo sbelinarmi (in genovese parlando) un po’ delle magagne altrui per vivere con un pizzico in più di leggerezza.

(Oggi con due giorni di anticipo ho messo in pratica il mio bel dito medio, e sono andata a fare la doccia, nei confronti dei figli per i compiti, specie dopo che:

Si son buttati per terra per non farli

Si sono picchiati e insultati

Hanno sbattuto lo sbattibile.

RANGESS si dice qui a Milano (che poi quando sono uscita dalla doccia li stavano facendo, mah).

 

Il buco (tratto da una storia vera)

30 Nov

Come quel buco di memoria che ti si piazza in mezzo al cervello, proprio quando arrivi finalmente alla cassa, dopo aver combattuto ore durante i saldi, con altre assettate di abbigliamento come te, e non ti fa ricordare il codice PIN del bancomat.

Tutta quella merce guadagnata a suon di strattoni, file interminabili ai camerini, minuti e minuti a spogliarti  e rimirarti in un metro quadro, dove tutto sembra starti così stretto da non riuscire a respirare e tu sembri così grassa allo specchio che vorresti sfondarlo con un vetro.

E non vuoi specchiarti al di fuori della tendina immaginando già gli sguardi acidi delle altre e quindi ti sacrifichi per provare gli abiti, facendo contorsionismi degni della starlette del Circo di Monaco, ma alla fine ce la fai ed esci dal gabbiotto con le dita a V in segno di vittoria, distrutta ma felice.

Questo si, questo no, con fare sprezzante, lanciandolo alla commessa. Questo si, questo dovrebbe essere una 44 ma invece è palesemente una 38 visto che non mi sta, rilanciandolo alla commessa. Questo si, questo si e quest’altro si.

E quindi sei lì alla cassa, ripeto, tocca a te. La merce è già stata conteggiata, piegata e messa nei sacchetti. E mentre porgi il tuo bancomat già immagini la scena di quando indosserai il ben di Dio.

“il PIN prego”. Bastano poche innocenti parole per farti andare nel panico.

Dopo averlo sbagliato due volte, esserti passata la tua vita davanti come un film, e sentire la maledetta pressione psicologica di quelle dietro di te che vorrebbero fulminarti, non vorresti comunque arrenderti. Cazzo l’ho digitato milioni di volte e proprio oggi, alle 15.27, con gli abiti dei miei sogni a un passo da me. Insomma, si tratta chiaramente di una questione di vita o di morte e non lo ricordo? Poi mi arrendo.

E così, allo stesso modo, ieri mi presento in farmacia, per acquistare la pillola anticoncezionale, era il primo giorno della nuova confezione e dovevo assolutamente prenderla.

Già non avevo la ricetta che mi ero dimenticata in ufficio, e avrei dovuto pregare lo stizzoso farmacista di darmela, sottobanco, senza ricetta. Poi aggiungiamoci pure che il nome non mi sovveniva più di tanto. Se poi ci infiliamo anche l’uscita imminente dei figli da scuola, poi il loro judo, il mio dentista e l’andare a riprenderli. Insomma, una vera e propria bomba a orologeria.

” Guardi dovrebbe essere la mercilon o la milvane, non mi ricordo più, ne ho cambiate diverse in tutti questi anni”. Dico in modo sbrigativo e nevrotico.

Mi fa vedere le confezioni, io tiro fuori il mio sguardo più dubbioso, acquisto quella che mi sembra la più simile alla mia, entro in macchina e la sventro.  Cazzo non è lei.

Rientro come una furia, facendomi dare quell’altra, la apro appena davanti a lui, come farebbe il più esperto baro di poker sulla piazza. “Neanche questa”, strepito e mi rifiondo in macchina alla volta della scuola.

Li lancio sul tatami, mi faccio punzecchiare da anestesia e trapano per un’ora dal sadico dentista.

Mi presento sfatta e dolorante in un’altra farmacia.

“Non mi ricordo più il nome. Non mi ricordo neanche il colore, ho il vuoto, aiutatemi”.

Assisto alla sfilata di tutti i casetti dei medicinali col toto nome dell’anticoncezionale da parte dei tre farmacisti.

Io fisso il vuoto intanto, mi sento come mia madre, persa nel buio cosmico.

Non mi ricordo neanche un’iniziale, un indizio, un movente, manco fossimo a Cluedo.

Incominciano a riempirmi la testa di nomi in ordine alfabetico, in ordine cromatico, in ordine di monofasica, trifasica.

Niente, mi sento l’indiano di qualcuno volò sul nido del cuculo dopo la lobotomia.

“Mi ricordo una M se può aiutare”, e si ricomincia  a cercare.

Nomi su nomi, io scuoto la testa ma con sguardo catatonico. (Mia madre, sto diventando come mia madre).

Quando finalmente, come nei migliori film dove disinnescano la bomba all’ultimo secondo, “Drospil”?

E il mio sguardo da fisso riprende vita.

Un boato.

Applausi.

Sipario.

(Sto comunque diventando come mia madre, se non per questo per altri suoi mille difetti).

 

Secondo giorno al mare – selfie al mare

18 Ago

L’uscire dalla stanza dell’albergo alle 7 del mattino non ha mai un suo perchè a meno che non l’abbia voluto tu. A poco son valse prima le preghiere, poi l’ordine e infine le minacce al grande per rimanere un po’ di più a letto specie dopo il viaggio di ieri. Niente, parole buttate al vento. E così mi ritrovo alle 7 sul terrazzo dove c’è già qualcuno che fa colazione e, il grande, dopo aver visto il tripudio e l’abbondanza del buffet sbava come un cane rabbioso. “Almeno aspettiamo gli altri due” una concessione che a questo punto mi “concede”. (Alla faccia del mio riposo, come dire).

A quell’ora al massimo sarei andata volentieri a correre (anzi prima) o a fotografare l’alba (anzi ancora prima). Ma il fatto di fare da madre/baby sitter a un bambino capriccioso- anche se raramente- mi fa impazzire . Mio padre avrebbe risolto con un calcetto nel culo e un’occhiataccia.
E via che si comincia.

In spiaggia ad inciampare sulla gente che si “selfava ad ogni angolo”. Selfie stick a sinistra, selfie stick a destra, selfie stick tra i coglioni. (Semicit.)

Il non plus ultra della tamaraggine è la formazione del cuore con le mani dei vari fidanzatini di turno. Possibile che nessuno dell’amministrazione comunale non veda lo scempio? L’obrobrio? L’estinzione imminente?

Fortunatamente i figli non si sono accorti di tale bruttura, ma conoscendoli avrebbero invece solo apprezzato.

(Tutto questo, poi scoprirò, accade mentre a Barcellona succede quel che succede e non ci si può fare, ancora una volta, un cazzo)

Quinto giorno in montagna – una giornata uggiosa

6 Ago

Se fosse venuta anche mia madre in montagna con noi mi avrebbe detto che sono una deficiente a correre anche oggi dopo che fino a due giorni fa quasi non stavo in piedi, ma chi hai mai ascoltato i consigli dei genitori scagli la prima pietra.

Quindi alle sette ero già in giro a correre rigorosamente senza peso morto, ehm volevo dire senza consorte.

Bello freschetto con sole tiepido ad asciugarmi il sudore, poi si è scatenato l’inferno.

Dalle 9.40 non ha più smesso di piovere. E quando giochi coi figli, mentre tutti gli altri illusi sono andati a fare una gita, per quaranta volte a tutti i giochi possibili immaginabili e poi ti accorgi che son passate solo un’ora e quaranta, quanto tu vorresti già andare a dormire, capisci che l’unica via di salvezza è simulare uno svenimento.

Fortunatamente un attimo prima di “svenire” sono arrivati tutti gli amichetti fradici di pioggia e così almeno fino al primo pomeriggio la giornata è stata salva.

Ma l’umidità nelle ossa in un campeggio sotto la pioggia non passa mai, neanche se indossi una pelle d’orso.

Quei brividi di gelo per cui invidi gli amici da casa che ti dicono che sei beata perchè da voi si gela mentre da loro si cuociono le uova sui sassi.

Qual è il bottone che devo schiacciare per il teletrasporto?

Franz is running

Above all, try something.

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Autore di storie e canzoni. Musicista. Ricercatore libero. Pensatore pesante.