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Senza se e senza ma

31 Gen

Digrigna, o meglio, digrignava i denti.

E quando li digrignava non c’era da stare sereni.

O stava per scatenarsi la tempesta o eri già nell’occhio del ciclone, a tua insaputa il più delle volte.

E non si poteva che fuggire, sempre se esisteva una via di fuga, ma non sempre era così.

Avevo sedici anni, era la fine del 1980. Tra noi studentesse andavano di moda le spalline, i capelli cotonati e gli strappi sui jeans a livello natiche. Io, mio malgrado, ero fuori da tutti questi giri. Le minacce di mio padre, specie sull’ultimo punto, erano più forti di qualsiasi moda in auge.

Eccola, eccola che digrigna ancora una volta i denti verso noi figli, noi tre atterriti dalla paura.

Quell’espressione che anch’io, a distanza di trent’anni, ho usato spesso con i miei. Eppure l’ho sempre odiata. Ho fatto incubi per anni causa quell’espressione, e i miei figli, a loro volta, si terrorizzano quando gliela la faccio. Non è vero che dagli sbagli, anche se altrui, si impara, non è proprio vero.

Pensavo che per ereditarietà si intendessero solo le cose belle. Il colore degli occhi particolari, le buffe espressioni, le abilità, e invece ti ritrovi, tuo malgrado, ad avere solo lo stesso ghigno, il naso aquilino e lo stesso maledetto vizio di fare battute fuori luogo, le classiche figure di merda insomma.

“Guai, guai se vi esce qualcosa dalla bocca, non voglio che lo venga a sapere nessuno, avete capito? Guardatemi, avete capito bene?”

Noi tre figli ci guardiamo con un punto interrogativo stampato in faccia. Abbiamo la gola secca, ma neanche una cascata in questo momento ci disseterebbe, figuriamoci un semplice bicchiere d’acqua. Nostro padre invece, presente anche lui, fissa la punta delle scarpe insistentemente, in silenzio, quasi come se lì ci fosse la soluzione al problema.

Un silenzio terribile.

Un silenzio che urla, che strappa via tutto, che come un’onda gigantesca ci inghiotte.

“Ma mamma” quasi noi tre all’unisono “perché non dirlo. Perché? I vicini ci aiuterebbero”

“Che cosa ho detto? Non mi rompete i coglioni e andate di lá”.

Poi perde di colpo la lucidità nello sguardo e guarda lontano, quasi come se volesse oltrepassare il muro di casa per cercare una speranza.

Tumore.

Tumore al seno.

Benigno?

Maligno?

Gambe che tremano solo al pensiero, mente che si annebbia. Non riesci a pensare più a nulla e nessuno in famiglia ti spiega niente. Forse è meglio, forse è peggio, non l’ho mai saputo.

I vicini che chiedono e tu fuggi abbozzando risposte confuse.

Avranno capito? Magari lo sanno già ma tu neghi. Neghi l’evidenza, neghi la sua assenza, come se fosse una vergogna da nascondere.

I panni sporchi si lavano in casa.

Ma quali panni sporchi, quali? Cosa c’è di più umano del condividere con quelli ci amano anche le fatiche, le preoccupazioni, le tragedie, cosa?

Penso in ginocchio, nascosta in bagno a scuola, mentre singhiozzo disperatamente.

Allora?

Maligno?

Benigno?

“È andato tutto bene, possiamo passare a trovarla” ci dice il papà.

Chissà poi se lui ha vissuto tutto questo dolore come noi tre o se n’è fregato i coglioni, come mia madre gli ha rinfacciato qualche anno dopo. E anche in quell’occasione, dopo quella frase, poi ha perso di lucidità fissando il muro, cercando quasi con lo sguardo di attraversarlo, forse sperando di ritornare bambina e correre ancora in mezzo ai campi di grano, senza pensieri.

Eccola.

In una stanza bianca, enorme, una luce dalla finestra accecante.

È un po’ come quando ti immagini il paradiso. Surreale.

Penso un attimo ai miei vicini.

Ma cosa volete che vi racconti.

Tremo all’immagine dei suoi denti, quasi come se fosse un cane rabbioso, con la schiuma alla bocca, pronto ad attaccarti dopo aver dato sfoggio dei canini appuntiti.

Eccola, di nuovo.

Ci avviciniamo, quasi con timore di farle male anche solo a parlarle.

Non c’è traccia di niente che non sia amore tra di noi, niente che non sia amore.

“Ciao mamma”

E tutto il dolore, i brutti pensieri, le brutte immagini si dissolvono in un attimo. Come se non fossero mai esistiti, ma con la consapevolezza che sarebbero tutto ritornato, ma in quel momento non ci importava di nulla se non di lei. Quel momento di pace assoluta, di armi a terra, bandiera bianca al vento. Quel momento di commozione totale, tra noi figli, che in questo momento ricopriamo anche il ruolo di genitori rassicuranti, e lei che ricopre anche il ruolo di nostra figlia indifesa.

“Mi raccomando, quando tornerà a casa la mamma non potrà fare sforzi col braccio destro per qualche mese, quindi aiutiamola, aiutiamola tutti”.

Dopo cinque giorni passava già lo spazzolone sui pavimenti senza proferir parola, in silenzio.

Un silenzio che conteneva una forza sovraumana. La forza del fare e dell’andare avanti, la forza del non chiedere per non disturbare, la forza del sacrificio per non pesare su nessuno, più comunemente chiamata la forza delle donne, senza se e senza ma.

(Questo mio racconto fa parte di un’antologia pubblicata qualche anno fa).

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Settimo giorno al mare – le valigie

24 Ago

Proprio perché l’anno scorso a Ischia mi son riportato a casa un trolley e mezzo, su due, intonso nel quale avevo infilato dentro anche un pile che “non si sa mai”, forse pensando che avrebbe nevicato, quest’anno per il mare in Toscana ho messo in valigia molte meno cose.

Ma, com’era comunque prevedibile, compresi i cinque abiti da sera ancora perfettamente appesi nell’armadio, tranne l’ocra che ho usato per andare a cenare in rosticceria , almeno ammortizzavo un po’ il costo del trasporto, ho riportato indietro il sessanta per cento dei vestiti ancora puliti, perché alla fine eravamo sempre in costume. Mi sono ritrovata anche un mio paio di pantaloni da arrampicata, probabilmente pensando che nel tempo libero avrei scavato l’Everest, perché fare una cosa normale non rientra nel mio modus operandi.

Comunque, ancora stamattina ho corso, mi sono sfondata di cinque e cinque a pranzo, ho bevuto frappè con la panna montata col piccolo facendo a gara di chi avesse i baffi più bianchi, sono riuscita a litigare col marito forse meno della media, ma sto aspettando i risultati dell’indagine Doxa, ho odiato gli animatori che ti facevano più agguati dei testimoni di Geova, non ho avuto forse la libertà che speravo perché quando si fanno le vacanze con un’altra famiglia e si mettono le mani avanti dicendo che poi ogni famiglia fa quello che vuole poi son tutte cazzate perché ci si aspetta e ci si infastidisce, nostro malgrado, in continuazione e, dulcis in fund, il grande ha preso un colpo di sole che l’ha atterrito ma non abbastanza per perdersi la baby dance con una pezzuola fredda sulla fronte.

Insomma, come al solito, siamo sopravvissuti.

(Domani il viaggio di rientro, non fatemici pensare).

Primo giorno al mare – la pazienza infinita

18 Ago

Perché lo sapevo già, ma oramai chi si stupisce più, che il viaggio sarebbe stato un inferno.

Io avevo la carogna addosso ancora prima di partire, perché per andare in vacanza non volevo passare da Genova. Perchè mi sentivo lo schifo addosso di quelli che si fanno il selfie col morto, anche se non c’entro nulla con loro, per il funerale di Stato, che mi sembrava brutto passarci di fianco mentre andavamo al mare e perché si sconsigliava il transito da quelle parti visto il caos.

Il marito invece, al contrario ci voleva passare perchè è la sua città, perchè voleva respirarla anche in questo momento di silenzio irreale, condividere l’emozione con i suoi parenti e per ultimo waze, che pare non sbagli mai, diceva che non ci sarebbe stato traffico. (In effetti l’autostrada era completamente vuota).

Beh, ci siamo scornati ininterrottamente, escluso un mio pisolo di un’ora lato passeggero, dalle 9.30 alle 17, e scornati è un eufemismo, coi figli poi che ci mettevano il carico da undici.

Si scoprirà all’ora di cena che il marito è due notti che non dorme causa pensieri, ma mica te lo dice no, e neanche te lo fa capire. Nella prossima vita faccio un corso di corrispondenza per lettura nella mente, magari così non lo minaccio più stile Al Capone.

E si arriva in campeggio, e devi anche disfare tutti i bagagli. Ah, i miei meravigliosi vestiti estivi nell’armadio, sapendo già, tuo malgrado, che indosserai calzoncini e canottiera per una settimana.

E i figli, il marito e i cuginetti arrivati anche loro coi genitori hanno fame. Dio che incubo che la gente voglia mangiare più di una volta alla settimana, e con questo caldo umidità e i capelli appicicati alla fronte anche l’estro culinario se ne va a puttane.

Sù figlio piccolo, oramai giovine uomo, aiutami a preparare questa mayonese veg che stasera facciamo il botto.

Quanto è difficile essere genitore.

25 Feb

Quanto è difficile essere genitore. Non è una domanda, è una constatazione.

Fuori nevica, fa freddo. Non siamo a meno venti gradi , forse saremo a meno due, ma comunque si gela. Il mio cane, mezzo maremmano abruzzese, è uscito un secondo in giardino, ha pisciato sulla punta delle zampe per non bagnarsi ed è tornato dentro a dormire al caldo. Se persino lui, “ragazzo di montagna”, col DNA da pastore abituato alle intemperie, preferisce starsene dentro non è tempo neanche da lupi allora.

Guardo fuori, penso ai miei figli.

Io, la danza della neve portata in giro dal vento, la tromba di Chet Baker, questo è tutto quello che percepisco ora.

Guardo fuori, ripenso ai miei figli.

Sono via con gli scout da ieri pomeriggio, vado a recuperarli tra qualche ora, mi mancano, alcune volte mi mancano tantissimo, come ora. Anche se per disperazione spesso, quando vanno via per qualche ora, basta anche una festa di compleanno per sentirmi sollevata, quasi rinata. Sono umana, forse è normale, spero di si.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina, l’avrei spronata a dare il massimo, a essere tosta e cazzuta, a sopportare il dolore, la rinuncia, la fatica più di un maschio, come hanno insegnato a me. A saper fare mille cose, a non arrendersi mai, a rischiare a combattere per i suoi valori.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina l’avrei sicuramente mandata a scout con i pantaloncini corti anche d’inverno, come fanno quasi tutte le ragazzine del gruppo dei mei figli, e non con quelli lunghi come vanno i miei, accudita un po’ di meno per diventare più forte sotto tutti gli aspetti.

Penso che se avessi avuto una figlia femmina, la avrei voluta far crescere a mia immagine e somiglianza. Maschiaccio dentro e fuori, col nero sotto le unghie, il pantalone rotto sulle ginocchia e costantemente arrampicata sugli alberi. Ma se poi si fosse rifiutata, perché avrebbe preferito un mondo rosa fatto di tutù e unicorni? Lo avrei accettato?

Guardo fuori, penso ai miei figli, la neve cade senza disturbare.

Ieri alle tre poco prima di accompagnarlo, il piccolo mi ha minacciata di morte se gli avessi messo nello zaino guanti e cappello visto i nove gradi del pomeriggio, senza dare retta invece ai miei consigli. Oggi gelerà.

Ieri alle sei poco prima di accompagnarlo, il grande, dopo tre ore faticosissime di torneo di judo, si è violentemente arrabbiato perché non voleva raggiungere il fratello a scout, dicendo che era distrutto e che voleva passare il fine settimana tranquillo. “Tu mi porti alla morte” mi ha detto arrabbiato. L’ho fatto sorridere quando gli ho raccontato del “green mile”, anche se non è un argomento che fa sorridere. Dell’ultima cena dei detenuti, della sofferenza in quell’ultimo percorso. “Ti senti così figlio, così sofferente?”. “In effetti no mamma”, mentre pensava a quale sarebbe potuto essere il suo ultimo pasto.

Non sempre si riesce a ragionare, parlare, discutere senza arrabbiarsi, ma se anche solo il 5% dei miei discorsi riesce a non uscire dall’altro orecchio io la reputo una vittoria.

Guardo fuori, penso ai miei figli, continua a nevicare.

Uno si gelerà, ma non siamo sul K2, l’altro sarà sicuramente più stanco e probabilmente incazzato di ieri, ma anche questo è un percorso di crescita.

Guardo fuori, penso ai miei figli, nevica ancora.

Mi vesto, nonostante la fariginte e la tosse che non mi abbandona e porto fuori il cane. Anche lui è un maschio, e anche lui dovrà abituarsi a una “mamma” che cresce i maschi come fossero femmine per insegnare loro la bellezza ma anche la fatica della vita.

Piano piano però, con i maschi ci vuole pazienza, una grande pazienza.

I soliti maledettisimi buoni propositi

28 Dic

Una volta ci credevo veramente ai buoni propositi. Così come una volta credevo a Babbo Natale, alla fatina del dentino, al cambiamento delle persone e ai miei genitori che non sarebbero mai morti. Compravo la mia bella agenda colorata,  scrivevo al primo di gennaio dodici cose, una per ogni mese, che avrei voluto fare o che avrebbero fatto migliorare me stessa. Le riportavo al primo di ogni mese e giorno per giorno scrivevo, anche solo una riga, su quello che ero riuscita a fare per raggiungere il mio micro obbiettivo.

Poi piano piano si smette di credere a tutto, o almeno io ho smesso. Ho smesso di credere alla magia che sempre e comunque ci circonda perché presa da troppi impegni, ho smesso di credere che rilassandosi si ottengano più cose che arrabbiandosi, ho smesso di credere che un sorriso spesso curi più di mille medicine, ho smesso di credere che potrei avere la facoltà di diventare ogni giorno una persona migliore se solo lo volessi.

Per me è sempre un po’ più facile essere aggressiva, con la battuta pronta, tendenzialmente scorbutica e acida, per azzittire “l’avversario” e non mostrare così le mie fragilità. L’apparire, ma non l’essere,  sempre forte mentalmente e fisicamente. Il non chiedere mai nulla, l’andare avanti come un mulo, tirando il carretto della vita: sugli sterrati, sulle mulattiere in salita, sui pendii scoscesi.

Che fatica, che fatica essere così ogni maledetto giorno. Caricandomi così le spalle di tutti i problemi, le preoccupazioni, le turbe e i malumori degli altri. Per sgravarli, per farli soffrire meno.

Ma anche il soffrire e il faticare deve comunque far parte della vita di ognuno, se no non si cresce.

Il mo unico buon proposito per il 2018 sarà quindi lo sbelinarmi (in genovese parlando) un po’ delle magagne altrui per vivere con un pizzico in più di leggerezza.

(Oggi con due giorni di anticipo ho messo in pratica il mio bel dito medio, e sono andata a fare la doccia, nei confronti dei figli per i compiti, specie dopo che:

Si son buttati per terra per non farli

Si sono picchiati e insultati

Hanno sbattuto lo sbattibile.

RANGESS si dice qui a Milano (che poi quando sono uscita dalla doccia li stavano facendo, mah).

 

Se l’ha detto la TV è vero.

29 Dic

“Sto ascoltando alla radio Teresa de Sio che canta ” voglia ‘e turnà”. Avrò avuto 10 anni quando mia mamma me la faceva ascoltare mille volte al giorno, sempre e solo in primavera, mi ricordo ancora le finestre aperte del salotto in casa per far entrare la prima brezza tiepida dell’ anno, i capelli di mia mamma svolazzavano ed era felice, ma felice veramente, tornava bambina e incominciava a fissare il vuoto ricordando chissà che cosa e con la bocca abbozzava un sorriso. Non l’ ho più vista così, che peccato.”

(dal mio blog dell’8 marzo 2010)

Chissà a che cosa pensa quando il suo sguardo all’improvviso da lucido diventa opaco, come quello di un pesce lasciato troppo tempo sul bancone del super, e incomincia a fissare il vuoto.

Chissà che cosa si domanda, quando si guarda allo specchio e la senti sussurrare delle risposte alla sua immagine riflessa.

Chissà di che cosa ride, quando lo fa maliziosamente da sola, abbassa la punta del naso e abbozza il coprirsi il volto con la mano sinistra.

In quarantaquattro anni mi chiedo dove tu sia stata durante tutta la tua presenza con me.

Io ti parlavo e tu rispondevi altro.

Io ti raccontavo un segreto e tu lo andavi a raccontare in giro, quasi come se non fossi stata tua figlia, quasi se l’informare il diretto proprietario fosse stato più importante dei miei sentimenti.

Affettiva, anaffettiva, carezze, sberle, oggetti lanciati addosso, storie raccontate teneramente sulle ginocchia, unghie piantate nella carne, parolacce a denti stretti per non farti sentire dagli altri, l’aspettarmi con la scopa in mano quando tornavo da scuola forse sperando che avessi preso un brutto voto per usarla su di me.

Forse, anzi probabilmente, saranno stati di più i bei momenti che quelli brutti, per forza, deve essere così, anche per la famiglia più disagiata, eppure io non me li ricordo.

Eppure ripeto, mio malgrado, io ricordo solo quelli brutti, quelli che non riguardano solo la violenza fisica o quella verbale.

Quella per cui un genitore, che dovrebbe fare scelte oculate e coerenti per mantenere una certa serenità mentale al proprio figlio, invece è come se tirasse la monetina per ogni cosa.

Quindi se ieri avevo avuto il permesso di fare una cosa, oggi non potevo più farla, quella per cui ogni scusa era buona per un castigo, quel “vedremo” che veniva usata come risposta standard che terminava quasi immancabilmente con un no.

E io intanto alla deriva delle sue decisioni, e io intanto senza punti  cardinali per orientarmi, dove la N sulla mia bussola interiore non portava al Nord ma al No.

E io che crescendo mi sono sempre detta di farmi forza e non soppesare tutte le parole che mi diceva, lo facevo per andare avanti, per non impazzire, perché comunque non avrei capito la sua filosofia di ragionamento.

“Mamma, ci sposiamo a settembre” – “Vediamo se io e papà saremo liberi per venire”.

Continua, continua, cara mamma, nonostante tutto, nonostante il non aver voluto, ma spero vivamente a questo punto il non aver potuto, comprenderci, abbracciarci dentro, amarci anche a distanza,  a dare retta solo alla TV, e al tuo “se l’ha detto la Tv è vero”, che questo possa darti un po’ di quella serenità e di certezza che noi, come figli instabili, non siamo mai riusciti a darti.

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Festa della mamma – Seconda parte

12 Mag

Questa è la seconda parte del racconto sulla festa della mamma.

Fatemi fare questa premessa, se no poi sembra che sia prossima al suicidio: non sempre sono disperata, non sempre sono depressa e non sempre fisso il muro sperando che la giornata passi il più in fretta possibile perché é come se avessi in mano una bomba che non riesco a disinnescare e so che fra poco esploderá.

Alcune volte, dai diciamocelo, molte volte, parto con le migliori intenzioni, con la voglia di sfoderare il mio miglior sorriso, quello con lo scintillio, insomma, quello delle pubblicità per intenderci.

Partiamo dalla festa della mamma, che quest’anno cade di domenica, così la si può “godere” a pieno.

Finalmente una mattina che finalmente si può dormire in santa pace, che vista la ricorrenza ti aspetti la colazione a letto portata dai figli, grassi sorrisi e coccolamenti vari, biglietti, fiori e disegnini, il tutto coordinato e diretto dal consorte per non farli scottare ai fornelli.

Ahhh che bello, già immagino profumo di caffè bollente, spremuta fresca, pane imburrato.
Shhh lasciatemi ancora sotto il piumone a godermi la mia festa.

TIC
TAC
TIC
TAC

Shhhh ancora notte
TIC
TAC

TIC

TAC

Primissime luci dell’alba

TIC

TAC

TIC

Ore 6

“Mamma o scendi subito con me a prepararmi la colazione o io urlo, spacco tutto e sveglio anche il vicinato”

Ecco, non è che mi immaginassi che mi svegliassero gli uccellini di Cenerentola accompagnati da un coro di gospel direttamente arrivati da Brooklin per l’occasione, ma non mi passava neanche nell’anticamera del cervello che Attila il flagello di Dio si impossessasse del novenne.

Gira che ti rigira e gira che ti rigira (anche le palle), alle nove, non potendone più della sua maleducazione, io e il seienne, con gli occhi ancora gonfi di sonno, scappiamo letteralmente in macchina promettendo al piccolo cinema e pop corn se fosse venuto con me.

Di male in peggio, io che prometto una cosa che non esiste solo per tirare via il piccolo di casa per poi sentire le sue urla in macchina quando gli dico che a quell’ora di domenica è tutto chiuso.

Ci si riunisce tutti e quattro all’una e si cerca di capire come affrontare queste situazioni critiche tutti insieme.

Mah delle volte mi sembrano sempre parole buttate un pò al vento quelle di noi genitori, dove la parola scusa , da parte dei figli, é sempre accompagnata da una scusa, ovvero motivazione per il comportamento, che non sta né in cielo né in terra, e noi lì a spiegargli che le cose non stanno proprio così come la vedono a loro.

Dalle tre facciamo giardinaggio a casa, i due sempre più elettrici (paura), si urtano, si schizzano con la canna, costruiscono, smontano, si insultano, finché il piccolo non si punge il piede nudo con un bastoncino.

Lo prendo in braccio cerco di portarlo in casa e tutto passa a rallentatore.

Io che inciampo e mi infilo nella caviglia il manico della scopa, lasciata per terra dai due, che sporgeva dal marciapiedino davanti a casa. 

Io che mi catapulto in avanti, mentre la gamba tesa rimane attaccata al bastone e mi schizza indietro come solo Heather Parisi avrebbe saputo fare.

Io che poso delicatamente il seienne, come si appoggerebbe un pulcino nel pagliaio, prima di schizzare in aria come travolta dal tornado di Dorothy del mago di Oz.

Io che ripiombo per terra, prendendo botte su tutti gli spigoli di cemento, se no non c’era gusto.

Ed erano solo le 15 di un giorno da dimenticare o quasi.
(Anche a voi succedono queste cose? Fingete almeno di dirmi di si)
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